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Ivan Cattaneo: «Non sarà l’affossamento del DDL Zan a fermare l’evoluzione sociale e culturale»

Polisex, un inno alla fluidità di genere e alla libertà espressiva, compie i suoi primi 40 anni e, per festeggiare, è in arrivo una compilation speciale. La nostra intervista
Ivan Cattaneo. Foto: Nikka Dimroci
Ivan Cattaneo. Foto: Nikka Dimroci

A volte le canzoni sono in anticipo sui tempi. Come Polisex, un inno alla fluidità di genere e alla libertà espressiva, che rappresenta bene anche l’eccentricità multiforme del suo autore Ivan Cattaneo. Cantautore, showman, attivista LGBTQI+, pittore di ispirazione futurista, artefice di irriverenti riletture elettropop di classici italiani anni ’60. Quarant’anni fa, in un’Italia ancora in bilico tra anni di piombo e riflusso, tradizione e innovazione, Polisex fu una meteora improvvisa, la cui scia è stata più luminosa nel tempo che al momento della prima apparizione.

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Renato Zero aveva sdoganato il Triangolo amoroso, cantando a squarciagola “la geometria non è un reato”, ma la polimetria era ancora qualcosa di inaudito e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Quel modo di coniugare creatività e amore non ha perso un glitter del suo fascino, anzi è diventato attualità. A festeggiare i suoi primi 40 anni è una compilation in vinile giallo edita da Soter/Self che, sulle orme di un album iconico come Slave To The Rythm di Grace Jones, ripropone il pezzo in 10 differenti versioni. Si va dalla future house all’unplugged, dal progressive rock alla trap.


Parlare con Ivan è, come sempre, qualcosa di piacevole e sorprendente.

In rete circola il video di una tua ospitata a Domenica In, in cui Raffaella Carrà ti intervista, prima che tu canti Polisex. Raffaella fa i complimenti ai tuoi occhi verdi e tu rispondi che in realtà si tratta di lentine a contatto colorate. Te lo ricordi?

Erano appena uscite. Credo di essere stato il secondo a portarle in Italia, la prima è stata Lara Saint Paul. Le faceva a mano un ottico che stava a Milano in Via Rembrandt. Stupenda la Carrà. Sono andato da lei anche in periodo natalizio, per cantare Tu scendi dalle stelle, mandato da Caterina Caselli. Mi misi in testa delle candele tipo Santa Lucia svedese. L’idea funzionò e piacque molto anche a Raffaella.

Tornando all’esibizione di Polisex, era una cosa molto avanti presentare un pezzo sulla fluidità di genere nel bel mezzo del pomeriggio domenicale di RAI 1 anni ’80…

Magari in modo naïf. Avevo delle intuizioni sul fatto che il modo di pensare l’identità sessuale e di genere dovesse in qualche modo aprirsi, però l’acronimo LGBTQI+ non esisteva ancora nemmeno come concetto.

La parola Polisex invece come è nata?

Alla fine di un concerto una persona dall’aspetto indefinibile venne a chiedermi l’autografo e io ingenuamente chiesi se fosse un uomo o una donna. Mi rispose che non si sarebbe mai aspettata una domanda così sciocca da me e che si pensava “polisex”. La definizione mi piacque subito, perché è fatta per non costringere nessuno in un ruolo e per comprendere chiunque.

Mi sembra un’ottima idea. Non sarebbe il caso di fare un DDL al riguardo?

Sì (ride, ndr). Di tanto in tanto sento l’on. Zan. Era mio fan da piccolo. Mi scriveva le letterine. Comunque non sarà l’affossamento del DDL Zan a fermare l’evoluzione sociale e culturale. Il mondo cambia incessantemente e lo fa anche da solo. Quella di essere liberi dalle costrizioni è una esigenza insopprimibile. Io ho sempre detto che la sessualità non è bianco o nero, è una scatola di pastelli in cui devono potersi ritrovare le persone di ogni colore.

A proposito di colori, tu dipingi da sempre e ormai esponi le tue opere in contesti importanti. Come ti trovi nel circuito delle gallerie d’arte, rispetto a quello musicale?

Sono apprezzato da nomi importanti come Marco Lodola e avrò l’onore di una personale al Cabaret Voltaire di Zurigo, dove è nato il dadaismo. Il mondo della pittura, soprattutto di ricerca, è un ambiente più svincolato dalle leggi di mercato rispetto alla musica. Inoltre quando dipingi sei da solo con la tua tela, non ci sono tutti gli intermediari imposti dalla produzione di un brano musicale.

E quando invece sei da solo con la tua chitarra, come accade anche nella compilation dedicata a Polisex, in cui troviamo una versione unplugged del pezzo?

Be’, sì, prendi per esempio Bob Dylan. Basta ascoltare lui in versione chitarra e voce per avere una idea di libertà creativa. Polisex è nato chitarra e voce. La versione sulla compilation è un ritorno alle origini. Partimmo da quella bozza in acustico per realizzare il pezzo in studio con una serie di musicisti incredibili. C’erano Walter Calloni, gli arrangiamenti erano di Tony Mimms, uno che ha lavorato con Celentano, Baglioni, Tozzi, Celentano. La CGD spese 266 milioni di lire per Urlo, l’album di cui Polisex faceva parte.

Nonostante questo sforzo produttivo mi sembra che in tutto il disco si respiri una grande libertà di osare. Ti sembra cambiato oggi il rapporto tra autonomia creativa ed esigenze produttive? Penso ad un giovane talento come quello di sangiovanni, che per il suo approccio fluido e istintivo può far pensare a te e che non a caso ha la Caselli come mentore.

Senza generalizzare, credo che oggi la musica sia in tanti casi un po’ troppo prodotta e in un modo standardizzato. A volte si fa fatica a mettere a fuoco la personalità dei singoli artisti. È come se la produzione tendesse a smussare le particolarità dei pezzi. In questo modo però si toglie ai giovani la possibilità di sperimentare.

Di chi è la colpa secondo te? Delle case discografiche?

Ovviamente è un complesso di ragioni. Il fatto è, però, che oggi se oggi se un giovane non fa successo col primo disco viene abbandonato. Ed è difficile farcela con un disco, soprattutto se stai proponendo delle cose molto nuove. Discografici come Nanni Ricordi o Ennio Melis davano la possibilità di tanti tentativi. Se non ci fosse stato Ennio Melis, per esempio, Lucio Dalla non sarebbe mai nato. I suoi primi dischi vendevano pochissimo, ma lui come discografico ha insistito e i fatti gli hanno dato ragione. C’era spazio per idee nuove e comunicazione fra gli artisti. A casa di Nanni Ricordi ci si ritrovava tutti assieme con Benigni, Mariangela Melato, Carmelo Bene. Nascevano continuamente idee.

Ivan Cattaneo. Foto: Nikka Dimroci

C’è qualche aneddoto del periodo che ti va di raccontare?

Di Anna Oxa e del fatto che la aiutai a trovare il proprio look, tra Bowie e Maria Callas, per il debutto sanremese ho raccontato tante volte. Mi piace ricordare anche una festa all’idroscalo di Milano, che aveva dato Dina, la parrucchiera di Mina, che ho poi presentato alla Oxa. Incontrai Enrico Ruggeri, mi disse che stava facendosi strada nel mondo della musica. Gli diedi dei consigli. Poi mi ricordo di Battisti. Mi disse che il mio primo disco, UOAEI, gli piaceva molto per via del batterista, Walter Calloni, che infatti chiamò poi a suonare con lui nel disco di Ancora Tu. Nel tempo è sempre rimasto un rapporto di reciproca stima. Come con Fabrizio De André, del resto.

Cosa ti lega al suo ricordo?

Una sera nel salotto di Nanni Ricordi scrivemmo una canzone insieme, si chiama Madama di Vento. Ha un testo bellissimo, parla di un amore diverso e di un femminicidio. Prima o poi uscirà interpretata da me, o chissà… Carlo Conti voleva farla cantare a Patty Pravo in un Sanremo, ma lei non la reputa nelle sue corde.

Comunque per Patty Pravo hai scritto diversi pezzi, giusto?

Si, l’ultimo è il mio preferito e sta in Red, l’album del 2019. Si chiama La carezza che mi manca. E poi ci sarà un pezzo anche nel nuovo album, Tutti nel Vento.

Tornando a Polisex mi sembra che il pezzo inviti giocosamente anche ad una riflessione sul rispetto dell’identità di tutti, si può intendere così la sua attualità?

La sua attualità e il suo futuro, perché il mondo cambia in meglio, anche quando non ce ne accorgiamo. Sono stati fatti tanti passi avanti. A me è toccata l’esperienza del manicomio come cura dall’omosessualità. Mi hanno fatto dormire tutto il mese di agosto. Finché non decisi di fingere di essere guarito, per mettermi in salvo. Anche mia madre non seppe più nulla finché non diventai attivista del FUORI (Fronte Unito Omosessuali Rivoluzionari Italiani), il primo movimento gay italiano. La strada però è ancora lunga. L’ultima volta che sono stato picchiato risale al ’92. Riflettendoci, il 1992 non è poi così tanto lontano nel tempo.

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