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POP

Soft Cell, ovvero: l’arte di cadere a pezzi

I Soft Cell hanno dato l’addio alle scene il 30 settembre a Londra. La cerimonia era intitolata appropriatamente come una delle loro canzoni più popolari, “Say Hello, Wave Goodbye”

Soft Cell (3)
Soft Cell (3)

Il 30 settembre l’O2 Arena di Londra ha ospitato la cerimonia d’addio dei Soft Cell. Si intitolava appropriatamente come una delle loro canzoni più popolari: Say Hello, Wave Goodbye. Si trattava del primo show in patria dal 2003, mentre l’ultimo in assoluto li vide esibirsi (insieme ai nostrani Prozac+) durante la Fiera della Musica di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, l’11 settembre 2004: 36 giorni prima del drammatico incidente motociclistico subito da Marc Almond, che rimase un mese in coma e quasi tre anni lontano dalle scene.

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A proposito del congedo, lo stesso Almond ha detto: “Da sempre ho la sensazione che ci sia qualcosa d’incompiuto con i Soft Cell. Questo spettacolo conclusivo sarà la migliore fine immaginabile”. Sul piano discografico, invece, l’epilogo dovrebbe essere simboleggiato dall’imponente cofanetto (nove CD e un DVD) in cantiere dalla primavera dello scorso anno. Allora i due fecero appello ai fan affinché contribuissero ad arricchirlo inviando cimeli e souvenir. A renderli celebri agli albori degli anni ’80 fu Tainted Love, archetipo del pop elettronico la cui eco si riverbera tuttora.

Quel brano non era però farina del loro sacco. Scritto da Ed Cobb e interpretato nel 1965 da Gloria Jones (in seguito compagna di Marc Bolan) come retro di un 45 giri di scarso successo, nel decennio seguente divenne oggetto di culto nel circuito del Northern Soul. Marc l’aveva ascoltato per la prima volta lavorando da guardarobiere al Warehouse, allora mecca della vita notturna a Leeds. Proposte al socio Dave Ball di reinterpretarlo.

Dopo che il singolo precedente era passato inosservato, la major Phonogram aveva concesso loro un’ultima chance. La canzone dell’amore “corrotto” uscì su 7” nel maggio 1981. Era in versione 12” in medley con il rifacimento di Where Did Our Love Go delle Supremes. In estate raggiunse la vetta dell’hit parade britannica. Diventò poi il singolo più venduto dell’anno ed entrò fra i Top 10 statunitensi nel luglio 1982.



Bizzarrie da mutanti

A quel punto Almond stava per compiere 24 anni e Ball ne aveva 22. Figli dell’Inghilterra di provincia, essendo originari rispettivamente di Southport e Blackpool, si erano conosciuti a Leeds. Come accadde lo spiega Almond nell’autobiografia Una vita corrotta. “Quando Dave Ball entrò al Politecnico di Leeds nell’autunno del 1977, la prima persona che incontrò fui io. Non avremmo potuto avere un aspetto più contrastante. Dave in giubbotto e jeans, con stivali, alto e robusto, capelli ricci e neri; io in calzoni lamé dorati, maglietta aderente leopardata, pelle e ossa con capelli cortissimi biondi. Mi chiese dove stava il dipartimento d’arte e io gli indicai il corridoio”.

Dal canto suo, Ball rievoca l’approccio così: “Marc Almond era un anno avanti a me al Politecnico, faceva arte performativa. Aveva intitolato il suo allestimento principale Mirror Fucking. Nudo di fronte a uno specchio a grandezza naturale, si spalmava addosso cibo per gatti e faceva sesso con sé stesso”. L’idea iniziale era che Dave sonorizzasse le performance di Marc. Cominciarono a scrivere canzoni e dopo poco ne registrarono quattro. Diedero così forma all’EP Mutant Moments, finanziato dalla madre di Ball con un prestito di 400 sterline. Ne furono stampate duemila copie, ovviamente divenute nel tempo pezzi da collezione.

I Soft Cell esordirono dal vivo il 23 dicembre 1979, animando un party natalizio al Politecnico. Alla terza apparizione pubblica, il 13 settembre 1980, nel corso della seconda edizione del festival Futurama a Leeds, dove abbozzarono persino una cover di Paranoid dei Black Sabbath, davano già scandalo con una messinscena ostentatamente sessuale. Quanto alla musica, suonava più simile al punk sintetico dei pionieri newyorkesi Suicide che al techno pop dei Kraftwerk.

I ruoli erano chiari. Almond dava voce e corpo a un personaggio camp dalla sensibilità in bilico fra melodramma e cabaret, Ball armeggiava in disparte con le apparecchiature elettroniche. Tanto bastò a catturare l’attenzione di Stevo Pearce, DJ tramutatosi in impresario discografico con l’etichetta Some Bizarre. Il suo biglietto da visita fu nel gennaio 1981 una compilation nella quale – accanto ai Soft Cell, con The Girl with the Patent Leather Face – figuravano anche i debuttanti Depeche Mode. Due mesi dopo pubblicarono, con la produzione di Daniel Miller (fondatore dell’indipendente Mute Records), A Man Can Get Lost. Un singolo insignificante in termini mercantili, anche se sul retro offriva Memorabilia, destinato al rango di classico del loro repertorio. Sarebbero rimasti dei signor Nessuno ancora per una dozzina di settimane.

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Ascesa e declino del Cabaret Erotico dei Soft Cell

Dopo il botto di Tainted Love, anticipato in ottobre su 45 giri da Bedsitter (salito oltremanica fino alla quarta posizione in hit parade, una in meno rispetto al successivo Say Hello, Wave Goodbye, del gennaio 1982), a novembre arrivò l’album d’esordio Non-Stop Erotic Cabaret. In esso l’impasto fra i sintetizzatori Korg vecchio stile di Ball e il pregiato Synclavier manovrato dal produttore Mike Thorne costituiva il perfetto fondale sonoro per le drammaturgie della primadonna Almond. Ma non era solo questione di tecnologie. Da qualche tempo i Soft Cell erano stati calamitati dalla forza gravitazionale di New York.

Per strada, ovunque andassimo, sentivamo Tainted Love o Memorabilia uscire dai ghetto blaster dei neri che ci ballavano intorno. Attiravamo ogni genere di tipi strani e fantastici, dai clown ai freak, e diventammo parte del sottobosco di Downtown, incarnando le fantasie di Warhol”, raccontava la voce dei Soft Cell. Durante le notti spese fra Studio 54, Danceteria e Paradise Garage entrarono in contatto con l’MDMA attraverso Cindy Ecstasy, animatrice da club reclutata poi nel 1982 come vocalist/rapper per un paio di uscite primaverili: la rielaborazione di Memorabilia inclusa nella raccolta di remix Non Stop Ecstatic Dancing e la versione estesa del singolo Torch, penultimo successo d’alta classifica (al secondo posto in patria, cui seguì in estate il terzo ottenuto da What!, altro reperto di Northern Soul nell’originale datato 1965 di Melinda Marx, figlia di Groucho).

L’abuso di stupefacenti stava tuttavia incrinando il rapporto fra i due. Almond si era avventurato nell’esperienza di Marc and the Mambas, mentre di lì a poco Ball avrebbe realizzato da solista In Strict Tempo, dove fra gli ospiti compare l’ex Throbbing Gristle Genesis P-Orridge. Erano indizi della relazione via via più stretta con i circoli d’avanguardia (esemplare il coinvolgimento di Almond nell’estemporaneo esperimento Immaculate Consumptive, avviato da Lydia Lunch insieme a Nick Cave e Foetus). Ciò ebbe ripercussioni sul rendimento commerciale del duo. Il secondo album, The Art of Falling Apart (gennaio 1983), ancorché musicalmente notevole, e il terzo, This Last Night in Sodom (marzo 1984), con batteria e chitarre, tipo “il nostro vaffanculo al mondo”, a detta di Marc, furono tappe di una parabola discendente culminata nella separazione sancita dai concerti d’addio all’Hammersmith Palais di Londra il 9 e il 10 gennaio 1984.

Togliendoci di mezzo abbiamo lasciato vacante il ruolo di cupa band da gotico elettronico in cui i Depeche Mode si sono accomodati elegantemente, finendo per suonare negli stadi: poteva toccare a noi, buon per loro”, ha dichiarato Almond nel 2015. Frattanto si era consumata la rimpatriata dalla quale derivò nel 2002 Cruelty Without Beauty, dignitoso epitaffio discografico di un’avventura a suo modo sovversiva. “Ci siamo sempre considerati un po’ antisistema e abbiamo cercato di costituire un antidoto a quello che accadeva allora, ossia la Gran Bretagna di Margaret Thatcher”. Oggi, fresco di nomina a Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico, precisa però: “Non posso essere più un ribelle: credo sia ora di lasciare che a farlo siano persone più giovani”.

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