Michael Bublé: «Nessuno sa fare dischi di standard meglio di me!»

Il cantante canadese ha pubblicato venerdì scorso il nuovo album Higher: tredici brani di suoi grandi eroi come Paul McCartney, Willie Nelson, Bob Dylan, Sam Cooke più brani suoi vecchi e nuovi
Michael Bublé - Higher - 1
Michael Bublé (fonte: ufficio stampa)

Smarcandosi dalla prevedibile veste natalizia che da anni caratterizzava le sue uscite discografiche, Michael Bublé con il nuovo album Higher torna alla fortunata formula degli esordi: cover di grandi canzoni del passato che hanno segnato la sua crescita musicale. Un disco elegantemente “pop” che trova anche una rinnovata freschezza di approccio grazie alla collaborazione – fra gli altri – del produttore Greg Wells (già al lavoro con Adele, John Legend, Taylor Swift, Ariana Grande e anche con Laura Pausini per Io Sì).


Un disco “classico” dall’approccio fresco

Higher contiene tredici canzoni. In tracklist troviamo un assortimento di classici – non sempre universalmente noti, e questo è un punto a favore – di artisti come Paul McCartney (My Valentine), Bob Dylan (Make You Feel My Love), Sam Cooke (Bring It on Home to Me, You’re the First, the Last, My Everything e A Nightingale Sang in Berkeley Square). Con uno dei suoi eroi Michael Bublé duetta anche: con Willie Nelson sulla sua Crazy. Completano la scaletta brani originali di Bublé vecchi e nuovi, fra cui il recente – e assai radiofonico – singolo I’ll Never Not Love You.


«Io sono molto bravo a fare dischi di standard», ha detto Bublé contestualizzando la natura dell’album in un incontro via Zoom con la stampa italiana. «Lo dico sinceramente: non penso che ci sia qualcuno migliore di me, visto che lo faccio da vent’anni e so come si fa. E amo davvero quelle canzoni, so come raccontare quelle storie. Ma per l’aspetto “pop” sono stato felice di affidarmi a Greg Wells. La sua sensibilità pop è molto più forte della mia. Molte volte mi ha detto: “Michael, non possiamo forzare troppo le cose. Non voglio che sembriamo disperati, deve suonare naturale”. E lui sapeva qual era la giusta misura».

E ancora: «Quando penso ai grandi, penso a Ray Charles, Sam Cooke, Frank Sinatra, Dean Martin, Willie Nelson. Willie è uno dei grandi storyteller americani. Il suo disco Stardust è stato fondamentale per me. Conoscerlo e diventare amico della sua famiglia è stato una cosa da non credere. Se c’è una cosa vera di tutte le canzoni che canto è che le amo profondamente e le voglio cantare per il resto della mia vita».

La collaborazione di Michael Bublé con Paul McCartney

Paul McCartney e Michael Bublé si conoscono da tempo. E per la produzione di My Valentine (dall’album Kisses on the Bottom del 2012), Michael si affidato direttamente a Sir Paul, che non si è tirato indietro: «Da molto tempo lui è carinissimo con me. Ho ricevuto dal suo manager un messaggio che diceva: “Paul pensa che tu possa davvero fare qualcosa di speciale con questa canzone”».

Prosegue: «Ho fatto una demo con Nicholas Jacobson Larson, che è stato allievo di John Williams e con cui ho lavorato molto in passato. L’ho mandata a Paul la demo e gli ho detto: “Mi serve davvero il tuo aiuto. Faresti la produzione?”. Ho voluto che facesse il produttore non per ciò che ha fatto ma per ciò che sa fare. È uno straordinario leader. Ispira tutti quelli intorno a lui e ha una grande umiltà».

Un team di primo piano

I crediti di songwriting e produzione includono appunto nomi come Paul McCartney e Greg Wells (che è anche produttore esecutivo del progetto), Ryan Tedder (OneRepublic) e il fidato Bob Rock (che per esempio già produsse il fortunato album Christmas del 2011).

Soprattutto il ruolo di Wells sembra centrale nell’aver dato forma all’album nella sua interezza. «Sono un suo grande fan», dice Bublé. «Lui produsse l’album Life in Cartoon Motion di Mika, contenente Grace Kelly, che ho amato. Poi ho visto il film The Greatest Showman e mi è piaciuta moltissimo la colonna sonora: anche quello un lavoro di Greg. Poi ho sentito un disco di Jamie Cullum, anche quello prodotto da Greg. Così mi sono reso conto che – nonostante abbia lavorato con grandi popstar come Katy Perry – era un pianista, aveva studiato musica e aveva suo modo molto autentico di fare quei dischi».

E ha continuato: «Quando gli ho proposto la collaborazione, inizialmente ha detto di no, per via della mole di impegni. Gli ho risposto: “Non ti preoccupare, prenditi il tuo tempo. Ti mando alcune canzoni che sto scrivendo, alcune idee: quando non hai niente da fare, prova a buttarci sopra qualcosa”. Così è iniziata la nostra bella amicizia. Mi ha davvero aiutato a dare vita alla mia visione. Non voleva fare un disco di Michael Bublé, ma il disco di Michael Bublé».

Il segreto del successo di Michael Bublé e la situazione famigliare

«Ho la carriera che ho perché l’America era l’ultimo posto per me», dice senza filtri Bublé. «Il mio manager mi chiamava e mi diceva: “Vai forte nelle Filippine e in Sud Africa, Moondance funziona molto in Italia. Vacci”. E così ho fatto, ed è stato un successo internazionale, prima ancora di sfondare in America».

Chiude sfogandosi sulle difficoltà attraversate della famiglia negli ultimi anni. Nel 2016 infatti fu diagnosticato al figlio Noah (che all’epoca aveva tre anni) un cancro al fegato, poi curato completamente. «Noah sta bene, stiamo tutti bene. All’epoca del mio scorso disco, Love, non ero pronto per un ritorno sulle scene, stavo male. Mia moglie mi ha salvato. Ma non sono speciale. Ciascuno di noi attraverserà momenti difficili nella propria vita. La pandemia ci ha messo tutti a dura prova. Questi momenti ci distruggono o ci fortificano, ma soprattutto ci definiscono».

Ascolta Higher di Michael Bublé


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