Dardust: «Il mio punto di forza? L’effetto WOW»

Sempre più produzioni al festival di Sanremo, uno spettacolo che non vede l’ora di presentare dal vivo e un nuovo album tutto da scrivere. L’ascesa all’empireo della musica pop di Dardust
Dardust, foto di Alessio Panichi
Dardust, foto di Alessio Panichi

Oggi, mercoledì 17 marzo, Dardust compie gli anni ed è anche il protagonista della nostra cover story di marzo. Qui vi anticipiamo parte dell’intervista che troverete integralmente sul numero di marzo (sulla nostra app sia per Google Android che per Apple iOS) e tutta la videointervista.

Come un atleta che ha finito da poco di correre la sua maratona, Dardust ci attende provato ma soddisfatto sull’uscio della sua nuova casa a Milano. Occhi arrossati dalla stanchezza ma ancora con tutta l’adrenalina in corpo. Ovviamente la sua maratona è stato il festival di Sanremo, 70 +1, terminato da pochi giorni, dove ha corso davvero parecchio. Ha prodotto ben 5 brani, aumentando così la sua quota di produzioni per il festival che già l’anno scorso ne aveva accolte tre (Elodie, Rancore, Eugenio in via di Gioia).

Alcune le ha firmate con il suo nome e cognome, ossia Dario Faini: le canzoni di Francesco Renga e Noemi. Quelle chiamiamole più tradizionali, anche se bisogna riconoscere che non ci sia mai troppo di tradizionale nei lavori di questo artista/pianista/produttore/compositore. Altre ha voluto marchiarle invece con il suo alter ego Dardust: Madame, Irama, La Rappresentante di Lista, «i brani più elettronici e sperimentali. Ricchi di contrasti perché è questo che mi contraddistingue: introdurre due o tre momenti in un pezzo completamente diversi tra loro». Ma non finisce qui, perché ha curato anche il medley di Elodie e quello di Mahmood e la sera della finale ha presentato anche alcuni suoi brani con i tamburini della Quintana di Ascoli Piceno, la città dove Dario è nato, 45 anni fa.

Lo avevamo intervistato un anno fa. Poco prima dell’uscita dell’album Storm and Drugs, dove univa il suo pianoforte neo-classico a sperimentazioni elettroniche, e prima dello scorso festival Sanremo. E ci risiamo: Faini è ancora – e sempre più – impegnato e conteso per i suoi lavori e quelli per gli altri artisti. «Ogni tanto declino l’offerta, eh? Se non sento subito nascere l’idea posso abbandonare ma se la intravedo soltanto, vado avanti finché non riesco a realizzarla». La sensazione che possa essere un incontentabile perfezionista verso sé stesso non viene smentita dal diretto interessato. Del resto, anche casa sua sembra già perfetta e accogliente dopo una sola settimana in cui ci abita, ma lui invece spiega di essere in attesa di parecchi pezzi che la renderanno ancora di più “lo specchio dei suoi interessi”. Il momento non è sempre stato d’oro per lui, perché di gavetta può dire di averne fatta veramente molta prima di diventare il produttore d’avanguardia più ricercato della musica italiana.

Una prima veloce sintesi: che cosa hanno rappresentato per te questi mesi?

Era partito il tour di Storm and Drugs a livello europeo – a cui tenevo e tengo moltissimo – ma siamo riusciti a fare solo la data di Bologna perché è esplosa la pandemia. Quindi mi sono rinchiuso in casa come tutti e ho iniziato a scrivere tanto e a collaborare con parecchi artisti tra cui la Madame (la chiama sempre così, ndr) e Irama. Poi sono arrivati i brani con Renga, Noemi, soprattutto come produttore, e poi con Calcutta, Tommaso Paradiso. Comunque, il lavoro per i brani di Sanremo è durato tanto ed è stato più faticoso del solito. Ogni singolo momento dell’arrangiamento è stato messo in discussione. Più del solito.

Da parte tua o degli artisti?

Forse più loro, perché io ho le idee chiare fin dall’inizio quindi è difficile solo fargliele capire. Però è davvero stimolante. Ci sono state tante idee frutto di discussione, soprattutto con Irama. L’intuizione del vocoder, per esempio, l’ho avuta subito. Comunque, tornando al mio anno: ho avuto anche alcune parentesi in estate dove ho tenuto dei concerti di piano solo all’aperto che mi hanno dato una ricarica. Sono stati mesi faticosi però perché ho sofferto per un’ernia alla schiena e poi, da poco, è morto mio padre. È stato un anno hard, ecco. Sanremo è stato una rinascita per me.

Sanremo, una rinascita per tutti

Un festival molto diverso dal solito, concordi?

Sì, sono state presentate tante canzoni solide e rappresentative di quello che sta succedendo in Italia. Anche diverso, più spostato verso la contemporaneità. Infatti, chiunque poteva vincere.

Ti senti un po’ responsabile per questo cambiamento dopo aver prodotto ben 5 brani?

Non spetta a me dirlo. Forse mi vedono un po’ come il collante tra mondi che prima si guardavano con sospetto: l’indie che guardava con superbia  la tradizione e viceversa. Ora è tutto contaminato, più fluido e non ha senso fare distinzioni.

Multitasking senza reference

L’anno scorso ci avevi raccontato di esserti rivolto a una business coach per riuscire a organizzare al meglio il tuo tempo. Rimane la curiosità di capire come fai nel tuo quotidiano a seguire sempre nuovi progetti: chiudi un brano e ne inizi un altro o li segui contemporaneamente?

È proprio il lavoro su tanti progetti nell’arco dello stesso giorno a rendermi fresco. Se rimani troppo fisso perdi lucidità. Invece io passo dal pianoforte classico allo studio dell’armonia. Io sono uno che si annoia tanto e subito e questo variare mi salva. Che poi l’intuizione ce l’ho subito ma tutto il lavoro sui dettagli è spalmato nel tempo. Quando Irama mi aveva mandato il pezzo di Sanremo era solo un chitarra e voce. Pian piano l’ho stravolto completamente, ho aggiunto il drop e il già citato vocoder. L’importante per me è trovare sempre qualcosa che stupisca.

Ti ispiri a qualche producer, magari straniero, nella creazione di contrasti così forti all’interno dei pezzi?

Non uso mai reference. È sempre un lavoro libero. È chiaro che ci sono degli elementi che ritornano: per esempio il vocoder può ricordare il mondo dei Daft Punk oppure l’uso dei synth, sempre nel pezzo di Irama, può ricordare gli Imagine Dragons.

Il sogno delle colonne sonore

La conquista del mercato estero è un obiettivo che avrai in mente di sicuro. Un tuo brano è stato scelto da Apple per la campagna di lancio dei nuovi prodotti, quale altra mossa ti piacerebbe fare?

Lavorare alle colonne sonore insieme a dei registi italiani. Di sicuro sceglierei la via della contaminazione e della rottura ma con un occhio sempre alla tradizione. Non vedo l’ora che un regista mi chiami per aiutarlo! Anzi, facciamo un appello!

Chi avresti in mente?

Garrone, sicuramente, col quale ero già entrato in contatto senza però concludere per i tempi troppo stretti. Mi piacciono moltissimo anche Sorrentino e Guadagnino. Quest’ultimo ha una sorta di realismo emozionale, come lo chiamo io: una poetica delle immagini che riesce a toccare la nostra profondità. Spesso sembra che non accada niente nei suoi film, o nella sua serie We Are Who We Are, invece questa estetica arriva a un livello inconscio.

Il parere agli addetti

Ho chiesto ad alcuni addetti ai lavori un parere su di te. Da Claudio Ferrante (AD e fondatore di Artist First, etichetta di Dardust) a Viola D’Acquarone, A&R di Sony Music Italy (Dario ha firmato con Sony Music Masterworks per le sue composizioni ndr), da Pietro Camonchia a Paolo Ceresoli (INRI/Metatron, con Dardust dall’inizio), da Marcella Montella (A&R Polydor) a Jacopo Pesce (A&R director Island), tutti hanno sottolineato “la tua sensibilità e la tua visione unica e internazionale” ma anche e soprattutto la tua umanità.

Sì, è sicuramente fondamentale per me, chiunque sia l’artista che ho davanti a me, cercare di tirare fuori il meglio insieme.

Per leggere tutta l’intervista consulta il numero di marzo di Billboard Italia.

Guarda la videointervista a Dardust.

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