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Leon Bridges: classico e moderno, nel segno di Sam Cooke

Gospel, soul, rhythm & blues sono diventati sempre più una cosa sola. Leon Bridges è il cantante che secondo la più azzeccata definizione “suona esattamente come appare”

Leon Bridges - 3 - Jack McKain
Leon Bridges - 3 - Jack McKain

Gospel, soul, rhythm & blues sono diventati sempre più una cosa sola. Tre semi che provengono dall’America razziale dei “separati ma uguali” (cioè diversi) per un unico albero che in oltre mezzo secolo di vita pubblica ha prodotto strati di corteccia e una sterminata quantità di rami che rappresentano generi, sottogeneri e categorie ormai standard nella pop music del nuovo millennio. Un albero, un tronco: soltanto a toccarlo si viene proiettati nel revival. Il tronco della vita della black music, al quale solo i più abili e dotati possono oggi abbeverarsi: tra costoro va riservato un posto sul podio a Leon Bridges, non ancora trentenne, il cantante che secondo la più azzeccata definizione mai letta fin qui sul suo conto “suona esattamente come appare”.

Leon Bridges - 1

Leon Bridges – 1

Georgia to Texas (da Good Thing, 2018, traccia 10)

La strada dell’anima è tracciata e abbraccia gli stati del sud: si parte da Atlanta, si attraversa l’Alabama, si arriva a Clarksdale nel Mississippi. È la città natale di Sam Cooke, primo e immediato riferimento nelle lisce note del primo vero brano scritto e interpretato da Leon Bridges quando, da studente di arte scenografica di giorno e lavapiatti di sera, fermava il pubblico improvvisando con la sola voce nei locali della zona industriale della sua Forth Wort, dove sostiene di voler continuare a vivere nonostante la celebrità.

La canzone in questione è il 1963 che arriva fino ai giorni nostri, ossia la storia della madre, Lisa Sawyer, che da New Orleans (già, il viaggio è ricominciato e non poteva non toccare le coste meridionali della Louisiana) parte con i suoi “capelli lunghi come il mare / la carnagione di una dolce pralina” (hair long as the sea / the complexion of a sweet praline) fino a trovare la fede e dunque la conversione. Siamo adesso a poche miglia da Dallas, a casa Bridges, dove per Leon il viaggio intorno al mondo è invece appena iniziato. Eppure lui ha già prestato alcuni dei suoi pezzi più orecchiabili per le pubblicità dei più grandi brand multinazionali, nonché offerto il mood più greve e malinconico a un’acclamata serie tv come Big Little Lies.

Better Man (da Coming Home, 2015, traccia 2)

Più salgono le vendite, più crescono le aspettative, più il suo folgorante album d’esordio correva il rischio di finire archiviato, dopo gli applausi, tra i migliori album di maniera della musica contemporanea. I primi successi di Leon Bridges hanno però una caratteristica che li rafforza: resistono nel tempo perché sono fuori dal tempo. Sono anche e soprattutto i giovani a rendere merito allo stile dolce del Nostro. Lo dice un dato su tutti: Coming Home è il primo singolo e dopo nemmeno un mese dalla pubblicazione è già nella Top10 degli ascolti più virali di Spotify. Su Billboard, che le generazioni del consumo musicale le ha attraversate tutte, il disco debutta direttamente alla posizione numero 1 della chart R&B / Hip-Hop.

In un attimo ‪Leon Bridges è un ragazzo famoso che si descrive alla rivista così: “Scrivo canzoni oneste che vengono dal cuore”. Negando contestualmente di essere frutto di una banale trovata commerciale. Che abbia ragione lui lo dimostra la riconoscenza che lo tiene legato a chi credette in lui per primo, ovvero due musicisti minori di un gruppo psych-rock di Dallas a nome ‪White Denim. Nulla di più distante dalla tradizione anche nei costumi (adesso griffati, ma pur sempre mirati) con i quali Leon Bridges si presenta ai suoi concerti: uomo dell’altro secolo pienamente consapevole delle frontiere sociali ben diverse del 2018.



Bad Bad News (da Good Thing, 2018, traccia 2)

Brutte notizie per tutti coloro che pensavano che il discorso artistico del Nostro si fermasse al vintage, che di questo si nutrisse per godersi una prigione dorata sotto il segno della mera reincarnazione di ‪Sam Cooke, figura che diventa presto ingombrante nei commenti intorno a ‪Leon Bridges. Il secondo (e nuovo) album è un primo passo di lato per smarcarsi e sentirsi totalmente moderno. E non solo perché il pezzo portante, Bad Bad News, è l’antitesi della “Good News” degli antenati. Sono gli arrangiamenti e un pizzico di sano fattore rischio a rimettere in discussione molto di ciò che veniva dato per scontato.

È un Leon Bridges che strizza l’occhio con gusto alle sale da ballo più esigenti, recupera persino raffinatezze ’70s e sprazzi di George Benson. Però non si snatura, e questo aspetto sarà decisivo anche in un futuro prossimo visto che come idolo mantiene un futurista dell’R&B come Usher e non si nega a collaborazioni anche ardite (ultima in ordine di tempo con la rapper Dej Loaf nel brano-manifesto Liberated). Brutte notizie insomma per chi prevedeva che Leon Bridges fosse destinato agli scaffali e alla polvere riservati alle imitazioni, per quanto anche di buon livello.

Leon Bridges - 2 - Jack McKain

Leon Bridges (foto di Jack McKain)

Twistin’ & Groovin’ (da Spotify Sessions, 2016, traccia 8)

Vita alta, pantaloni a zampa d’elefante, polo a righe orizzontali, cintura di pelle extralarge, scarpe basse bianche da ginnastica. La figura di Leon Bridges è un soffice navigare (ripescate il groove di Smooth Sailin’) verso le tentazioni delle trasmissioni televisive – e delle copertine dei dischi – ancora in bianco e nero.

Questo teletrasporto anche visivo, andata e ritorno, che viene instillato nel pubblico è il maggior pregio di Bridges, insieme alla voce della quale Madre Natura l’ha dotato. Bianca perché carezzevole, nera perché black e basta. Più grintosa dal vivo, come per ogni artista che sappia tenere il palco, eppure capace di non perdere nemmeno una virgola di quella chiave schmaltz che resta la carta vincente di un umile servitore di una tradizione musicale autoctona, alternativa eppure capace di parlare alla massa. Di fiumi, di fiori, di uomini e donne, di casa.

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