Terminata la canzone, Sam Smith dall’alto del suo metro e novanta dondola dolcemente davanti all’asta del microfono, quando il direttore chiede un altro take. Il cantante lancia uno sguardo al cielo, o perlomeno alle travi del soffitto di questa piccola chiesta di East London. È qui da mezzogiorno – in un pomeriggio di metà settembre – per cantare alcune canzoni del suo secondo album, The Thrill of It All, in uscita il 3 novembre. A differenza di molti suoi colleghi, che pubblicano un costante flusso di contenuti fra un disco e l’altro per rimanere sotto i riflettori e accontentare i fan, nell’ultimo anno e mezzo Smith è rimasto in silenzio.

L’esibizione di oggi sarà pubblicata online per annunciare il ritorno di una delle più grandi star britanniche del soul maschile della sua generazione. Lo catturerà nel suo elemento, poiché se le canzoni di Smith sono assai raffinate e radio-friendly, il punto di forza del ragazzo è la sua voce, che è qualcosa di meraviglioso.

La maggior parte delle pop star, naturalmente, sono in grado di cantare una canzone, ma Smith la coccola con uno stile teatrale che ricorda Gladys Knight, Whitney Houston, Amy Winehouse. È in parte tenore, in parte falsetto, soffice come un gatto persiano, una voce che Beyoncé ha definito “burrosa” e che secondo Mary J. Blige “ti copre”.

«È semplicemente un cantante fenomenale – dice l’artista pop britannica Jessie Ware, che è amica stretta di Smith da quattro anni e assicura che lui migliora costantemente – Quando lo vedi cantare dal vivo è mozzafiato: il suo controllo, la sua tecnica, le sue emozioni».

L’emozione senza filtro è ciò che porta la voce di Smith a un livello superiore: è espressa con quel genere di malinconia che dipinge il suo autore, un uomo apertamente gay, come particolarmente privo di speranza nelle vicende del cuore. «Non sono stato molto fortunato nella mia vita sentimentale – mi dirà poi – L’ho trovata molto difficile, e penso che tutto ciò venga fuori nelle mie canzoni».

In chiesa, vestito di seta luccicante, scruta il pubblico – staff della produzione, gente dell’etichetta, me – ogni volta che arriva alla fine di un brano, come se cercasse, in assenza degli applausi dei fan, la nostra approvazione. Il giorno dopo, quando ci incontriamo presso la sede londinese della sua casa discografica, mi dice che era esattamente quello che cercava. «Sono molto a disagio riguardo alla mia voce quando canto – confessa – Lo sono sempre stato».

Anche ora, mi chiedo? Anche dopo avere raggiunto quota 4,4 milioni di unità equivalenti di album con il suo disco d’esordio del 2014, In the Lonely Hour, negli Stati Uniti (dati Nielsen Music)? Dopo aver vinto quattro Grammy Awards, tre Billboard Music Awards e un Oscar con Writing’s on the Wall, colonna sonora del film della saga di James Bond Spectre? Annuisce. «Assolutamente! Ora più che mai! Anche quando canto in studio di registrazione osservo i volti delle persone per vedere se ho fatto un buon lavoro».

In chiesa sono quasi le cinque e Smith continua a ripetere un nuovo brano, Burning. Come molte canzoni del nuovo album, Burning è un esercizio di autoflagellazione. “Respect for myself? That river ran dry”, canta. Una volta terminato, chiede di sentire la registrazione. Se gli piace il risultato della performance, non lo mostra apertamente. Alla fine fa per andarsene. Il direttore interviene: «Possiamo fare un ultimo take?», chiede. «No – dice Smith – È abbastanza. Va bene così». Una pausa. Un atteggiamento da diva è perfettamente accettabile per chi ha motivi di vanto, ma Smith non può fare la parte della diva, perlomeno non ancora. Può essere stanco e affamato, ma è anche gentile e accomodante. Cede velocemente ed è subito davanti al microfono, dondolando di nuovo. Mentre canta chiude gli occhi, e si può percepire che il dolore che ha provato scrivendo la canzone è un dolore che sente tuttora.

Ventiquattro ore dopo, il 25enne è accomodato su un divano di cuoio, indossa una felpa nera, jeans e scarpe da tennis. Sulla sua faccia si stende un sorriso ambiguo. «Sono di buon umore – dichiara – Mi sento benissimo». Passa una mano attraverso i capelli, che da poco ha accorciato abbastanza da rendere l’operazione difficile. Non solo, dunque, ha perso alcuni centimetri dalla testa ma anche attorno al girovita. Da quando i paparazzi scattarono delle fotografie impietose di lui mentre si divertiva su una spiaggia australiana alcuni anni fa – «Apparivo grasso, orribile», dice – si è fissato con la palestra: esercizio fisico tre volte alla settimana, un personal trainer, tanta cardio, pesi. La perdita di peso ha accentuato i suoi caratteristici lineamenti – mento robusto, occhioni alla Disney – e stira il sorriso che mostra.

Se lui è uno di quei cantanti che ottengono ciò a cui tutte le pop star puntano – rendere bella la tristezza – di persona la sua esuberanza è spiazzante. «Sono una persona felice! – dice – O perlomeno per la maggior parte del tempo. Ma tendo a tenere la felicità per me e per la mia famiglia. È quando vado in studio che tiro fuori il malessere. Trovo più facile scrivere canzoni tristi che canzoni allegre».

Tutto ciò è trasposto nel nuovo album. Se il suo debutto era “un gin tonic con gli amici passato a lamentarsi dei ragazzi”, questo disco invece è un whiskey consumato in solitudine a tarda notte. «È cupo. Non è un album allegro». Il primo singolo, Too Good at Goodbyes, racconta il tentativo di apparire coperto da una corazza mentre al suo interno piange, e anche il dolce canto di Midnight Train è compensato da una malinconia del testo ancora più marcata. Tuttavia, onde evitare che l’esercito dei suoi fan pensi che il ragazzo ha tendenze suicide, Sam ci tiene a precisare che solo tre delle dieci canzoni dell’edizione standard dell’album – quella deluxe ne contiene quattordici – riguardano lui. «Le altre si riferiscono a situazioni che magari i miei amici stanno attraversando, oppure al mondo in generale».

E così Him è una generale confessione sul coming-out, mentre la traccia conclusiva Pray, una ballad venata di gospel realizzata in collaborazione con Timbaland, è stata ispirata dal periodo trascorso in Iraq con la onlus War Child. «Ho passato cinque giorni a Mosul e sono tornato indietro imbarazzato per il fatto di aver saputo così poco del mondo e della vita delle altre persone – racconta Smith – Mi sono venute in mente le belle parole di Nina Simone: è importante parlare dei tempi in cui vivi. Questo io non lo avevo fatto. Avevo solo scritto un po’ di canzoni d’amore. Così ho voluto scrivere di come ora sto iniziando ad aprire gli occhi, all’età di 25 anni, su ciò che sta accadendo nel resto del mondo, non sempre cose belle».

Ma è della già menzionata Burning che va maggiormente fiero, la canzone più personale che abbia scritto finora, come suggerisce lui stesso. “Such a burden, this flame on my chest”, canta in riferimento sia a una storia d’amore andata male sia alla pressione continua del successo globale. Quest’ultimo è un tema su cui torna frequentemente: cosa si prova ad essere un giovane uomo gay con il mondo ai propri piedi e come, in una simile posizione, si rischi di perdere la testa. «Dopo gli Oscar (del 2016, ndr) ho cominciato a uscire troppo, senza rispettare me stesso, bevendo molto e fumando – racconta – Normalmente sono abbastanza sano ma allora non lo ero, né fisicamente né mentalmente. Non mi prendevo cura di me stesso. Era un po’ un circolo vizioso. Avevo perso contatto con i miei amici e la mia famiglia. Non andava bene».

Difficilmente il fatto di essere stato cronicamente single ha aiutato (anche se ha recentemente reso noto il suo rapporto con l’attore di Tredici Brandon Flynn). «Sento di essere un po’ indietro nelle mie relazioni – confessa – Mi piacerebbe avere già avuto una relazione a lungo termine. Ma mi sono trasferito a Londra solo quando avevo 19 anni. Sono cresciuto in una zona dove ero l’unico ragazzo gay a scuola e in paese».

Smith è cresciuto in una piccola città nelle campagne del Cambridgeshire. È il più grande di tre figli (ha due sorelle). Sua madre era una bancaria, mentre suo padre è rimasto a casa per prendersi cura della famiglia. Ha scoperto il talento nel canto piuttosto presto e ha avuto il primo manager – un pittore e decoratore part-time – a 11 anni, firmando il primo contratto discografico a 16. Ma il successo non è arrivato così rapidamente.

È stato alla fine del 2012, all’età di 20 anni, che ha guadagnato popolarità. Cantò nel singolo Latch del gruppo dance britannico Disclosure, che ha raggiunto la settima posizione nella Billboard Hot 100, e poi nel 2013 in La La La di Naughty Boy (che ha toccato la diciannovesima). È a questo punto che il suo futuro capo presso Capitol Records UK, Nick Raphael, ha esclamato: «Che cazzo, quand’è che gli posso parlare?».

Raphael lo mise a contratto poco dopo, dandogli carta bianca in studio, e Smith accettò la sfida. Laddove George Michael ebbe un periodo frivolo con gli Wham! godendosi il divertimento del pop prima di accomodarsi nella sua ricercata comfort zone, Smith è stato serio sin dall’inizio, in stile più Jesus to a Child che Wake Me Up Before You Go-Go. Come nel caso di Adele, la sua musica emana solennità. Se da poco il tuo cuore è stato spezzato e poi calpestato, è lui che devi ascoltare.

Smith è chiaramente a disagio alla menzione del suo nome a fianco di quello dei suoi idoli. Questo forse perché la notorietà rimane per lui una camicia troppo stretta. Dice di non voler perdere la testa per nessun motivo. A Londra e a New York prende ancora la metropolitana. Non ha addetti alla security e quando va in discoteca lo fa con gli amici, non con le guardie del corpo. Recentemente ha comprato la sua prima casa, a Hampstead – il quartiere chic di Londra dove era di casa anche George Michael – e vive con una sorella e uno dei suoi amici di più lunga data.

«Sono convinto che dipenda tutto da come tratti te stesso – riflette – Se non ti comporti da persona famosa, non ti sentirai tale e non attirerai l’attenzione. Quando ora vado in un locale gay, la maggior parte delle volte va tutto bene perché sono lì per passare un momento piacevole come chiunque altro. Se poi mi sbronzo e qualcuno viene ad attaccare bottone, sono comunque gentile». Ma chiede di evitare di fare foto. «Perché se sono ubriaco avrò un aspetto terribile. E chi vuole che ci siano brutte foto di sé?».

Per i primi due anni Smith pensava di avere tutto sotto controllo. Ma poi all’improvviso non è più stato così. Nel 2015 accettò di citare Tom Petty e Jeff Lynne come co-autori della sua Stay With Me, che ha un ritornello simile a I Won’t Back Down di Petty (Smith disse che non aveva mai sentito quella canzone; Petty disse che non c’erano risentimenti). Poco dopo il suo bottino di Grammy nel 2015 cominciò a soffrire di insonnia e di un curioso caso di prurito. Aveva già avuto malattie improvvise: due anni prima era la volta del disturbo ossessivo-compulsivo. Ora non riesce a smettere di grattarsi. Il dottore ha ipotizzato che si tratti di una semplice reazione fisica a un calendario così fitto di impegni e alle pressioni dovute all’essere improvvisamente innalzato a portavoce globale della comunità LGBT. «Mi piace essere gay e rappresentare la mia community», dice. Ma ammette anche che all’inizio non è stato facile.

Nel suo discorso agli Oscar del 2016 dichiarò di essere il primo gay dichiarato a vincere un simile riconoscimento, dicendo implicitamente che aveva spezzato le barriere. Tuttavia c’erano già stati altri vincitori apertamente gay, come Elton John e Stephen Sondheim. La reazione fu tanto prevedibile quanto inevitabile, anche se nuova per Smith: derisione di massa sui social media. «Guarda, ero giovane e nervoso – dice lui adesso – ho fatto un errore».
Poi ha avuto un’emorragia alle corde vocali per la quale è dovuto ricorrere alla chirurgia laser. «E non mi era concesso di parlare per tre settimane. Tre settimane di silenzio totale! – ride – Alla fine risultò essere la cosa migliore che mi potesse succedere».

Nei due anni precedenti, se sua madre o suo padre – che si separarono quando lui aveva 18 anni, rimanendo però in buoni rapporti – fossero venuti a trovarlo in tour, avrebbero dovuto aspettare nel backstage come chiunque altro. Aveva trascurato di rispondere alle telefonate per il semplice motivo che non ne aveva il tempo. «Perdendo i contatti con loro e con i miei amici mi sembrò di perdere la mia capacità di funzionare come un essere umano. Così, poter passare del tempo con loro dopo l’intervento, e non essere in grado di parlare, mi ha insegnato ad ascoltare. Ne avevo abbastanza di me stesso».

Ora eccolo qua, con musica nuova, pronto ad avere di nuovo i riflettori puntati (Jessie Ware insiste sul fatto che se le cose attorno a lui sono cambiate, Sam non lo è: «Lui è sempre lo stesso, leale e spiritoso»). Smith dice di andarci cauto riguardo alle reazioni all’album, proprio come – almeno pubblicamente – Steve Barnett, CEO di Capitol Records. «Puoi contare sulle dita di una mano gli artisti che hanno adombrato un simile successo d’esordio – dice Barnett – Il nuovo album di Sam rappresenta un grande salto per lui come cantante e songwriter, per cui è difficile non avere grandi ambizioni. Ma stiamo procedendo un passo alla volta».

La sua prudenza potrebbe non essere necessaria. Come Adele tornò in grande stile nel 2015 con Hello dopo un paio di anni di silenzio, così ha fatto Smith. Il singolo Too Good at Goodbyes ha debuttato alla quinta posizione della Billboard Hot 100, aggiungendo 5 milioni di ascoltatori mensili sulla sua pagina di Spotify. Sembra pronto per una nuova scalata.

«Sai, pensavo che arrivato a questo punto mi sarei cominciato a sentire come una vera pop star – dice Smith, che fino a pochi anni fa lavorava come barista – Ma non è così. Mi sento sempre… me stesso. La mia famiglia mi parla sempre senza peli sulla lingua, e ne sono contento. È una cosa che mi mantiene normale».

“Normale” significa tenere a freno i suoi privilegi. Non gli interessa comprare isole private o jet privati per raggiungerle. «Voglio essere sano e vivere il più a lungo possibile. Voglio avere bambini e aprire un negozio di fiori – confessa sorridendo – Se in tutto ciò ci sarà posto per un fidanzato, ne sarò felice. Ma se non succede, mi accontenterò dei fiori».

 

Articolo di Nick Duerden pubblicato sul numero di Billboard USA del 14 ottobre