Con gli Ultravox e i Visage ha contribuito alla nascita di generi come la new wave, il synth pop, il rock elettronico, firmando il meglio degli anni ’80 e reinventandosi poi negli anni ’90 con l’eccellente pop di un disco come Breathe: Midge Ure è un artista a tutto tondo che, a conferma della sua poliedricità, è da poco uscito con una nuova metamorfosi, un ambizioso lavoro in studio intitolato Orchestrated. Come il titolo lascia intendere, il disco rivisita in chiave sinfonica una selezione di brani (per l’esattezza dodici) che hanno segnato la storia artistica di Midge fino ad oggi. L’abbiamo incontrato a Sanremo, dove ha duettato con i Decibel in Lettera dal Duca, per parlare di musica e cose belle.

Il tuo album ha un titolo molto semplice: Orchestrated. È la tua prima produzione con un’orchestra. Mi racconti il processo di arrangiamento che ci vuole per trasformare canzoni pop in suite sinfoniche?

È un processo lungo e lento. Io non sono un arrangiatore. Non scrivo spartiti: creo musica, l’ho fatto per molto tempo. So comporre canzoni e melodie ma quando si tratta di trascriverle perché possano essere lette da un orchestrale non sono in grado di farlo. Così ho dovuto cercare qualcuno che appartenesse a entrambi i mondi: il mio lato musicale e quello dell’orchestra. E ho trovato questa persona per caso. Si chiama Ty Unwin. Aveva una band negli anni ’80, era un tipo da sintetizzatori. Oggi scrive colonne sonore ed è un grande fan degli Ultravox e dei miei album solisti. Così conosceva tutto quello che ho fatto. Ha capito esattamente quello che cercavo di ottenere. Ha aiutato il fatto che le canzoni e le melodie che io scrivo sono molto “cinematografiche”, in un certo senso sono simili a colonne sonore. Così la transizione da quel tipo di canzoni a una versione orchestrale non è stata così difficile.

Qual è un aspetto di questa produzione di cui sei particolarmente orgoglioso?

Direi il fatto che alcune di queste canzoni hanno 35-40 anni e funzionano ancora oggi. Tu puoi prendere una canzone e farla in tanti modi diversi e avrà sempre vita. Volevo fare un album di musica interessante, non semplici rifacimenti delle vecchie hit. Ce ne sono alcune e questo va bene. Ma un po’ sono canzoni tratte dagli album, altre sono materiale solista che il pubblico praticamente non ha mai sentito. Scegliere le canzoni giuste per fare questi arrangiamenti è stato davvero importante per me. Mi piace il fatto che magari una canzone ha 35 anni e quella successiva solo due. Ma non sapresti dire qual è quella vecchia e quale quella nuova: funzionano tutte insieme.

Suonerai mai questo disco dal vivo?

Ne abbiamo parlato. È una cosa molto complicata da fare. Andare in tour con una cosa di quelle dimensioni è molto costoso. Prima di tutto vedremo come il disco sarà accolto – e finora ha avuto riscontri molto positivi. Adesso stiamo considerando la possibilità di fare alcuni spettacoli nel Regno Unito alla fine di quest’anno.

Hai realizzato questo album con l’Orchestra Sinfonica di Sofia. Quanti elementi comprendeva?

Qualcosa come 45 elementi. Li abbiamo “raddoppiati” (in fase di mixaggio, ndr) in modo che suonasse come se fossero 90 – che è quello che si fa con le colonne sonore dei film: “riempiono” l’orchestra per renderla enorme. Hans Zimmer è un fan degli Ultravox e veniva sempre ai concerti. E vedo come lui lavora alle sue colonne sonore. Per ottenere quella potenza che volevamo sull’album avevamo bisogno di molte persone. Ma c’è un mix di orchestra e sintetizzatori: abbiamo usato l’elettronica, così come un po’ di chitarra elettrica. Non si trattava di fare qualcosa di completamente orchestrale: c’è differenza fra orchestrale e orchestrato. “Orchestrato” significa adattato alle esigenze di un’orchestra, ma noi continuiamo a usare i nostri strumenti.

Qual è stato il tuo ruolo negli arrangiamenti? Hai dato istruzioni specifiche?

Non specifiche. Per capire se io e Ty potevamo lavorare insieme, gli ho semplicemente detto: scegli una mia canzone che ti piace e che vorresti provare. Lui ha scelto The Voice e ha fatto un arrangiamento di quella. Ma ci è voluto un mese per farlo! Perché ogni volta che finiva non se la sentiva di farmelo ascoltare, così lo cambiava ancora e ancora. Voleva farlo nel migliore dei modi perché quella canzone avrebbe determinato il tono dell’intero album. Una volta fatta quella, sapevo che avrebbe funzionato. Era fantastica. Così abbiamo discusso su come potevamo rendere le canzoni interessanti. Per esempio c’è una grande hit degli Ultravox, Dancing with Tears in My Eyes, una canzone electro rock. Adesso su Orchestrated è una ballad malinconica, un brano lento, etereo e commovente, perché abbiamo scelto di farlo così. La canzone e il suo testo si prestavano a quel tipo di trattamento.

Alla fine del 2018 seguirai in tour i Human League. Come loro, tu hai scritto alcuni dei pezzi synth pop più iconici di sempre, che peraltro si sentono ancora nelle radio e nei club. Cosa li rende così potenti secondo te?

Negli anni ’80 un sacco di cose successero contemporaneamente. Per esempio la fine del punk: il genere nacque nel ’77 e nell’80 era già vecchio. Le persone che avevano dato vita al movimento punk erano andate oltre. Volevano essere ribelli, mantenere la stessa attitudine punk: se non sai suonare uno strumento, prendine uno in mano e fai rumore! Così fecero la stessa cosa ma con l’altra rivoluzione in corso: quella tecnologica. Tutto a un tratto i sintetizzatori e le drum machine erano i nuovi strumenti. Così le persone che avevano avuto quell’idea presero i sintetizzatori e iniziarono a fare suoni, rumori, canzoni con quelli. L’altra cosa che accadde – e ci ho riflettuto a lungo – è che tutti gli artisti di pop elettronico, rock elettronico, techno dei primi anni ’80 erano bambini negli anni ’60, quando la pop music regnava sovrana. Noi siamo cresciuti ascoltando i Beatles, gli Who, i Rolling Stones…

…i Monkees…

Beh, loro no! Però anche quelle erano canzoni pop ben fatte. Da bambini questo era quello che sentivamo alla radio. Così, quando si è imposta la tecnologia ed era il nostro turno di scrivere canzoni, avevamo un ottimo feeling. Nessuno ce lo aveva insegnato, se non la radio! Quello è stato il nostro “apprendistato”. Negli anni ’80 volevamo fare qualcosa di rivoluzionario, senza tempo. Un po’ come il film Blade Runner: non puoi dire se è ambientato nel futuro o nel passato. Noi ci inventammo questa musica nuova basata su un classico songwriting di tipo pop. E quelle canzoni funzionano ancora oggi. Vienna, Dancing with Tears in My Eyes, The Voice… tutto ciò esiste ancora.

Gli album degli Ultravox continuano a essere ristampati. Quale ami di più e perché?

Io sono un fan degli underdog, di quelli che non sono mai diventati un successo commerciale. Forse il mio album preferito degli Ultravox è Lament, o anche Rage in Eden. Quest’ultimo era il successore di Vienna, che fu un grande successo commerciale. E ovviamente, in pieno stile Ultravox, volevamo scrivere qualcosa che non avesse nulla a che fare con Vienna. Anche se le etichette ci facevano pressioni per scrivere una Milan, una Rome o una Paris. Così siamo stati in studio di registrazione in Germania per tre mesi senza canzoni e abbiamo creato l’intero album in studio. L’album in sé ha una grande atmosfera: è cupo, nefasto, malinconico, tutto materiale molto interessante. Penso che sia uno dei nostri migliori album.

L’impatto della new wave è molto forte ancora oggi. Vedi band contemporanee che raccolgono quel tipo di eredità musicale?

Ce ne sono molte. La musica è circolare: va avanti e ad un certo punto si spinge così in là che deve tornare indietro nel tempo. Si guarda costantemente al passato per trovare punti di riferimento. Dopo un po’ di tempo le cose diventano cool. Per esempio negli ultimi dieci anni la musica elettronica degli anni ’80 è tornata molto di moda. Lo puoi sentire in molte nuove band: per esempio i Killers si rifanno a buona parte della musica britannica ed europea di quegli anni. Così come i Muse, che sono molto affini agli Ultravox nelle melodie e nelle strutture dei brani. Lo puoi sentire in buona parte della musica pop. È bello vedere gente che si rifà a quello. Molta musica dance dagli anni ’90 ai primi Duemila si rifà a Fade to Grey (hit dei Visage, altra storica band di Midge, ndr) e cose del genere ma era molto distante. I DJ usavano la stessa tecnologia ma il loro processo mentale era diverso. Ma oggi ci sono band che scrivono canzoni molto simili a quelle che venivano create allora. È l’ordine naturale delle cose. Ed è un onore per me vedere che la gente oggi guarda indietro alle cose che feci all’epoca e ne è influenzata.



Quindi non sei pessimista riguardo alla scena musicale di oggi.

No, per niente. Sono molto aperto. Piuttosto sono pessimista riguardo al modo in cui l’industria musicale ha sposato i talent show come sostituti per trovare il vero talento. Non troverai mai il prossimo Peter Gabriel o il prossimo David Bowie in un talent show – anche perché loro non l’avrebbero fatto. Questi programmi bypassano l’intero processo della ricerca di pop star. Questo non è ciò che salverà la musica. La musica salverà la musica: qualcuno con un’idea radicale, qualcuno che è fuori dagli schemi che l’industria si aspetta. Non sono un fan di quel tipo di musica di successo ma artefatta.

Mi racconti la genesi di una mega hit come Do They Know It’s Christmas?

Fui contattato da Bob Geldof. All’epoca facevo uno show televisivo nel Regno Unito. Conoscevo Bob e la sua fidanzata Paula da molti anni. Fra l’altro ero accanto a lui quando la conobbe. Lui aveva visto i primi filmati della carestia in Etiopia. I Boomtown Rats si erano sciolti, non stava facendo musica, se ne stava solamente a guardare la TV con la figlia. Parlammo al telefono e mi disse di aver visto quei video e che voleva fare qualcosa con il mio aiuto. Così ci incontrammo e decidemmo che il modo migliore per essere d’aiuto – e per raccogliere soldi – era scrivere una canzone di Natale. Ed è assurdo: ecco due tipi che non avevano mai scritto una canzone di Natale in vita loro e che pensavano di fare quello. La logica di ciò stava nelle classifiche – quelle britanniche, almeno: se fai un pezzo da primo posto in classifica nel periodo di Natale vendi il triplo rispetto a qualsiasi altro periodo dell’anno. Così abbiamo “scolpito” questa canzone di Natale parlando di morte, di fame, e abbiamo chiesto a tutti i nostri amici di venire a darci una mano. Io ho suonato tutti gli strumenti nella registrazione. E poi ha fatto il botto. E va avanti ancora oggi, 34 anni dopo. Io e Bob siamo ancora consiglieri di amministrazione di Band Aid Trust. La canzone continua a generare revenues – l’abbiamo ceduta a Band Aid Trust, non ricaviamo soldi da essa – questo continuerà a succedere anche quando io e Bob non saremo più su questo mondo.

Cos’hai pensato la prima volta che hai ascoltato Ashes to Ashes di David Bowie? Nel videoclip compare Steve Strange dei Visage.

Adoro Ashes to Ashes, è fantastica. La storia che le sta dietro è altrettanto fantastica. Il club che Steve e il mio amico Rusty Egan gestivano a Londra, il Blitz, era frequentato da tutti i cool kids. Entravi in questo piccolo locale che poteva contenere al massimo cento persone e guardandoti intorno nel locale – anche se all’epoca non lo sapevi – vedevi futuri stilisti, futuri registi, tutte persone creative e fantastiche. E andavano tutti in questo piccolo club dove indossavano vestiti stravaganti e portavano il trucco. Poi una notte apparve David Bowie e tutti questi cool kids cominciarono a urlare come dei ragazzini perché il Maestro era atterrato al Blitz. Naturalmente Bowie era un tipo molto sveglio e sapeva che c’era questa scenetta in corso. Vedendo il look dei ragazzi del club disse: “Tu, tu, tu e tu: venite alle riprese del mio video domani”. Così si presentarono indossando esattamente quello che indossavano al club e finirono nel video, una cosa incredibile. Ashes to Ashes è un gran pezzo.



Quindi ti piace ogni parte della discografia di Bowie?

Non proprio. Ciò che ho amato di Bowie era il cambiare completamente dopo ogni successo. Andava avanti facendo qualcosa di completamente diverso. Dal punto di vista musicale a volte ha funzionato e a volte no. Il più grande rimpianto per chiunque nella vita è di non aver mai provato a fare qualcosa di nuovo, di non prendersi il rischio. Se guardi alla carriera di Bowie può non piacerti tutto: non so, i Tin Machine o il Duca Bianco. Può non piacerti musicalmente ma devi rispettare il fatto che si è alzato e l’ha fatto. A volte essere creativi non significa che avrai successo commerciale o che il pubblico capirà quello che stai cercando di fare ma sarai rispettato per averlo fatto. E questo è semplicemente meraviglioso.