Annie Lennox e David Stewart sono stati amatissimi, anche nel nostro Paese. Infatti Dave ricorda – prima che lo intervisti – un memorabile concerto romano nell’ottobre del 1989 che fu ripreso da Channel 4 e da Videomusic (la pre-MTV italica) e ancora oggi le loro canzoni sono suonate dalle nostre radio commerciali. Il mito degli Eurythmics nacque grazie a Sweet Dreams, la loro prima hit del 1983 che rappresenta magnificamente il momento aureo del synth pop di quell’epoca.

Sony Music ha programmato l’uscita in tre tranche della discografia del duo in una brillante rimasterizzazione e su vinile 180 gr. Sono già usciti In the Garden (1981), Sweet Dreams (’83), Touch (’83), Be Yourself Tonight (’85), Revenge (’86); mentre nelle prossime settimane usciranno Savage (’87) We Too Are One (’89) e Peace (’99), quest’ultimo per la prima volta in vinile. David Stewart vive da tempo in California: dopo un corteggiamento molto lungo siamo riusciti a trovarlo e lui non si è risparmiato in ricordi e aneddoti.

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Mi hai fatto tornare ai tempi dell’adolescenza quando ho scartato questi album in vinile: tu cos’hai provato quando te li sei trovati tutti pronti sul tavolo?

La prima cosa che ho fatto è stato esclamare: “Urrà!”. Beh, per arrivare a questo risultato finale c’è voluto un lungo processo di elaborazione partito dal recupero dei master originali depositati negli uffici della Sony Music. Abbiamo visitato anche i loro archivi per la parte iconografica, rivisto le vecchie foto promozionali, tutto quello che era a disposizione. E una volta avuti in mano questi nastri mi sono accorto che alcuni erano incompleti di informazioni: all’epoca non avevo scritto tutto con precisione e ordine, così nel momento in cui siamo andati negli studi di Abbey Road per rimasterizzare il materiale era già passato un notevole lasso di tempo solo per la preparazione.

A proposito della masterizzazione: il risultato è brillantissimo, proprio grazie al recupero dei master originali da mezzo pollice. È davvero un piacere riascoltare per esempio When Tomorrow Comes o Sweet Dreams con queste dinamiche su vinile.

Ho da dirti un paio di cose sui tempi passati. La cosa buffa è che quando registrammo il nostro album di debutto, In The Garden, Conny Planck (il produttore e ingegnere del suono che “definì” il sound tedesco anni ’70 influenzando così anche la new wave, l’ambient e persino l’hip hop. Curiosità: Brian Eno suggerì agli U2 il nome di Planck per la produzione di The Joshua Tree, ma Connie declinò l’invito perché pare non volesse lavorare con la band irlandese, ndr) ci mise a disposizione i migliori microfoni nella sala di registrazione, rese molto buono il sound delle mie chitarre elettriche e acustiche, chiamò anche il suo grande amico Jaki Liebezeit dei Can alla batteria. Poi penso alle condizioni in cui facemmo le registrazioni di Sweet Dreams… Non avevamo un vero budget ad hoc, utilizzammo un registratore TEAC di seconda mano, pochissimi effetti come uno Space Echo della Roland, per non parlare dei microfoni che erano solo due. Ma il risultato fu incredibile e il sound è rimasto potente.

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David Stewart e Annie Lennox in una foto d’epoca

Sì, avevo letto sul web la storia di come avvenne il “miracolo” Sweet Dreams: eravate sull’orlo di una crisi di nervi e poi era complicato programmare tutta la strumentazione che all’epoca era costosa. Vuoi ricordare qualcosa in più per i lettori di Billboard?

Certo, sottolineo il fatto che all’epoca non utilizzavamo dei soft synth (programmi che riproducono i suoni di un Minimoog o del Prophet, tipici synth della scena new wave, ndr), ogni tastiera costava un sacco di soldi e il primo computer che utilizzai per Sweet Dreams come strumento era una speciale drum machine, difficilissima da programmare (il Movement MCS Percussion Computer, ndr). Dovetti perfino dormire sul pavimento della casa del tipo che lo stava costruendo per aspettare che fosse pronto. Alla fine il tipo aggiunse degli switch così sarei riuscito a regolare direttamente il suono e la sua profondità. Infatti nella hit Sweet Dreams potete sentire il primo grande “boom” che sembra quasi uno di quei tamburi che suonavano i vichinghi nei loro combattimenti sulle navi, e questo suono l’ho ottenuto abbassando completamente lo switch. Il suono era così saturo e potente che occupava tutto lo spettro grafico dell’equalizzazione. Non solo: poi facevo “duellare” un Oberheim OB-X e un Roland SH101 creando dei riff che oggi un producer troverebbe molto difficili da suonare perché io lo facevo con due tastiere e non con un programmino da computer e un solo keyboard. E se ci pensi è incredibile che tutto questo occupi solo quattro delle otto tracce del TEAC a nostra disposizione!

Incredibile, e pensare che avevate pochissimo budget! Giusto?

Le tastiere non erano nostre, c’era questo ragazzo dal quale affittavamo un piccolo spazio per fare le prove. Era una fabbrica di cornici e lui aveva un Oberheim OB-X. Noi lo accendevamo e lo usavamo, senza che lui lo sapesse! Ma la cosa importante sul suono della nostra musica era che volevamo usare meno tracce possibile, 4 su 8. Non importa quale mezzo tu scelga per suonare la nostra produzione di allora – su un potente hi-fi, in mezzo ai fuochi d’artificio di un festival EDM o se lo ascolti sul telefonino: il suono rimane potentissimo!

Immagino che i lettori vorrebbero chiederti qualcosa su alcune vostre hit. Mi descrivi com’è nata la Love Is a Stranger, il brano che manca della discografia di Donna Summer?

È un canzone “contorta”, strana, già dal titolo. Nel testo è molto dark, si parla praticamente di un’ossessione amorosa e io e Annie abbiamo pensato a Giorgio Moroder, alla musica orientale, avevo usato anche un Omnichord, uno degli strumenti preferiti da Brian Eno (dal design tipicamente anni ’80, suona come un’arpa cibernetica, ndr) e poi suonai la chitarra con degli effetti che la resero irriconoscibile – in realtà l’ho fatto molto spesso all’epoca dei primi album. L’atmosfera che creammo fu intrigante, definirei il risultato sonoro “scary disco”.

Ne approfitto per chiederti lumi su una canzone un po’ atipica nel vostro repertorio che ha un sound vagamente calypso ed ebbe successo: Right by Your Side contenuta nel bellissimo terzo album Touch.

A quell’epoca ero a New York ed ero alla ricerca di nuovi strumenti. Era appena uscito il synth polifonico Voyetra-8 che era difficile da programmare ma aveva un sacco di potenzialità. Uno dei primi suoni che ero riuscito a creare era proprio quello di una steel drum, perfetto per creare questo mood da calypso party. Decidemmo poi di aggiungere dei beat, ma naturalmente non fu facile settare un credibile beat calypso sulla nostra drum machine. Così decisi di suonare la chitarra ritmica ispirandomi al sound afro che stava esplodendo in quell’epoca grazie a King Sunny Ade. Quello che sembrava un compromesso divenne una trovata geniale per la canzone. Sai, con Annie quando registravamo ci piaceva finire verso le sette di sera e poi andavamo a bere qualcosa insieme. In quell’epoca eravamo soliti ordinare dei Margarita. Una volta che avevamo bevuto un paio di Margarita in più ci accorgemmo che questa canzone era perfetta per fare festa. Ci piaceva tanto suonarla ai concerti, anche in quelle occasioni era sempre una gioia per noi e per il pubblico. Ma c’è anche un lato più scuro ed è nel testo. Se ci pensi nel ritornello c’è la seguente frase: “I wanna swing from limb to limb ’cause when depression starts to win, I need to be right by your side”. Un po’ strano usare la parola “depressione” in una canzone pop.

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A proposito di tempo passato da te ed Annie Lennox a bere Margarita, ci sveli un piccolo segreto di quest’alchimia che c’era tra voi due?

Direi davvero che si trattò di una“chimica” speciale, pensando che in partenza eravamo persone diversissime, venivamo da due esperienze musicali lontane. Annie arrivava dalla Scozia e nonostante il luogo amava i dischi della Tamla-Motown. Aveva fatto studi classici ma le piaceva cantare nelle jazz band: lei è una bianchissima con il cuore black. Io ero un purista del blues, amavo Robert Johnson, Mississippi John Hurt e volevo suonare la chitarra come loro. Solo dopo aver ascoltato il folk di fine anni ’60 – i Velvet Underground, i Roxy Music, David Bowie di Honky Dory e i Suicide – decisi di comporre un’altra tipologia di musica. Lo feci grazie all’incontro con Annie. Insieme abbiamo coperto un range di derivazioni stilistiche diversissime, dal synth pop a brani come quello di cui parlavo prima o ispirati alla Stax, come Would I Lie to You? oppure una canzone pop che s’ispira alle mie origini blues come Missionary Man, solo più potente nel sound, più rock.

Una frase per descrivere Annie Lennox?

A mysterious dark angel.

Mi puoi raccontare uno o due dei momenti più belli passati con la vostra band?

Uno è decisamente stato al Greek Theater di Los Angeles. Jack Nicholson era fissato con la musica degli Eurythmics. Quella sera era lì, accanto a noi, e quando siamo scesi sul retro palco prima di ritornare in scena per i bis, Jack ci disse a bassa voce: “Ragazzi, ascoltate, dovete ritornare sul palco, stare lì, non muovervi, non fare assolutamente niente, dovete semplicemente stare in piedi e guardare il pubblico”. La nostra reazione fu di perplessità ma lui insistette: “Dovete credermi, dovete farlo assolutamente”. E così seguimmo il suo consiglio e ci siamo messi lì, sul palco mano nella mano a fissare il pubblico. Ci fu una reazione immediata del pubblico, cominciarono a scatenarsi e alla fine era una cosa pazzesca da non crederci! Un’altra esperienza – fra le tante – fu quella volta che andammo in tour in Australia insieme ai Talking Heads, The Pretenders e B52’s. Fu semplicemente uno dei momenti più divertenti e irresistibili di sempre. Riesci a immaginati questi gruppi insieme? Annie era felice, io anche e il pubblico fu meraviglioso e scatenato. È stato uno di quei momenti speciali, dove realizzi che fare il musicista è come far parte di una famiglia bellissima.