«Dal 1983 al 1987. Sono stati quattro anni ma è come se fossero stati dieci…» sospira Susan Rogers, che fu la persona di fiducia dietro il banco del mixer per Prince durante quello che è stato forse l’apice assoluto della sua parabola artistica, quando uscirono uno dietro l’altro gli album della favolosa tetralogia: Purple Rain, Around the World in a Day, Parade, Sign o’ the Times. «Un giorno, durante le registrazioni di Sign o’ the Times – racconta Rogers – decisi di concedermi un’uscita serale per un appuntamento galante. Restai fuori la notte. La prima notte in quattro anni che non restai a disposizione di Prince per lavorare in studio. Lui impazzì. Il giorno dopo ci vedemmo, lui era furioso per non avermi trovato in studio e quindi, secondo lui, non aver potuto lavorare. Ecco: lì capii che dovevo dire basta. Se volevo riavere indietro la mia vita, dovevo dire basta. E mi dimisi». Eppure, dalle parole di Susan Rogers ma ancora di più dai suoi toni, traspare solo una stima infinita per Prince, un amore artistico e professionale senza confini. Con la scusa della recente pubblicazione della versione originale di Nothing Compares 2 U (uscita poi rilavorata sul disco dei The Family nel loro album omonimo per la Paisley Park Records del 1985, ma soprattutto diventata famosa cinque anni più tardi per il rifacimento che ne fece Sinead O’Connor), abbiamo avuto modo di scambiare una bella conversazione con lei.

Prince dal vivo durante il Purple Rain Tour, 1985 (© PRN The Prince Estate, foto di Nancy Bund)

Ti rendi conto di essere stata testimone diretta e attiva di uno dei momenti più importanti nella storia musicale degli ultimi decenni? Quegli anni, per Prince, sono stati qualcosa di incredibile a livello di output artistico.

È un privilegio incredibile aver potuto lavorare con lui. E sono assolutamente grata che ancora oggi si faccia di tutto per ribadire che artista pazzesco sia stato. Anche le nuove generazioni devono sapere quanto indescrivibile siano stati il suo talento e la sua genialità.

Quali sono i peggiori errori che sono stati fatti, negli anni, parlando di Prince?

Ce ne sono tantissimi. Mi ricordo ad esempio negli anni ’80 quando un artista piuttosto famoso, ma non voglio nemmeno farne il nome da quanto questa cosa ancora oggi mi infastidisca, iniziò a dire in giro che “Prince è un pallone gonfiato, a partire dal nome che si è scelto. Quanta presunzione farsi chiamare ‘Principe’…”: che idiota, non sapeva che Prince era il suo vero nome anagrafico. Eppure c’è chi prese per buone le sue uscite! In generale, comunque, negli anni spesso ho sentito dire “Prince è solo una moda passeggera, la sua musica passerà senza lasciare veramente traccia”: questo era semplicemente non capire quanto lui fosse un musicista più bravo, più incredibile, più talentuoso di quasi chiunque altro. Spesso questo non gli veniva riconosciuto. Ma lui, quando subiva delle critiche, non rispondeva. Non si difendeva. Era troppo concentrato ad essere se stesso, a tirare fuori il meglio di sé. Lui sapeva di valere tanto. Non aveva bisogno di rispondere alle critiche degli invidiosi.

Non era comunque facile lavorare con lui.

Per nulla. Giorni lunghissimi in studio, notti altrettanto lunghe. Prince poi aveva una particolarità: metteva molta pressione su se stesso e in più, quando accadeva qualcosa che lo faceva arrabbiare o lo scontentava, sapeva chiudersi in un cupo silenzio. Non era quel tipo di artista che urla, dà di matto, rompe dei mobili per sfogarsi: no, diventava silenziosissimo, muto, e in quei momenti era davvero difficile stargli accanto. Perché risentimento e frustrazione erano palpabili. Ma non erano espressi, e men che meno era possibile chiedergli “Come va? Qual è il problema?”, perché non avrebbe mai risposto. Al di là di questo, era umorale ed imprevedibile. Poteva scomparire all’improvviso, dicendo che sarebbe tornato il giorno dopo, e poi non si faceva vedere per una settimana. Ma messo sulla bilancia, tutto questo è nulla rispetto a quanto sia stato meraviglioso stargli vicino, poter lavorare con lui. Rispetto ai classici comportamenti da rockstar, le droghe, l’arroganza, la prepotenza anche fisica nei confronti dei collaboratori, lui era alieno da tutto: trattava tutti con grandissimo rispetto. Anche nei momenti peggiori, quelli in cui il suo umore personale era a terra.



Lui spesso suonava quasi tutto da solo, in studio di registrazione, da incredibile polistrumentista qual era. Un caso più unico che raro. Ma era aperto a suggerimenti esterni?

Sì. Non ne chiedeva tanti, ma c’erano persone di cui si fidava molto. Wendy Melvoin ad esempio, ma anche Lisa Coleman: avevano un background musicale diverso dal suo, però proprio per questo a lui interessava molto il loro parere. E loro non erano certo timide nell’esprimerlo, lo trattavano da pari a pari. Anche di Eric Leeds aveva grande considerazione: forse perché suonava uno dei pochi strumenti – il sassofono – con cui lui non aveva grande confidenza. Citerei anche Clare Fischer, che curava gli arrangiamenti degli archi: “Questo arrangiamento che hai fatto è talmente bello che ascoltarlo è come scartare un regalo”, le disse una volta.

Tante donne, nel suo entourage. Era un’eccezione allora, è un’eccezione ancora adesso.

È stato incredibile e particolare anche in questo. Lui non chiamava donne attorno a sé per tenerle come oggetto ornamentale, o per fare bella figura: le chiamava perché gli piaceva la loro compagnia e perché era realmente interessato al loro parere. Gli piaceva l’idea di avere uno spettro completo di idee e sensibilità nella sua cerchia di collaboratori, e per questo pensava fosse importante avere attorno a sé sia donne che uomini. Lui poi odiava la competizione: pretendeva che il suo ruolo di leader non venisse mai messo in discussione. Una volta assodato questo, trattava tutti con rispetto estremo; ma nessuno doveva azzardarsi a mettersi in competizione con lui, nemmeno per un momento. Probabilmente sapeva che se avesse avuto un team di soli maschi questa componente sarebbe diventata inevitabile. Con noi ragazze è sempre stato magnifico: ci dedicava amicizia e rispetto veri, così come dal punto di vista lavorativo ci dava sempre delega in bianco, fidandosi al cento per cento.

Un’ultima domanda: è giusto far uscire tutto questo materiale postumo?

Me lo sono chiesta più volte. E la risposta finale è: sì. Prince è un patrimonio della cultura del ventesimo secolo. È stato un genio incredibile. Non solo per i fan ma anche per appassionati, studiosi e musicologi è giusto a questo punto che emerga tutto, e intendo proprio tutto, del suo repertorio. Per comprenderne appieno la grandezza.