“Dancing with the Devil” di Demi Lovato è una lezione contro l’ipocrisia

Michael Ratner, regista del documentario dedicato al periodo più buio di Demi Lovato, spiega il valore del progetto in arrivo il 23 marzo
Courtesy Photo
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Per sua stessa ammissione, Demi Lovato ha danzato spesso con il diavolo. La cantante è ormai un libro aperto da tempo, e con il suo pubblico ha condiviso di tutto. Dalle lotte con la dipendenza ai problemi di salute mentale, dai disturbi alimentari alle difficoltà familiari, fino al cammino precario sulla linea sottile tra la vita e la morte che l’ha portata ad una overdose quasi fatale nel luglio 2018.

Ora la cantante si sta aprendo più che mai, condividendo dettagli intimi del suo ricovero in ospedale e di quei mesi turbolenti nella sua serie di documentari di YouTube Originals, Demi Lovato: Dancing With the Devil, disponibile dal 23 marzo. Per raccontare una storia così straziante e stimolante allo stesso tempo, Demi Lovato ha chiamato il suo amico e regista Michael D. Ratner. Billboard lo ha intervistato, per scavare più a fondo in questa interessanre produzione.

L’intervista al regista

«Sono stato onorato di poterle offrire una piattaforma per raccontare la sua storia», esordisce Ratner. «La mia responsabilità è di darle lo spazio per raccontare tutto il suon vissuto e la sua esperienza come meglio crede. Alla fine, l’ho vista aprirsi sempre di più man mano che il processo andava avanti, e la sua fiducia è stata guadagnata».

Ratner, che in precedenza ha collaborato con YouTube Originals e Justin Bieber per le docuserie Seasons e Next Chapter della star di Love Yourself, ha sottolineato l’importanza della fiducia nella condivisione di questi momenti vulnerabili.

«Sono orgoglioso del fatto che si fidino di me per i loro momenti più intimi e, in definitiva, per far emergere la loro prospettiva. Penso che ciò derivi dal tempo, dalla trasparenza e dall’etica del lavoro. Cerco di studiare e capire veramente. Dedico il tempo necessario a conoscere queste persone, in modo da poterle finalmente aiutare a condividere la loro storia con il mondo», aggiunge.

Il regista ha raggiunto il suo obiettivo con Demi Lovato. L’artista ha rivelato tutto, dal suo breve fidanzamento con Max Ehrich nel 2020 all’abbraccio alla sua identità queer, dagli abusi sessuali che sostiene di aver subito mentre era in overdose ai problemi di salute con cui ancora combatte. «Io ero lì per ascoltarla e darle uno spazio sicuro per parlare di quelle informazioni», aggiunge il regista.

Quel safe place ha permesso a Lovato di liberarsi dell’aspettativa spesso tossica che la voleva un “modello” a tutti i costi. Una pressione innaturale imposta a una 28enne, finita sotto i riflettori fin da adolescente.

Demi Lovato in fuga da un modello

«Demi e io abbiamo parlato molto di role model», spiega Ratner. «Nel documentario ci sta dicendo “Sono un essere umano estremamente imperfetto, come tutti noi. Ecco il mio viaggio unico e le mie lotte. Anche voi potete parlare del vostro viaggio e delle sfide uniche che avete dovuto affrontare”».

La natura semplice e onesta della serie, per Ratner, è ciò che la distingue dai film incentrati sui musicisti del passato. «Quando si parla del documentario, la gente dice: “Non ho mai visto un documentario musicale come questo”, e io dico: “Esatto, perché non è un documentario musicale”».

Per quanto riguarda il motivo per cui sempre più artisti scelgono di condividere le loro vite attraverso i documentari, Ratner crede che sia tutta una questione di connessione. «È molto diverso dall’essere in tour o pubblicare un album. Questo è un modo per approfondire davvero le cose, e permettere alle persone che pensano di conoscerti di conoscerti un po ‘meglio».

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