Arisa: «Quando hai uno strumento di comunicazione potente come la musica hai delle responsabilità»

Il 26 novembre sancirà il ritorno di un’artista a tutto tondo: il nuovo progetto mostra ancora una volta tutta la versatilità di una voce che tanto amiamo per la sua innata curiosità e trasversalità
Arisa. Foto: Sara Purisiol
Arisa. Foto: Sara Purisiol

La cosa più gradevole e vincente del personaggio di Arisa, e il vero segreto di una carriera ormai consistente e ricca di colpi di scena, è il carattere trasversale della sua femminilità. E quindi l’icona trasgressiva e sex positive che impazza in queste settimane nel palinsesto RAI, la cantante sobria e malinconica di Controvento, la vocal coach passionaria dei talent sono declinazioni altrettanto autentiche di un solo modo di essere, vissuto ogni volta con la stessa convinzione e la stessa Sincerità degli esordi.

Rosalba si presenta al suo pubblico con un nuovo disco che, come il titolo Ero Romantica promette, rimescola ancora una volta le carte, grazie ad arrangiamenti pop di gusto internazionale, che per ampia parte della scaletta strizzano l’occhio alla dance anni ’90. Lo pubblica la sua nuova etichetta, ironicamente chiamata Pipshow giocando con il suo cognome al secolo e la vocazione “erotica” dei suoi outfit più recenti.

Ha con noi lo stesso atteggiamento che riserva al suo pubblico. Ovvero è diretta e a proprio agio come se ci fossimo visti tutti i giorni. E in un certo senso è proprio così.

Ero Romantica esce per la tua nuova etichetta, Pipshow. Come mai questa scelta?

Più che una casa discografica è un monolocale discografico. Lo abito solo io. Però anche se per adesso il progetto ha una sola artista, non escludo che possa farmi strumento di questa esperienza per occuparmi un giorno di altri talenti, di giovani che si affacciano al mondo dello spettacolo e corrono magari il rischio di essere stritolati dai suoi meccanismi. Per adesso questo progetto mi è servito ad avere maggiore libertà di decidere i vari aspetti di questo disco. Avevo l’idea di confrontarmi con la mia musica come se fossi un costruttore, un architetto e di progettarla nei dettagli.

La prima volta che ci siamo incontrati mi hai detto una frase che mi è rimasta in mente e la associo sempre a te da allora: “Io mi sento una comunicatrice”. È ancora così?

Assolutamente sì. Non c’è niente di altrettanto importante per me quanto dire quello che sono, quello che vivo, voglio, penso. E poi il fatto di essere una comunicatrice significa per me sentirmi come uno strumento attraverso il quale i concetti e le esperienze che ho maturato in questi anni possano arrivare alle persone. Vedi, io amo la gente come se fossero tutti miei figli.

Ti sei fatta portavoce anche di contenuti importanti, impegnandoti nel sociale, penso al tuo impegno come madrina del Gay Pride.

Sono dei momenti molto importanti per me. Io credo che quando hai uno strumento di comunicazione potente come la musica dalla tua, hai delle responsabilità. Devi essere attenta. In quel caso ho dato il mio contributo. La vicenda del DDL Zan è stata un episodio molto brutto. Siamo uno dei Paesi più ricchi di tradizione e cultura del mondo, abbiamo anche il diritto e il dovere di essere emancipati come altri Stati.

A proposito, c’è un’altra cosa che dici sempre: “Io voglio fare il pop, quello internazionale”…

Assolutamente, certo, non ci si deve mai fermare (ride, ndr). Noi in Italia abbiamo una tradizione musicale importante, però non deve essere una zavorra, anzi deve accompagnarsi alla voglia di guardare avanti.

Tutte queste anime: la comunicatrice, la pop singer attenta ai nuovi suoni, la cantante melodica in questo disco sembrano trovare uno spazio. Ti sei divertita a far convergere tante anime?

Sì ed è stato frutto di un team incredibile, fatto fondamentalmente da amici, Jason Rooney, Giuseppe Barbera, Giuseppe Anastasi, Danusk. Con loro ho fatto esattamente il disco che volevo fare. Potrei morire domani, ma sarei contenta lo stesso dopo avere inciso questo album. Anche se la vita è bellissima e naturalmente io vorrei vivere per sempre.

Nel disco, infatti, c’è una enorme vitalità, anche erotica…

Secondo me in amore non vince chi fugge. Chi ama anzi rimane, prende l’iniziativa, approfitta del tempo che gli è dato. Il tempo è sempre troppo poco, non lo si può sprecare tirandosi indietro.

Il fatto di amare il pop e la gente non ti impedisce di affrontare terreni più sofisticati o di ricerca. L’ultima volta che ci siamo visti era al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano in un tuo concerto piano e voce, con standard jazz alternati al tuo repertorio. Era una veste insolita, ma eri molto a tuo agio. Ti piace spiazzarti?

Moltissimo, quello che mi muove è soprattutto la curiosità artistica. È una cosa che ti entra dentro in modo immediato, non puoi inventarla, soprattutto non puoi fingerla: è la curiosità a impadronirsi di te, non il contrario.

A proposito di curiosità e di voglia di sperimentare, un’ultima domanda è sulla vocalità che hai usato nel disco. Soprattutto nei primi pezzi non fai uso del vibrato…

È stato difficilissimo togliere il vibrato. Ho studiato molto per toglierlo, perché è qualcosa di innato per me. Ma volevo un suono più giusto per le nuove sonorità. Non lasciatevi ingannare, il canto non è solo naturalezza, ci vogliono anche molta fatica e molta disciplina.

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