«Eravamo oltraggiosi, con gusto». 40 anni fa nasceva il fenomeno New Romantic, il racconto di uno dei protagonisti

La voglia di ricordare quel movimento è nell’aria. In questi giorni è in tour in Italia Tony Hadley, su Netflix è disponibile il doc Blitzed, ed è uscito un magnifico boxset dedicato alla musica che si suonava nei club UK in quel periodo. In esclusiva pubblichiamo il contributo di Chris Sullivan (Blue Rondo à la Turk), presente nel triplo CD Music For New Romantic
I Japan: da sinistra a destra: Steve Jansen, David Sylvian, Richard Barbieri, Mick Karn of Japan. Londra, 1982 (foto di Fin Costello / Redferns)

Il fermento edonistico, irriverente, asessuato dei New Romantic ancora oggi affascina. L’immaginario estetico che riuscirono a creare i protagonisti di quel periodo storico è ancora oggi qualcosa che provoca un’immediata reazione. Che sia un sorriso sarcastico, uno sguardo attonito, un senso di stupore, comunque non è mai scontata. Il carico di makeup nei visi dei cantanti – ma anche dei ragazzi che frequentavano i club che trasmettevano musica funk, post punk, new wave – era un segno di distinzione, come il mescolarsi abiti maschili/femminili, per detronizzare il machismo dell’etica rock, aiutati dal senso del travestitismo del glam.

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Tutto questo era anche una reazione sociale a un senso generale di depressione provocato dalla recessione economica e dall’arroganza del governo di Margaret Thatcher. Nota a margine: ricordiamo che i locali, le sale da ballo sono stati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale all’inizio del nuovo millennio i luoghi dove nasceva e fermentava la controcultura in Inghilterra. Su questo tema, leggetevi il bel saggio di Barry Miles, London Calling (EDT Editore).


Qualcuno di voi ricorderà le immagini di alcuni video fondamentali del periodo (ancora cliccatissimi su YouTube), come la seminale Ashes to Ashes di David Bowie (il padrino autentico del movimento con l’intero album che la conteneva, Scary Monsters) o di Fade to Grey dei Visage, il cui leader Steve Strange fu il deus ex machina del club londinese Blitz, che proprio in questi giorni viene celebrato sulla piattaforma Netflix in un mediocre docufilm (al limite del didascalico, utile però per chi non ne sa nulla dei New Romantics) dal titolo Blitzed, e che grazie alle sue serate lanciò la carriera di band amatissime in Italia come i Duran Duran e Spandau Ballet (curiosità, il gruppo salendo sul palco a Sanremo nel 2015 omaggiarono l’appena scomparso Strange).

Proprio il buon Tony Hadley, il cantante degli Spandau, sta facendo un fortunatissimo tour nel nostro Paese. Stasera sarà sul palcoscenico del Teatro Arcimboldi di Milano per poi proseguire il suo 40th Anniversary Tour a Firenze il 26, il 27 a Udine, per chiudere a Bologna lunedì 28.

Il boxset Music For New Romantic

Ma torniamo al nostro bellissimo boxset di 3 CD Music For New Romantic che esce per Cherry Red Records. Contiene una selezione intelligente delle canzoni che lo hanno ispirato e caratterizzato. L’ha curata Chris Sullivan, che fece parte dei Blue Rondo à la Turk e fondò The Wag Club. Oggi è editorialista freelance per il Times, GQ e Vogue Italia. Lui stesso ha scritto nel booklet interno la puntuale presentazione del boxset. Qui in esclusiva la pubblichiamo integralmente per stuzzicarvi la voglia di riesplorare quel fenomeno brevissimo ma intenso.

I Lounge Lizards

Il racconto di Chris Sullivan

«Guardando indietro, la cosa più incredibile è quanto eravamo giovani e cosa realizzammo tutti noi», mi diceva il compianto Steve Strange di fronte a un drink (o al decimo). «Avevamo tutti 19 o 20 anni e nessuno di noi sapeva cosa stessimo facendo né aveva alcun piano. Semplicemente abbiamo perseverato, finendo per influenzare il mondo intero con la nostra moda e la nostra musica! Tutto ciò che volevamo era uno spazio sicuro per essere noi stessi, vestirci come volevamo, ballare e divertirci, dopodiché ci fu il boom».

Il rifugio di cui parlava Steve era la sua serata fissa del martedì al Blitz Club di Holborn. Cominciò nel 1979 e – pur durando meno di 18 mesi – insieme ad altri eventi simili contribuì a diffondere il movimento New Romantic e a cambiare per sempre il volto della nightlife e della musica. Lo stesso fenomeno si stava sviluppando altrove. A Birmingham, il Rum Runner attirava freak “bowieiani” e altri outsider. A Manchester, prima al Pips (nella loro Roxy Room) e poi al Berlin stava nascendo una scena analoga. Succedeva in tutto il Regno Unito. Una scossa sismica che sembrava fondere l’energia e lo spirito DIY del punk con il glamour della disco music e del glam rock.

In modo analogo a come mi immagino fosse la mensa degli Universal Studios di Holloywood intorno al 1960, ad ogni serata in questi club si potevano vedere giovani vestiti come motociclisti anni ’50, cowboy, gente dell’età edoardiana, pirati spacconi, femme fatale, Robin Hood, futuristi o gaucho avanzi di galera. Lo stesso succedeva con la musica. Liberate grazie all’etica punk del “chiunque può suonare in una band”, le persone facevano esattamente ciò, contaminando i generi musicali.

«Ci vestivamo sempre in quel modo e ci piaceva sperimentare con i look, creando qualcosa di nuovo ogni martedì», ricorda Princess Julia, che lavorò al guardaroba del Blitz Club sin dalla prima ora ed era il volto femminile più in vista della scena. «Ci creavamo gli outfit a partire da roba che trovavamo in giro, ci vestivamo come avevamo sempre sognato di fare e uscivamo! Quel contesto era una grande, folle avventura: ognuno semplicemente se la spassava». Sicuramente tutte quelle serate esistevano solo come piccola bolla esterna alla società mainstream. Lì le abitudini, le tradizioni e le regole del resto del mondo non esistevano. Ed è per questo che si sono guadagnate un posto nella storia.

Tutto era piuttosto nuovo, per esempio la colonna sonora fornita da quei DJ che mixavano insieme di tutto. Dal glam rock alla recente elettronica di Kraftwerk e The Normal, dai The Sweet e dalla musica anni ’60 all’immancabile David Bowie. «Il sound del Blitz era un beat metronomico», ricorda Robert Elms, conduttore di BBC Radio London. «Il punk era tutto basato sulle chitarre; al Blitz non fu mai suonato neanche un assolo di chitarra. Era tutto sintetizzatori. Un sound moderno, affilato, volubile, ma con un pizzico di glamour».

Innegabilmente quelle venue e quelle serate fornirono un rifugio agli stravaganti. Chiassose celebrazioni di quella resistenza cominciata durante il periodo successivo al punk, furono create per coloro che vedevano il punk come troppo insipido. Gran parte del pubblico – a prescindere dalla città – era composta da “soul boys” che ballavano su funk e disco, suedeheads che ondeggiavano al ritmo del reggae e teenager che saltavano su e giù sulla musica dei T. Rex: per tutti loro il caos del punk era troppo. Con il declino del punk, nel 1978 i tipi al passo coi tempi cercavano di vestirsi bene anziché con stracci, di ballare (e non pogare!) su musica ritmata, tutto ciò in un contesto elettronico: l’esatto opposto del punk.

Così sbucarono le band del movimento: The Human League, Yellow Magic Orchestra, James White and The Blacks, A Certain Ratio. Mentre altri, come Brian Eno, divennero ancora più funky. Al tempo stesso, la gente cominciò a riscoprire i Roxy Music, David Bowie e lo stesso Eno. Steve Strange apriva una serata dedicata a Bowie al Billy’s nell’autunno del ’78, ma presto si spostò al Blitz. Lì la proposta musicale era eminentemente elettronica. Già nel ’79 queste serate in giro per il Regno Unito diventarono più “funky”, con pezzi di Grace Jones, Donna Summer, Moroder e i pionieri del “robotic soul”, i Gina X Performance.

Contemporaneamente cominciarono a fiorire i party clandestini negli warehouse. Come il Mayhem a Battersea (gestito dal sottoscritto e Rober Elms), dove si suonava funk classico insieme a The Flying Lizards, Throbbing Gristle, The Lounge Lizards e Iggy Pop. Altri club seguirono, come il Hell, un locale a Covent Garden che co-gestivo nel 1980. In quest’ultimo facevo dei set che comprendevano una vasta accozzaglia di musiche. Bluebeat, rockabilly, glam, funk anni ’70, new funk, disco, electro e praticamente l’intero catalogo di Ze Records, ma di certo niente punk. Era un periodo in cui andava di tutto, e ne traemmo il più possibile.

Poi arrivarono il club Dial D For Dolphins dell hipster Perry Haines – che era quasi puro punk funk con le performance di Glaxo Babies, The Associates, Nina Hagen – e il Batcave, che era un po’ più cupo, con pezzi di band come Bauhaus e The Cramps. Al Philip Sallon’s Mudd Club si poteva sentire qualsiasi cosa, da The Sound of Music al rockabilly fino alla nuova electro newyorkese di Afrika Bambaataa (che campionava i Kraftwerk).

Fuori Londra, con il diffondersi del verbo nascevano nuove venue: l’Holy City Zoo a Birmingham, il Mel’s a Cardiff, The Garage a Nottingham, il Blue Note a Derby e il già menzionato Berlin a Manchester. Quelle selezioni musicali ispirarono un’intera generazione a mettere mano a un synth, alle conga o al sassofono e fare una musica che avrebbe definito gli anni ’80 britannici. In tutto il paese nascevano nuove band che si univano al movimento, assaporando la liberatoria etica DIY del post punk.

Era una reazione discreta al punk e alla new wave. Volevamo ballare – e ballare bene – su musica influenzata dagli anni ’70. Forse l’epoca più variegata della storia della musica, quel decennio aveva visto un’infilata di nuove musiche provenienti da tutto il mondo arrivare nei negozi di dischi ed essere assorbita da una gioventù che l’avrebbe riassemblata in tutti i modi possibili negli anni ’80. Fiorirono negozi di dischi usati, di dischi d’importazione e fiere. Nei primi anni ’80 era possibile vedere album di Bowie, Miles David, Edith Piaf, James Brown, i Kraftwerk e Lee Perry fianco a fianco sugli scaffali.

Mixare, abbinare e poi fare in proprio, creando una musica da ballare nei club che tu stesso frequentavi. Ma non volevamo suonare come influenzati da qualcos’altro. Volevamo creare qualcosa di nuovo e di fresco che rompesse gli schemi ma senza essere rozzo. La religione o il colore della pelle non contavano: dovevi solo essere interessante e interessato.

Senza dubbio coloro che diedero vita a quelle serate avevano un’incredibile audacia: era gente che non aveva paura di essere se stessa. La disoccupazione raggiunse livelli record sotto la Thatcher e il futuro appariva cupo. I soldi erano pochi, ma noi vivevamo in squat, facevamo lavoretti saltuari e tenevamo bancarelle per finanziare i nostri sforzi creativi. Pochi erano alla ricerca di notorietà: la maggior parte voleva solo creare. Poiché molti di noi gestivano dei club, mettere in piedi delle band era una buona idea, visto che si potevano esibire in posti alla mano e con un pubblico assicurato.

I DJ potevano suonare i nostri dischi, i nostri amici potevano disegnare volantini e copertine. Non eravamo solo accettati ma anche stimati per la nostra originalità a tutto tondo. Questa compilation comprende musica che ci ha influenzati, canzoni fatte da noi e pezzi che certamente sono stati suonati in tutte le nostre venue. Più che di un luogo o di una città, è la voce di una generazione.

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