Cesare Cremonini: «”La ragazza del futuro”: il mio album civico senza compromessi»

“Le canzoni partono sempre da una situazione personale ma voglio che acquisiscano un significato per tutti”. Il cantautore bolognese si mette decisamente in gioco e presenta un album suonato, monumentale, “alla vecchia maniera”. In attesa dei concerti negli stadi rimandati troppo a lungo. Leggi la nostra intervista e guarda la nostra video
Cesare Cremonini, foto di Andrea Sestito
Cesare Cremonini, foto di Andrea Sestito

«Un disco così è paradossalmente più facile da produrre oggi perché mi sento molto più libero». Cesare Cremonini risponde subito così a chi gli domanda del mercato discografico dove l’album nella forma più classica sembra senza dubbio aver perso ogni forma attrattiva. E pare proprio in contraddizione con La ragazza del futuro, che esce domani e tutto sembra tranne che facile.


«È il mio album più civico e non nel senso che metta il noi davanti a tutto: le canzoni partono sempre da una dimensione personale. Parlano di sentimenti basici e puri. Non sono sceso a compromessi, non voglio che la mia musica sia il risultato delle scelte di Amazon o Spotify», svelerà lui nella nostra videointervista.


La ragazza del futuro è un lavoro potente, nato durante il difficile periodo della pandemia, sia per i suoni scelti che per i temi affrontati che l’artista ha deciso di raccontare con una conferenza stampa in vecchio stile in presenza alla Casa degli Artisti di Milano. È anche legato a un importante progetto di street-art costruito insieme al writer Giulio Rosk.

“La ragazza del futuro” da Napoli a Los Angeles

La ragazza del futuro è una mega-produzione curata da Cremonini stesso (del quale Virgin/Universal ha comprato recentemente tutto l’intero catalogo a partire dai Lunapop) e Alessandro Magnani per 14 pezzi suonati e con una voce sola, la sua. Anche “ingombranti” come li definisce lo stesso cantante. Ballad ma anche pezzi up-tempo come Chimica e Psycho. Tanti i luoghi dove ha scritto e registrato tra la sua Bologna (“da dove parte sempre tutto”), Los Angeles, Londra (“solo” gli Abbey Road Studios), Napoli, Reggio Emilia, Copenaghen.

Altisonanti i nomi coinvolti come quello del violinista e produttore Davide Rossi (già con Coldplay e con i Goldfrapp, per questo Copenaghen perché lì ci sono i suoi studi di registrazione) che sarà anche al fianco di Cesare nel tour degli stadi, il batterista Steve Jordan (ora con i Rolling Stones), Niki Ingman.

Da Sanremo al tour negli stadi

«Io comunque non credo di essere fuori dal mercato perché ho venduto 300mila biglietti per il mio tour. Riempirò gli stadi anche al Sud che non è una cosa così semplice. La discografia ti fa presente che ci sono delle regole ma poi puoi fare come vuoi», chiude Cremonini la questione del mercato dando la notizia del tour organizzato da Live Nation che partirà il 9 giugno da Lignano e sta andando a gonfie vele, soprattutto dopo l’imponente show sanremese, “quasi un halftime del Superbowl”, lo definisce Alessandro Massara, CEO di Universal. «Ho saputo che un sacco di signore hanno comprato il biglietto dopo avermi visto sul palco dell’Ariston che non avevo mai affrontato. E ora dovrò tenere conto anche di loro ovviamente! ».

Ora solo Cremonini

Tanti i temi affrontati. Molti quelli personali. Si parte per esempio dal perché abbia deciso di mettere solo il suo cognome in copertina. «Volevo allargare la mia identità alla famiglia, mettere il mio cognome mi ricorda mio padre e anche i valori del lavoro. Cesare invece mi ricorda l’intimità e la dolcezza di mia mamma», spiega subito lui.

Naturale quindi parlare subito di MoonWalk, la ballad sinfonica dove Cremonini racconta gli ultimi mesi di vita di suo padre. «Mi sono chiesto quanto pudore dovessi mettere dentro alle canzoni perché stare al fianco di una persona anziana malata ti insegna tanto, tantissimo. Ma la prima cosa è il rispetto della dignità. Volevo raccontare le cose più piccole come quando canto “Tu vuoi parlare con una ballerina nera” perché mio padre sembrava volesse parlare con la televisione. Sono piccolezze, dettagli ma spero proprio che la gente possa identificarsi».

Cremonini: «Ho scelto di andare agli Abbey Road perché solo lì avrei trovato un certo tipo di suono»

Cremonini è contento di poter discutere di questi temi dal vivo. «Almeno non siamo più sui social perché lì non esiste discussione. La musica deve essere fatta di questo, dobbiamo ricreare una scena musicale vera e propria. Questo è fondamentale».

Parla della scelta degli Abbey Road Studios ma vuole sfatare l’idea della scelta retorica per inseguire il mito dei Beatles. «Ho scelto di andare lì perché un certo tipo di suono si trova solo lì in Europa insieme alle competenze migliori dei musicisti. Non ce n’è. È certamente anche un vezzo personale il fatto di voler registrare gli archi in quel luogo però non mi sono diretto lì solo perché c’erano stati i Beatles».

Jeky e la sofferenza degli adolescenti durante la pandemia

Racconta anche di Jeky, la canzone dalle sonorità decisamente Beatles (appunto…), dove si parla di una ragazzina di 12 anni che sogna di uscire ma è costretta in casa per il lockdown. «Ho avuto modo di andare in una scuola superiore a Bologna e sono rimasto impressionato dalla rigidità delle regole a cui erano sottoposti. Durante la pandemia i ragazzi hanno sofferto moltissimo. Se ne è parlato tanto ma loro non hanno avuto altrettanta voce. Per questo vorrei mettermi in contatto con i giovani, parlare a loro ma non con un linguaggio troppo giovane perché questo è un disco adulto. Non c’è dubbio».

Cremonini e il progetto di street-art Io vorrei

Cremonini ha raccontato a lungo anche del progetto artistico Io vorrei (con il Gruppo Intesa Sanpaolo). Insieme a Giulio Rosk («Gli ho semplicemente scritto su Instagram e lui mi ha risposto: le cose più belle nascono così»), l’obiettivo sarà quello di raffigurare in zone periferiche delle città i volti dei ragazzini e delle ragazzine sui muri dei palazzi per renderli finalmente protagonisti. Da Ostia al quartiere Sperone di Palermo e al Ponticelli di Napoli.

Diventeranno loro “La ragazza del futuro” perché sono proprio i ragazzi dei paesini o delle periferie che sono destinati a diventare i veri protagonisti della nostra storia attuale. «Guardate a Blanco e Mahmood: il primo viene da un paesino in provincia di Brescia, il secondo dalla periferia di Milano e stanno conquistando l’Italia. E presto il mondo!»

Guarda la nostra videointervista:


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