LP e il nuovo “Churches”: la Chiesa ideale, il potere dei DJ e i consigli per gli emergenti. L’intervista

La cantautrice americana è tornata questa settimana con il nuovo album in cui spazia fra tante sonorità diverse, dalla dance al folk, pur mantenendo il suo riconoscibilissimo stile vocale
LP - Churches - intervista
Fonte: ufficio stampa

L’americana LP (moniker perfetto per chi fa musica, ma si tratta semplicemente delle sue iniziali: Laura Pergolizzi) rimane una vera forza della natura, oltre che un modello di produzione autenticamente “indie” dall’appeal globale: dopo un lungo percorso come autrice (Rihanna, Backstreet Boys, Christina Aguilera, fra gli altri) e dopo essere passata anche dalle major, nel 2017 ha raggiunto da indipendente il successo mondiale con la hit Lost on You. Ma LP non si è mai adagiata su quegli allori, consapevole che il successo è cosa effimera se non è sostenuto da un serio e continuo lavoro.


Il 3 dicembre LP ha dato alla luce il nuovo album Churches (X-Energy / Believe), contenente quindici brani che al suo riconoscibile timbro vocale associano una gamma di suoni dal folk al synth pop. Ce ne ha parlato lei stessa in collegamento Zoom da Los Angeles: ecco un estratto dell’intervista che leggerete integralmente sul numeri di dicembre-gennaio.


Come sarebbe la tua Chiesa ideale?

Un posto in cui si possa entrare in contatto uno con l’altro senza nessuna forma di pregiudizio o divisione. La canzone Churches non parla di amore romantico, ma di amore fra esseri umani. Tutto ciò che voglio nella vita è quello: perché non riusciamo ad andare tutti d’accordo? La religione organizzata – e so benissimo quanto la gente ne abbia bisogno – non può fornire ciò.

Non voglio criticare chi ci crede, perché ciascuno può avere il rapporto che preferisce con Dio. Non sono affari miei. Ma è una cosa che mi incuriosisce: cosa ti spinge lì? Cosa è sacro per te? È una bellissima nozione, perché è qualcosa che rimane con te anche nei momenti più bui, e ciò deve essere protetto.

E cosa salveresti delle “vecchie” chiese?

Se non altro la bellezza estetica. Sono luoghi eretti per venerare Dio, ma poi usiamo la nostra soggettività umana per delimitare il significato di ciò. Fare o dare qualcosa con il desiderio di ricevere qualcos’altro in cambio non è mai una buona cosa. Dovresti sempre dare in modo disinteressato, anche l’amore. Molti aspetti delle chiese sono antiquati ma almeno la loro bellezza è fuori discussione.

Molte canzoni di Churches suonano profondamente autobiografiche. Hai mai esitato a condividere qualcosa di molto personale con le persone in tutto il mondo?

No, anche se a volte senti di poter essere giudicata. Lost on You era la triste storia di me che venivo trattata male dalla mia amante, ed eccomi qui adesso dopo la fine di un’altra relazione… Nessuno può avere un’idea di cosa accade fra due persone se non quelle due persone. Comunque non deve essere la fine del mondo: in Goodbye per esempio dico essenzialmente che è ok dire addio al passato e salutare il domani che verrà. Nella mia vita sento di aver vissuto molte vite diverse, e mi va bene così.

LP, in un’intervista hai detto: “C’è una grande potenza nelle canzoni. Sei sempre a una canzone di distanza dal cambiare la tua vita”. Quali canzoni hanno cambiato la tua, di vita?

Something dei Beatles, Imagine di John Lennon, Running Scared di Roy Orbison, So Real di Jeff Buckley (come qualsiasi altra sua canzone), Eleanor Rigby cantata da Aretha Franklin, What’s Love Got to Do with It di Tina Turner… Sono affascinata da come possa cambiare l’atmosfera in una stanza a seconda della musica. I DJ si specializzano in questo. Mi sono attaccata alle canzoni da tre o quattro minuti quando ero bambina, chiedendomi: “Wow, da dove viene tutto ciò? Chi lo fa?”.

La tua hit Lost on You vide la luce dopo un processo piuttosto lungo e travagliato, rischiando anche di non uscire. Cosa diresti a un songwriter emergente che ha una potenziale Lost on You nel cassetto?

Direi: “Vai avanti, fai del tuo meglio, condividilo con gli altri, ma non fissarti sul fatto che sia l’unica cartuccia che hai”. Come racconto spesso, fui scaricata dalla mia label che mi teneva praticamente in gabbia e alla quale dovevo 1.6 milioni di dollari. Gli feci sentire Lost on You e mi dissero: “Mmm, non è una buona canzone, addio”. Così non dovetti pagargli quei soldi, per fortuna, e adesso mi trovo in una casa che non avrei potuto comprare se non avessi scritto quella canzone.

Comunque, quando diventò una hit avevo già scritto una quarantina di altre canzoni e non avevo idea di ciò che sarebbe successo. Semplicemente continuavo a fare ciò che facevo. Per cui incoraggerei ogni songwriter ad essere il più prolifico possibile, perché è così che trovi te stesso come artista.


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