Andrea Di Giovanni, l’Italia queer a Londra: «I ritardi sul ddl Zan? Un triste teatrino»

Abbiamo intervistato Andrea Di Giovanni, artista queer trasferitosi a Londra quando aveva diciannove anni. Un sogno nel cassetto? La Marvel
Andrea Di Giovanni, fonte: ufficio stampa
Andrea Di Giovanni, fonte: ufficio stampa

Tra agosto e settembre si terranno due importanti appuntamenti per la comunità LGBTQ+, il World Pride di Copenaghen e il Pride di Londra. Due eventi attraversati da una costante (fra le altre): la presenza dell’artista queer italiano Andrea Di Giovanni, romano classe ’94 trasferitosi a Londra all’età di 19 anni. Un volto già noto ai seguaci del talent show Amici, dove è passato nella dodicesima edizione, per poi prendere un aereo per il Regno Unito dove si sarebbe affermato come una delle punte di diamante della scena musicale e comunità queer locale.

La partecipazione alla cerimonia di apertura del pride danese e la presenza sul main stage londinese sono solo le ultime soddisfazioni che Andrea si è tolto in questi anni. Non ultima la pubblicazione della sua ultima fatica discografica Rebel. Una storia di arte in fuga, con un lieto fine (anzi, inizio) che gli ha permesso di portare la propria musica su Netflix e di portare attenzione su temi importanti tramite la sua musica. Lo abbiamo raggiunto via Zoom per intervistarlo.

Partiamo con Rebel, uscito a fine marzo. Un primo bilancio?

La recensione “globale” è stata molto positiva! Mi ha fatto piacere che alle persone siano piaciuti brani differenti per i motivi più diversi. Era un po’ quello che volevo fare con questo album: un sacco di tracce forti anche da sole.

Lo consideri un concept album?

Diciamo che volevo proprio uscire dall’idea del concept album, usando più che altro la mia voce come fil rouge. Dove la metti la metti suona comunque pop. Ma anche utilizzare mondi sonori differenti, che richiamassero alla mia adolescenza e ai contesti in cui sono cresciuto, fino a toccare temi come il riscaldamento globale.

Coordinate musicali

Dacci qualche coordinata rispetto agli universi musicali che ti hanno formato.

Crescendo ho ascoltato molto i Queen, Michael Jackson, Madonna, Whitney Houston… Grazie a mio padre che amava molto la musica internazionale mi sono affacciato a queste sfere del pop un po’ più mainstream e del soul. Con Rebel ho voluto riprendere parte di questi suoni. In Stand Up c’è una forte influenza gospel, poi momenti di pop R&B con Another Story e Miracle, dark pop, ma anche il pop standard di Crown.

E riguardo alla scena queer, per rimanere in tema di coordinate? Anche per dare uno spunto all’ascoltatore più inesperto, che si rifà spesso ad Arca e pochi altri…

La scena queer è cresciuta tanto negli ultimi anni, sia a livello italiano che europeo. Piano piano stiamo arrivando ad avere dei livelli di visibilità “normali”. Per quanto riguarda le mie ispirazioni, qui in Inghilterra direi Years & Years e MNEK, due pionieri del genere. Sono poi molto connesso anche alla scena di L.A., dove trovi personaggi come Michael Medrano e il mio amico Gess. Poi ovviamente ci sono personalità come Arca, ma mi sento più vicino al pop che all’hyperpop e allo sperimentale. Nonostante poi sia un fan di tutto quello che rappresenta e sta facendo, come valeva per Sophie.

Tra pop e testi

A cosa è dovuta questa maggior vicinanza al pop?

Sicuramente il primo album di Sam Smith ha avuto un grande impatto su di me. È la direzione che ho sentito più vicina a me, alla mia voce, ai miei mezzi e alle mie conoscenze musicali.

Una domanda sulle liriche, anche alla luce della crescente centralità che il linguaggio sta assumendo nel dibattito sull’inclusività. C’è un rapporto conflittuale tra i testi queer e le dinamiche commerciali?

È una storia non detta, ma è la realtà. Quando noi artisti queer ci troviamo a scrivere determinati testi alle volte ci chiediamo che pronomi usare, come e dove, ed è anche vero che da parte dell’industria mainstream c’è parecchia resistenza. Nei miei brani ho usato il minimo possibile pronomi di alcun tipo, rendendolo completamente impersonale, così da lasciare un’apertura nei confronti di chiunque capiti sulla mia musica. Poi, attenzione, non c’è nulla di male nel lasciare i propri pronomi.

Lungo il mio percorso discografico mi sono accorto che se lascio le canzoni più a livello impersonale c’è una ricezione maggiore dal punto di vista major. Se invece fossi più unapologetic nel modo di dire le cose sarebbe diverso. Spero che si riesca a rompere questa piccola barriera. Quando sei un artista queer c’è qualche layer di oppressione sui quali devi navigare cercando di capire che tipo di porte vuoi sfondare.

Tra l’Italia e l’Inghilterra

Avevi 19 anni quando sei arrivato a Londra. Hai riscontrato delle differenze tra le due comunità LGBTQ+?

A Londra sono riuscito a entrare in contatto con la comunità in maniera molto semplice e accessibile. C’è una scena molto forte, piena di locali e serate per poterti connettere con altri individui. Anche i social media funzionano molto bene, se scrivi in dm ti rispondono anche se non sei famoso.

E in Italia?

In Italia – parlo per la mia esperienza fino ai 19 anni – dovevi andare a cercartele, determinate comunità. Sempre che esistessero. E comunque erano anche molto chiuse, probabilmente per una questione di protezione. Per quanto riguarda bisessualità, queerness e diritti delle persone trans non c’è un grande discorso… sicuramente il maggior punto di focus per quanto riguarda i pride rimangono essenzialmente gli uomini gay e le donne lesbiche. Anche nell’organizzazione non ho mai visto una rappresentazione della comunità queer per quello che è. Un paio di anni fa vedevo Cristina D’Avena che headlineava il pride, per capirci (ride, ndr)! Con tutto il bene possibile, ma abbiamo tantissimi artisti queer, diamo spazio a loro!

Saresti arrivato dove sei ora rimanendo nel tuo paese d’origine?

Non penso proprio. Le cose che ho ottenuto qui in 7 anni, in Italia le avrei raggiunte forse in 15. E non lo dico a cuor leggero. Riconosco la fortuna di aver avuto questa possibilità.

Qui, nel frattempo, continua il blocco al ddl Zan…

Lo trovo un teatrino abbastanza triste per quel che riguarda i diritti umani globali. Sono ovviamente superfavorevole a farlo passare. È sconfortante arrivare a questi giochini. Volevo vedere se tutto questo fosse successo con il loro calcio quanto sarebbero stati veloci nel loro responso.

Andrea Di Giovanni tra performatività e Marvel

Il discorso mediatico e il senso comune scaricano spesso la responsabilità di un cambiamento verso un mondo più inclusivo al ricambio generazionale.

La scusa più lame che si possa trovare. Se queste nuove generazioni sono state educate dalle vecchie con i loro schemi la penseranno esattamente allo stesso modo. La soluzione? Visibilità, rappresentanza ed educazione, che passa dall’avere un’ora dentro alle scuole di educazione LGBTQ+, come è successo qui in Inghilterra. È una stupidaggine pensare che così si indottrinino i propri figli. Potrei dire lo stesso del mondo eterosessuale che mi ha educato. Il ricambio generazionale è semplicemente una scusa per mettere la cosa in pausa e rivederla tra dieci anni.

Sarai al World Pride di Copenhagen e al Pride di Londra. Come si terranno?

Per il momento dovrebbero svolgersi live. Sono molto contento! Rappresentare l’Italia e la mia comunità all’interno di contesti internazionali mi rende molto orgoglioso. Non vedo l’ora di portare la mia musica e il mio messaggio sul palco.

Ti hanno definito queen star fai-da-te. Dall’esterno della comunità, si è sentito spesso parlare di dibattito sulla performatività, tra chi ha fatto propria questa nozione e chi considera il corpo un vincolo inalienabile. È una questione ancora viva?

Purtroppo c’è. È un discorso portato avanti da una parte della comunità lesbica che cerca di legarsi al femminismo. Per motivi fuori dalla mia comprensione, sostengono che condividere determinati aspetti della loro sessualità o della loro identità con donne trans, persone non binary o gender fluid a loro non vada bene, perché si andrebbe a violare in qualche modo la donna. È un’argomentazione estremamente transfobica, perché donne trans sono donne trans, punto.

Onestamente trovo questa discussione assurda. Anche perché ci si scorda che 51 anni fa tre persone gender non conforming, Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson e Stormé DeLarverie, hanno avviato il Gay Rights Movement in quel di Stonewall. Sono proprio persone trans che hanno permesso a chi ci dà contro di godere dei diritti che loro hanno. Combattevano in prima linea per la comunità totale.

Oggi?

Oggi la comunità trans sta fuoriuscendo e richiedendo le redini di quello che aveva fatto partire, e trova (guarda caso) un po’ di kickback a riguardo, con tesi che non reggono. Nemmeno a livello scientifico. È importante dunque che ci sia maggior rappresentanza, soprattutto nei dibattiti a tema issues. Come si possono teorizzare e criticare certi problemi senza ascoltare l’esperienza di una persona trans?

La tua musica è finita nelle serie Netflix Tiny Pretty Things. Dove altro vorresti ritrovare i tuoi lavori?

Ci sono due contesti in cui mi piacerebbe tantissimo… uno è RuPaul’s Drag Race, sono un grande fan della serie! La seconda è sicuramente un film della Marvel. Mi piacerebbe troppo vederci una delle canzoni di Rebel, con quell’aspetto super drammatico, in una scena con tutti i supereroi in assetto squad pronti per combattere… sarebbe fighissimo entrare in quel mondo!

Ascolta Rebel di Andrea Di Giovanni

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