Marlon Williams, arriva il nuovo album del “kiwi” che ha fatto impazzire Bradley Cooper e Lorde

Esce il 9 settembre “My Boy”, nuovo lavoro del cantautore neozelandese che è in tour con la conterranea Lorde. L’abbiamo incontrato a Roma
Marlon Williams - My Boy - intervista - foto di foto di Derek Henderson- 1
Marlon Williams (foto di Derek Henderson)

La voce di Marlon Williams ha qualcosa di antico. Ricorda i cantanti degli anni ’50, quando l’ugola era forse più importante dello spartito e non eccedeva in virtuosismi. Particolare che ce lo rende più simpatico, anche perché incontrandolo in una giornata bollente con in testa un cappellino dove campeggia il nome di una mitica trattoria di Trastevere, non pensi di avere di fronte un performer che ha stregato Bradley Cooper.


Dopo averlo sentito cantare Pretty Woman di Roy Orbison (ecco…) al Troubadour di Los Angeles, l’attore l’ha voluto a tutti i costi – seppure in un cameo – sul set di A Star Is Born. A proposito, Marlon Williams è anche un ottimo attore. Negli ultimi quattro anni ha avviato con successo una carriera cinematografica con ruoli importanti in film e serie TV.


Il nuovo album, My Boy

L’ultimo lavoro firmato solo Marlon Williams risale addirittura al marzo del 2019 ed era un disco dal vivo, Live at Auckland Town Hall. Per aspettare il seguito del magnifico debutto del febbraio del 2018, Make Way for Love, dobbiamo aspettare fino al 9 settembre.

Anticipato da due singoli, My Boy (Dead Oceans / Goodfellas) coniuga oltre al pop anche un leggero indie rock e un certo folk con ritmi polinesiani e chitarre bluegrass, forse un retaggio dall’esperienza country avuta con la coppia Kacy & Clayton due anni fa.

Per l’occasione Marlon Williams ha messo su una all-star band composta dal produttore Tom Healey alla chitarra elettrica, Paul Taylor (Feist) alla batteria, Cass Basil (Ladyhawke e Tiny Ruins) al basso, Mark Perkins ai cori ed Elroy Finn (il figlio di Neil Finn) alle percussioni.

L’abbiamo incontrato sulla scalinata dell’Auditorium di Roma in attesa delle prove come supporter per la superstar Lorde, che l’ha ospitato nel suo tour mondiale che ha anche toccato la capitale e Villafranca di Verona a giugno.

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Marlon Williams (foto di foto di Derek Henderson)

L’intervista a Marlon Williams

Che dire, Marlon, sei a Roma d’estate e apri per Lorde: direi una bella giornata per te.

Solo per il fatto di essere qui dovrei passare tutta la giornata ad ammirare la città. Ieri ho mangiato cacio e pepe a Trastevere in una trattoria che si chiama Da Enzo (abbassa la testa e mi mostra il suo cappellino con la scritta “Enzo”, ndr) e sono impazzito. Sono andato sotto il colonnato del Pantheon e mi sono messo a cantare, ho avuto i brividi dall’effetto della voce. Ogni cosa che faccio in questa città è un’esplosione per i miei sensi. Davvero, spero di non essere banale o retorico…

Fa sempre piacere sentir dire che Roma è magnifica, e Lorde? Com’è aprire per lei? È una tua conterranea…

Sì, in generale amo queste sfide: aprire per artisti che hanno la loro audience, i loro fan che non necessariamente ti conoscono. Per me è un allenamento come performer e artista per capire come relazionarmi con le emozioni del pubblico. Un’ottima palestra, e in più Lorde e il suo team sono davvero squisiti.

Sei presente come guest su Solar Power. Ho apprezzato assai i tuoi vocalizzi in Ocean Feeling.

In quel frangente purtroppo abbiamo lavorato a distanza. Ma devo dirti che sin dai primi provini sui quali ho dovuto lavorare mi sono accorto del fraseggio vocale intensissimo che possiede questa artista. Ne ho conosciuti pochi come lei. E adesso che sono qui come supporter me ne accorgo anche dal vivo, ovviamente.

Devo dire che all’inizio mi ha sorpreso questo scivolamento verso un’attitudine pop nel tuo nuovo album. Ma dopo averlo ascoltato con attenzione ho pensato: “Che qualità di riferimenti, e così diversi! Dai Kinks in Soft Boys a John Lennon in Princess Walk”.

Con My Boy non volevo assolutamente fare un album “omogeneo”. Per usare una metafora, ho creato una sorta di “foschia” attorno a tutto il disco, un ambiente dove tutto non fosse preciso e delineato. Non mi sono messo a tavolino a scrivere canzoni pensando “Questa è pop e la prossima sarà qualcosa d’altro”… Le ho lasciate crescere senza dare loro un’esatta direzione.

Princess Walk è un gioiellino. Oltre a Lennon mi fa venire in mente Rufus Wainwright.

Hai pescato quella che per me è la canzone più oscura del disco! Davvero difficile per me parlare con distacco di Princess Walk… Nell’album ci sono così tante figure maschili che si aggirano nei testi, e anche qui è presente. Ma davvero non riesco a dire di più su Princess Walk. È stato più il mio subconscio a guidarmi che un momento di scrittura studiato e intenzionale. Ecco, hai colto un esempio perfetto di com’è andata la stesura di molte delle canzoni…

A proposito di spontaneità, nell’omonimo singolo di lancio dell’album per la prima volta non canti ma vocalizzi in una delle strofe. My Boy è così estiva e fresca…

È la mia canzone preferita ed è il tipo di pop che avevo in testa. Ho pensato a Smokey Robinson mentre la scrivevo. My Boy è tutto sentimento e divertimento.

E per la prima volta hai anche inserito un po’ di parole in Maori nel disco!

Mi è piaciuto dare una spruzzata di poche parole Maori qua e là nei test. Perché comunque viviamo in un mondo pieno di lingue e mi pareva divertente fare questo gesto, che poi musicalmente funziona!

Devo dire che ti sei fatto aspettare per dare il degno seguito al tuo magnifico album del 2018, anche se hai collaborato per un album di country con la coppia Kacy & Clayton nel 2020.

Nel complesso è stato tutto molto strano, senza essere in tour e da solo nella mia abitazione. Il disco ha avuto una lunga gestazione nella fase di scrittura. Avevo iniziato poco prima che la pandemia ci fermasse. E ho cominciato poi a registrare ad Auckland nello studio di Neil Finn dei Crowded House (il figlio Elroy suona nella band di Marlon, ndr). In quel momento è stato bello ritrovarsi con i musicisti e lavorare assieme.

Dopo il cameo in A Star Is Born ho letto che ti piacerebbe recitare.

(Intanto si sente una voce perentoria che esclama: “Si sposti da lì per terra, sta per arrivare la scorta con Draghi!”, ndr) Scusami, mi devo alzare e spostarmi, mi hanno preso per un homeless… (ride di gusto, ndr)

Non ti preoccupare, son cose che possono accadere se sei a Roma… Tutto a posto?

Sì sì, recitare è una velleità ma certamente mi intriga. Pensa che quando tornerò ad Auckland farò l’attore in un film che parla di recitazione. Non posso dire molto di più, è tutto top secret, ma è curioso, no?

Nel tuo precedente album c’era un gioiellino: What’s Chasing You, nel 2019 penso fosse nella top 5 delle canzoni che ho più suonato su Spotify. Come nacque?

La canzone consta di due parti ben distinte: il ritornello, che è veramente semplice, nacque con immediatezza; e poi strofa e ritmica furono abbastanza complicate da costruire tutto attorno, trovando una soluzione che rendesse giustizia all’immediatezza del ritornello. Come sempre è una questione di mescolare assieme intuizioni e ragionamenti…


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