Coldplay, dentro i corpi celesti di “Music Of The Spheres”

Nel nuovo album in uscita oggi c’è tutta la voglia di esplorare nuovi mondi, nonostante il messaggio di Chris Martin & soci resti sempre tremendamente umano
Coldplay, Dave Meyers
Coldplay, foto di Dave Meyers

Sapevamo che il nuovo album dei Coldplay, Music of the Spheres, profumava già di qualcosa di extraterrestre. Oltre al titolo, che richiama chiaramente un sistema solare a noi sconosciuto denominato “The Spheres”, il nono album in studio di Chris Martin & soci in uscita oggi è da mesi accompagnato da video e iniziative che lo collegano a tutto ciò che non è di questa terra.

Intanto, il primo singolo – Higher Powerè stato presentato per la prima volta in orbita, finendo nelle mani dell’astronauta francese Pesquet a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Il secondo estratto, My Universe insieme ai BTS, richiama anch’esso un universo lontanissimo, provando a spiegarci che l’amore, comunque, non conosce confini.

Fra viaggi ultraterreni e realtà più vicine di quanto pensiamo, si alternano le 12 canzoni (su 12 diversi corpi celesti, un po’ come in Star Wars, ognuno con il proprio nome) del nuovo progetto dei Coldplay. Com’è il nuovo disco? A questa domanda cerchiamo di rispondere nelle righe successive, facendo una premessa ai fan che da vent’anni seguono la band: non sono più quelli di Parachutes, ma d’altronde, ce ne eravamo accorti già da qualche album fa. Nonostante questo, Music of the Spheres contiene tutto ciò che ci si può aspettare dai Coldplay nel 2021. E anche un ritorno alle origini, guardandosi indietro con nostalgia come accade nell’ultima, lunga traccia Coloratura.

Coldplay, dentro le sfere di Music of the Spheres

Se dovessimo suddividere l’album si potrebbe procedere per blocchi, intervallati dalle emoji che identificano alcune delle canzoni (che hanno comunque un titolo, nonostante non compaia sulle piattaforme). L’intro dell’album è Music of the Spheres 1, che con il simbolo di Saturno ci trasporta subito sul primo pianeta, anzi, satellite alieno (Neon Moon I). Qui, con un delicato stropicciare di occhi, ci risvegliamo su un suolo che non conosciamo, circondati dal pulviscolo luminoso emanato da mille creature sconosciute.

Appena in piedi nel nuovo mondo, ci pensa Higher Power a trascinarci alla velocità della luce in giro per il nuovo sistema, dettando il ritmo energico di questa gita extraterrestre, un po’ come una montagna russa guidata dalla “gioia elettrica”, come canta la band, sostenuta da synth che ricordano un po’ le sonorità di fine anni ‘80.

Lo step in avanti (anche temporale, lungo le tracce) lo fanno con Humankind: è il momento di entrare in contatto con le forme di vita di queste nuove sfere su cui siamo finiti. È qui che Chris Martin intona un inno, per dichiarare da dove proveniamo e quanto di meraviglioso abbia l’essere umano, creando il clima giusto per cantare e ballare insieme a lui: “We’re only human / But we’re capable of kindness / So they call us Humankind”.

La parentesi più profonda del disco

Quando il player si sposta su Alien Choir, la traccia identificata con l’emoji delle stelle e che segna l’atterraggio sul pianeta Kubik, i ritmi rallentano per riprendere fiato e aprono la strada a Let Somebody Go. È qui che ritroviamo la classica ballad dei Coldplay, a cui al loro marchio di fabbrica aggiungono elementi elettronici. E in cui Martin torna a cantare del dolore di perdere qualcuno e a emozionarci con la stessa intensità di hit del repertorio come aveva fatto Yellow.

In suo aiuto c’è la voce di Selena Gomez, uno dei featuring del disco insieme a We Are KING e Jacob Collier presenti nella traccia successiva, Human Heart, la traccia il cui titolo è una emoji a cuore. Qui si (ri)scopre quanto la sofferenza, quella di un cuore spezzato, sia umana, con il solo ausilio delle voci. Se conoscete Hide and Seek di Imogen Heap, anche questa vi colpirà dritto al cuore.

Energia, nostalgia pop, inni da stadio

Questo trittico più riflessivo nel mezzo del disco termina quando i Coldplay, dopo aver riflettuto su cosa vuol dire perdere l’amore affrontandone le conseguenze, si rialzano risoluti sulle note di People of the Pride. Un inno rock carichissimo, in cui le chitarre rubano totalmente la scena a qualsiasi altro elemento. Su questo brano, è giusto muovere la testa a tempo e alzare il pugno per sostenere la causa dell’amore libero e senza pregiudizio. “We’ll all be free to fall in love / With who we want and say / Yeah”.

Ancora spettinati dal brano precedente cadiamo su Biutyful, in cui gli echi ai ritmi delle pop songs dei ‘90 sono più che espliciti e li ritroveremo poco dopo anche in My Universe con i BTS. Merito del producer Max Martin, lo svedese dal tocco d’oro con cui sono nate le hit di Britney Spears, Backstreet Boys, e più di recente Katy Perry e Taylor Swift? Probabile.

Con Music of the Spheres II si apre l’ultima parte dell’album, che guida dentro il brano in collaborazione con il supergruppo coreano BTS. Un’ode alla pace e all’amore che bissa il messaggio di People of the Pride ma con una veste pop elettronica a renderlo davvero universale. È dalle prime note della traccia 11 (Infinity Sign), invece, che tornano i Coldplay di Viva la vida con dei cori immancabili che la renderanno forse la canzone più adatta agli stadi nella scaletta dei loro prossimi live.

Che, a proposito, partiranno nel 2022 con un tour mondiale ecosostenibile dalla Costarica, per il momento senza date in Italia. Li vedremo però su Amazon Prime Video in un livestream dalla Climate Pledge Arena di Seattle, il prossimo venerdì 22 ottobre alle 19 PDT (4 ora italiana), e in replica alle 19 di sabato 23 ottobre.

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Ritorno a casa

Per tirare le somme, e siamo a pochi istanti dal premere play sull’ultimo brano del disco, potremmo dire che in Music of the Spheres c’è davvero di tutto e per tutte le orecchie affezionate ai Coldplay. Non vi aspettate, come dicevamo, la profondità di dischi come Parachutes o X&Y, dove difficilmente si scende nelle viscere di certi brani come avevano fatto pezzi come Trouble o The Scientist. C’è però uno schema ben preciso che il gruppo ha affinato nel tempo, da Mylo Xyloto in poi, quando è arrivata una quadra su quanti e quali pezzi pop e quanti pezzi tristi poteva sorreggere un disco.

E se davvero non riuscite a farvene una ragione di quanto la band sia cresciuta (in meglio o in peggio, dipende dai punti di vista) ci sono i 10 minuti di Coloratura, l’ultimo pezzo, che in qualche modo, fra lullabies e ambientazioni a metà tra l’inquietante e la meraviglia, ci porta a zonzo per l’ultima volta nel nuovo universo. La traccia cambia faccia più di una volta (omaggio ai Pink Floyd?) e alla fine si rivela per quello che è davvero: una parentesi felice in cui i Coldplay hanno bisogno di farci sapere che non sono cambiati rispetto a vent’anni fa, ma che sono pronti ad affrontare con coraggio il futuro, insieme. 

Ascolta Music of the Spheres

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