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Laura Pausini: «Faccio quello che sono» – Cover Story Marzo

Il nuovo disco di inediti di Laura Pausini è “Fatti Sentire”. ll singolo attualmente in rotazione radiofonica è invece “Frasi a Metà”. Ecco la nostra intervista

Laura Pausini: il nuovo album è "Fatti Sentire"
Laura Pausini: il nuovo album è "Fatti Sentire"

L’appuntamento è per le 20:30, ore italiane. Laura Pausini è appena arrivata a Miami dopo alcuni giorni a Madrid, dove ha registrato le prime puntate del talent Factor X, di cui è giudice. A quasi due anni e mezzo dall’ultimo disco di inediti, Simili, è pronta per scrivere un nuovo capitolo della sua storia. Lo fa con Fatti Sentire, un album di quattordici tracce che la vede spostarsi da ballad intime a canzoni che abbracciano l’elettronica, senza farsi mancare un pezzo reggaeton (rigorosamente in spagnolo).

Non si risparmia mentre mi spiega come ha lavorato su questo disco che – anche se non è strettamente autobiografico – racconta tanto di lei. Di ciò che è stata. Di tutto quello che ha imparato, anche e soprattutto sbagliando. Nonostante i chilometri – e le ore di fuso orario – che ci separano, nella voce si sente la sua voglia di raccontarsi senza filtri, di sentirsi bene. A casa.

Laura Pausini è l’unica donna italiana vincitrice di un Grammy Award. Ma dall’altra parte della cornetta sento solo una donna che ama (profondamente) ciò che fa. E che ancora una volta lo vuole raccontare, com’è nel suo stile, a tutto il mondo.



Hai scritto che “le cose si fanno quando è il momento. Il mio è adesso”. Di che momento si tratta?

È una frase che ho usato per spiegare come mai esco ora con un disco e per dire che, in realtà, nella musica non ci sono dei momenti che si possono programmare e definire. Il mio è questo perché adesso sono pronte le canzoni, adesso è pronto quello che musicalmente mi rappresenta e mi fa sentire desiderosa di cantare nei dischi e dal vivo.

Fatti Sentire viene quattordici anni dopo Resta in Ascolto. Sono entrambi dischi basati sul concetto dell’ascoltare. Cos’è cambiato? Prima era il bisogno di dire la propria e ora, invece, c’è più apertura all’ascolto?

Esattamente. Resta in Ascolto è un disco in cui ho detto cose molto personali, gridandole e sfogandomi. È un album molto autobiografico. Fatti Sentire è un invito (che faccio anche a me) a non avere paura di tirare fuori la propria personalità, di dire chi siamo. È un lavoro che ha molti legami con Resta in Ascolto ma può anche essere visto come il seguito del mio penultimo disco di inediti, Simili.

Perché?

Simili è stato il mio primo disco non completamente autobiografico, il primo con il quale ho avuto il coraggio e la voglia di non raccontarmi più in prima persona. A dire la verità questa è una cosa che avevo sempre cercato di evitare: la musica per me è una terapia, una valvola di sfogo. Non ho mai vissuto la musica come un mestiere. Non ho mai fatto un disco pensando di fare un compito. Ho sempre registrato dischi per mia necessità, in base a quello che mi succedeva.



E poi? Che cosa è successo?

Dopo tanti anni e dopo tante cose che sono riuscita a eliminare o comunque gestire anche dentro di me (come le rabbie e le paure, le solitudini e le malinconie) ho capito che la musica mi ha aiutato. Quando stavo per scrivere Simili mi sono resa conto che tante cose che volevo dire di me le avevo già dette. Ho cominciato a leggere con più attenzione le mail o i messaggi che mi scrivono le persone che mi seguono. Ho iniziato ad ascoltare le storie che mi raccontano le persone vicino a me. Così come Simili, anche Fatti Sentire nasce da racconti che ho letto, da storie che ho sentito, anche se in realtà questo disco è anche una riflessione su ciò che io ho imparato in questi anni attraverso il mio ascolto delle persone.

È un percorso affascinante.

Sì, assolutamente. Ma sai cosa? Anche io ho delle cose irrisolte. Anche io ho delle fragilità e delle paure che a volte rimangono chiuse in me. Per molte persone può essere strano che io dica questa cosa perché quando sono sul palco mi sento molto libera, non ho freni, non ho paura. Io ho più paura quando sono giù dal palco. C’è tantissima gente che per paura di essere giudicata non si racconta davvero per quello che è. E spesso così si reprimono i talenti che possono essere artistici, ma anche emozionali e personali. Il mio è un invito, una volta ancora, a essere noi stessi perché siamo diversi.

È proprio un seguito di Simili. Perché c’è questa paura di essere se stessi?

Sono ormai un po’ di anni che ricopro il ruolo di giudice in alcuni talent show in giro per il mondo e, ad esempio, noto una grande disinvoltura della nuova generazione davanti a una telecamera o a un giudice. Ma allo stesso tempo ho anche visto come tanti arrivino alle audizioni con una sicurezza che è finta. Vengono a mostrare ciò che probabilmente il pubblico e i giudici si aspettano da loro. Quando poi venivano spronati a non essere uguali allo stereotipo che tutti abbiamo nella musica, uscivano alcuni loro aspetti completamente diversi. Parliamo tanto di libertà e di essere noi stessi ma alla fine siamo comunque tutti suddivisi in categorie.



Non è un disco autobiografico ma racconti esperienze e sensazioni che tanti possono provare nella loro vita. C’è qualcosa di tuo nelle storie di Fatti Sentire?

Sì, le ho vissute anche io negli anni. Il primo singolo Non È Detto, ad esempio, racconta una cosa che ho vissuto quindici anni fa. Però, vedi, qualche anno fa non avrei mai potuto cantare di un amore che finisce, facendolo dal punto di vista di chi decide che questa storia non può andare avanti. Non ero capace di guardarmi così, dal di fuori. “Avere il cuore dalla parte giusta” è una frase pesante ma molto importante. Significa che è necessario essere onesti e rispettosi. Rimanere lì, in quella parte del cuore, non andare via. E questo significa anche, a volte, prendere delle decisioni e rischiare. Tante storie rimangono così, sospese, fisse, senza nessuna evoluzione e senza uno stop. Molte volte le risposte non arrivano se non hai il coraggio di prendere tu le decisioni.

Ti fa paura l’idea di restare intrappolata in una situazione del genere? In un rapporto d’amore, ma non solo.

Io ho vissuto una situazione così in una storia d’amore e mi è costato tanto riconoscerlo. È difficile ammettere che sei in un punto che non va né avanti né indietro. Se stai aspettando che succeda qualcosa, significa che stai ancora sperando e non hai il coraggio di prendere una decisione. Ma è una sensazione che capita anche nel lavoro: ogni volta che devo prendere una decisione ci metto molto tempo. È difficile sapere come farlo. Non è sempre facile giustificarci nel capire perché è finito qualcosa.

Perché hai scelto Non È Detto come brano del tuo ritorno?

Secondo me è molto emozionante a livello musicale. Ci tenevo molto a uscire con una ballad. In Europa è ancora possibile sentire questo genere, ma la stessa cosa non accade in America. Mi sentivo desiderosa di uscire con quello che è il genere che mi ha cambiato la vita e che poi è quello che mi piace di più cantare. Come sai, in questi anni ho cantato delle canzoni più allegre e più leggere, degli up-tempo che, ad esempio, con Innamorata mi hanno avvicinata al pop/reggaeton. Però volevo che la prima canzone rappresentasse il mio mondo al cento per cento. Quando ho sentito una parte della musica di questa canzone, l’ho subito sviluppata a casa mia insieme a Edwyn Roberts. Poco dopo Niccolò Agliardi ha scritto un testo bellissimo. Di solito esco sempre con la ballata che più mi fa venire la pelle d’oca. Viviamo in un momento in cui prendere delle decisioni è difficile. Vogliamo fare i duri ma siamo tutti un po’ più fragili.



Come hai lavorato sulla parte sonora del disco? Mi sembra che tu abbia osato molto.

È stato un processo che è nato dalle canzoni stesse. Quando mi arrivavano i provini, li sentivo e cercavo di capire con quali produttori poterli lavorare. Ho cercato di far sentire loro dei suoni o dei mondi che volevo provare, anche solo per vedere se potevo cantarli bene, se potevo esserne capace. Ad esempio Zona d’Ombra e Fantastico (Fai Quello Che Sei) hanno richiami al mondo di Justin Bieber e di The Weeknd. Il Caso È Chiuso e Un Progetto di Vita in Comune hanno lo stesso produttore dei Coldplay: volevo che avessero quei suoni lì. A volte faccio esperimenti cantando delle canzoni famose di generi differenti dai miei con la mia voce. È giusto essere aperti da questo punto di vista. Quando ero più piccola mi davo molte più regole a livello di scelta di produttori o suoni da utilizzare ma questa è una mentalità molto provinciale. Sbagliata e chiusa. Sperimentare è utile anche per trovare suoni nuovi dentro la propria voce. Nel disco c’è anche una canzone reggaeton, Nuevo. Sono molto curiosa: mi daranno della pazza!

Sei preoccupata di cosa diranno in Italia di questa tua apertura?

Sinceramente no. Gli italiani sono ancora abituati a comprare i dischi. In America, invece, ormai da tre/quattro anni fanno solo uso dei singoli che escono poco per volta. Il pubblico italiano è più abituato a sentirmi cantare altri generi. Ad esempio, in Simili c’era Tornerò (Con Calma Si Vedrà) che era super latina. Per Innamorata ci aveva lavorato Printz Board, che ha collaborato con anche i Black Eyed Peas. Chi mi segue un po’ di più sa che mi piace sperimentare. Tra l’altro Nuevo l’ho lasciata in spagnolo perché quando ho provato a farla in italiano mi sembrava non avesse più la sua forza.

In effetti nella versione italiana del disco ci sono un brano in spagnolo e uno in inglese. Mi sembra che tu non l’abbia mai fatto.

Esatto. Di solito provo la maggior parte delle canzoni in inglese. Quando ho fatto i provini di No River Is Wilder ho capito che era la mia canzone preferita del disco. Ho chiamato almeno dieci autori per aiutarmi a scrivere un testo in italiano, ma non è arrivato niente che mi emozionasse. Ho pensato: «Forse è un segnale abbastanza chiaro che la canzone va lasciata così». Quindi ho lasciato il testo del provino e ne sono contenta. E poi da quando ho fatto From the Inside (disco in inglese uscito negli Stati Uniti nel 2002, ndr) non ho più cantato tante canzoni in inglese e le persone che vivono in Nord America e in Nord Europa continuano a chiedermi un disco così. Io al momento un intero album in inglese non ho voglia di farlo: non ci sarebbe un perché. Invece questa canzone è nata così: è vera.



Per quanto riguarda i testi, ci sono conferme ma anche nuovi nomi. Hai scelto gli autori o i brani?

Ho scelto le canzoni. Non ho commissionato nulla. Io di base preferisco cantare canzoni scritte da italiani. Credo che una parte della mia fortuna sia dovuta a questo: anche se traduco i miei pezzi in spagnolo e, a volte, in inglese e portoghese, la scrittura musicale delle mie canzoni è italiana. A me piace quella. Mi sono arrivati tanti pezzi dall’America, dall’Inghilterra, dalla Svezia. Alcuni di questi, poi, li ho registrati. Il brano La Soluzione, ad esempio, è già uno dei miei preferiti di tutta la mia carriera e io conoscevo bene solo uno dei suoi autori. Molto spesso chiedo che mi vengano mandati gli mp3 senza sapere altro: non voglio farmi influenzare dai nomi.

Ho notato che nei testi di Fatti Sentire ci sono tante immagini concrete, di vita quotidiana.

Mi fa piacere questa tua osservazione perché è stata una richiesta molto diretta che ho fatto: finché non mi arrivavano frasi del genere bisognava lavorare ancora sulla canzone. A me piacciono molto le frasi che in un’unica riga riescono a raccontarti una storia intera: un messaggio dritto, una fotografia. Ecco perché poi c’è tutta la storia fotografica nel concetto grafico di Fatti Sentire. Io compro un sacco di dischi e dopo tanti anni ho voglia di ascoltare quelli che hanno dei testi con delle frasi fotografiche. Ho la fortuna di avere al mio fianco Niccolò Agliardi. Stiamo settimane intere a discutere sulle singole parole: mi ha insegnato a vedere una fotografia in una frase poetica.

E poi ci sono anche frasi come “Fai quello che sei” che nascono durante il concerto di San Siro del 2007 e finiscono in una nuova canzone…

Sì. Quella frase ce l’ho in bocca da tanti anni, da quella famosa notte a San Siro. Ti confesso che ogni anno scrivo una canzone che si chiama Fai Quello Che Sei ma che non va mai a finire nel disco. Ogni volta la musica non è mai adatta o non è abbastanza forte come quella frase. Capita che quando sono sul palco mi scappino delle frasi orrende, ma quando mi è venuta “Fai quello che sei” ho pensato che fosse una frase da portarmi dentro per tutta la vita. Non devo aver paura di dirmelo e di farlo. E io ho molto bisogno di dirmi le cose. Tanti miei fan hanno preso quella frase e negli anni l’hanno portata con loro, me la scrivono ancora oggi negli striscioni e sapevo che volevo fare una canzone che si chiamasse così. Avevo bisogno che la musica corrispondesse a quelle parole. Non arrivava mai ma finalmente l’ho trovata.



Mi ha commosso la canzone che hai scritto per Francesca, la figlia di tua cugina, che ci ha lasciato per colpa di una brutta malattia genetica quando aveva poco meno di tre anni. Si sente tanto la tua commozione nel cantarla.

L’ho cantata una volta sola. Quello che sentite è quello che ho cantato. Ci sono due errori di intonazione che avevo provato a correggere con l’autotune ma poi li ho lasciati perché non aveva senso farlo. Francesca è il vero significato di essere un cantante. È il vero significato di fare una canzone. La prima voce che fai sulla registrazione di un disco è il vero significato per il quale hai scelto quella canzone e hai deciso di cantare quelle parole. Nell’imperfezione di quella prima volta senti tutto. Quel sospiro che c’è tra le ultime due frasi del brano c’è stato perché non sapevo come andare avanti, o forse perché non ce la facevo più. È una canzone che non canterò più. Mai più. È uno sfogo. Io non l’ho fatta per il disco, ma per mia cugina Roberta. Quando gliel’ho regalata a Natale, ero lì dai miei genitori in Romagna, l’ho chiamata a casa, le ho dato questo pacchettino con il cd con la canzone e le ho chiesto se le faceva piacere che la mettessi nel disco. Lei e il papà di Francesca mi hanno detto di sì e ovviamente tutto l’incasso della canzone è devoluto alla Bimbo Tu Onlus, che ha aiutato Francesca e i suoi genitori fino all’ultimo giorno. È dedicata a loro.

All’ultimo Festival di Sanremo sei uscita a cantare in mezzo al pubblico. Ti mancava?

È stato il momento più bello. Mi manca molto il contatto con il pubblico. Sempre di più. Cantare con la gente è la cosa più bella del mio lavoro. A volte sento dire da qualche mio collega che il tour è molto stancante, e in effetti fisicamente lo è. Non ci si immagina quanto possa essere duro ma allo stesso tempo è la vera essenza di tutto. È come quando ero in camera mia, solo che ora non sono più lì. Ma l’emozione è molto simile. Mi hanno spesso criticato perché ho sempre detto che non volevo essere famosa. Ho vissuto in un’epoca in cui non c’erano i talent, non c’era internet. E se nasci in un paese molto piccolo i tuoi sogni non arrivano ad essere così tanto grandi.

Che cosa desideravi?

Pensavo: «Magari da grande dovrò andare a vivere da Solarolo a Faenza, cavolo. È lontano: sono 15 chilometri!». Invece i chilometri di un sogno sono molto più grandi. Io volevo fare l’architetto e volevo cantare nel ristorante di fianco a casa dei miei genitori. Quello che vivevo nella mia mansarda, mettendomi le cuffie e facendo finta di essere la corista degli Wham! era molto emozionante. Quando poi ho cominciato a cantare le mie canzoni (da La Solitudine in poi) è stata una bomba. Non ero più una corista degli Wham! ma raccontavo la mia storia. Quindi, cavolo, è stata una roba pesante. Non voglio dire una bestemmia ma il principio con il quale la canto per me è lo stesso in mansarda così come a San Siro. L’importante è il perché canto quella canzone. Ovviamente se apro gli occhi e mi trovo San Siro davanti, porca vacca, viene la tachicardia!



A proposito, il tuo tour mondiale si aprirà con due anteprime al Circo Massimo di Roma. Ci stai lavorando?

Ho già cambiato sei palcoscenici (ride, ndr). Quest’anno sto rompendo le scatole a livelli assurdi. Sarà l’architetto mancato che c’è in me! Vorrei una cosa nuova e facile da guardare. Non mi preoccupa la parte musicale, di cui sono sempre molto convinta e sicura (anche se fare la scaletta è sempre difficile). Quando ho fatto la tournée di Inedito, ho lavorato con Mark Fisher che è stato uno dei più grandi artisti di spettacoli dal vivo. Alcuni mi hanno criticato dicendomi che era uno show troppo imponente. Poi per la tournée successiva (quella di The Greatest Hits) molti mi hanno detto che era troppo semplice. Io forse mi faccio troppi problemi. La verità è che oggi ci sono tanti elementi tecnologici e grafici che possiamo usare: cerco sempre di andare in giro, cercare, guardare cosa c’è di nuovo. Io vorrei fare una figata! Dobbiamo farci vedere e farci sentire da tutti quando siamo fuori dall’Italia. In alcuni posti in cui suoniamo in America si esibiscono negli stessi giorni nomi come Alicia Keys o Lady Gaga. Vorrei che la gente uscisse dicendo: «Oh, mica scherza quell’italiana della Pausini!».

Sei una grande fan delle serie TV. Riesci a seguirle tra un impegno e l’altro?

Ne vedo tante prima di andare a letto perché mi rilassano. Quando guardo una serie non penso a tutto quello che ho fatto durante il giorno e a quello che devo fare il giorno dopo. Stacco di brutto, insomma. Anche perché adesso, dopo tanti anni che faccio questo mestiere, guardo i videoclip e sento la musica in modo diverso: a volte anche ascoltare musica è diventato troppo professionale. Invece le serie io non so come vengono girate e non mi interessa: seguo la storia e basta. Ho appena finito The Marvelous Mrs. Maisel: bellissima. Poi sto guardando Touch, la serie con Kiefer Sutherland che parla della storia di un bambino autistico che, attraverso i numeri, manda indicazioni al padre. È molto emozionante. Ma ora sto aspettando con ansia di vedere il finale della seconda stagione di This Is Us. Sono innamorata pazza di Milo Ventimiglia.



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