Sempre sia lodata la tecnologia. Abbiamo la libertà di comporre musica direttamente al tavolo di un bar, in aereo, in barca. Basta una connessione internet, un laptop o anche solo un’app per smartphone. È molto facile mettere in collaborazione tutte le figure necessarie per la riuscita di un brano e, cosa ancora più interessante, si può dividere il lavoro in tante parti e affidarle a persone diverse.

La scrittura di una canzone oggi è come una grande costruzione Lego dove ognuno si occupa della sezione di mattoncini che preferisce: autori, produttori, cantanti, sound engineer, tutti professionisti che solo un decennio fa erano costretti a stare insieme nello stesso studio. Ora lavorano in parallelo, in modo del tutto asincrono e probabilmente nemmeno nella stessa città. Si chiama additional production ed è uno degli aspetti più interessanti della produzione del pop recente.



Genesi di una hit mondiale

«La struttura iniziale era di Blender, un producer tedesco che voleva fare una collaborazione con Diplo per alcune idee da proporre a Usher o a Madonna. MØ aveva scritto il ritornello e il primo verso, il secondo invece l’ha fatto insieme a noi direttamente in studio. Il drop di DJ Snake non c’era ancora, gli abbiamo mandato la voce, lui ne ha preso un estratto, l’ha risuonato e ha creato quella che, poi, è diventata la parte più riconoscibile della canzone». A parlare è Luca Pretolesi, un producer italiano con un passato eurodance che sedici anni fa si è trasferito a Los Angeles ed è diventato uno dei mixing engineer di riferimento per il pop mondiale.

Non l’aveste capito, si riferisce a Lean On, la hit di Major Lazer che nel 2015 ha ribaltato le classifiche toccando la vetta dei 526 milioni di play e diventando, così, la prima in assoluto ad aggiudicarsi il titolo di più ascoltata di sempre su Spotify. Secondo Luca canzoni così sono rare, ne esce una all’anno se va bene, ma lasciano il segno e vanno a influenzare la musica che seguirà dopo di loro. In pochi avevano scommesso su Lean On, ed è stata la sua più grande fortuna.

Non c’era la pressione psicologica di dover realizzare un successo a tutti costi, erano altri i singoli che «dovevano funzionare», primo tra tutti Powerful, con il featuring di Ellie Goulding, che andò bene, ma non certo come Lean On. Diplo ha avuto la possibilità di lavorare con la dovuta calma, la voce di MØ ha fatto il resto: «Decidere di tenere una vocalist danese su una base dancehall ha creato un mix molto particolare – spiega Luca – Se ci fosse stato un giamaicano il risultato sarebbe stato scontato, l’imprevedibilità di una voce così diversa, invece, ha creato un’atmosfera unica».

Lean On è un ottimo esempio di cosa vuol dire avere un team di persone che lavora su una traccia, mattone dopo mattone, e la rimescola più volte fino a quando il cosiddetto finisher – in questo caso lo stesso Pretolesi, sotto la supervisione di Diplo – la mixa e la chiude definitivamente. Il fatto che una canzone venga scritta in collaborazione da più autori insieme non è una novità, a maggior ragione nell’industria del pop.

Diplo - Major Lazer - collaborazione

Major Lazer

Pro e contro della collaborazione

Il vero cambio di mentalità sta proprio nel vedere la hit come il risultato della somma di parti interscambiabili tra loro. È un tipo di visione più radicata nei DJ che nei songwriter: «Penso che il vero cambiamento sia arrivato quando, 4-5 anni fa, l’EDM ha iniziato a penetrare il pop. L’approccio classico dell’autore di canzoni si è fuso con la mentalità del producer, creando qualcosa di nuovo».

I benefici più immediati di tale metodo produttivo sono molti: innanzitutto si può sfruttare al massimo la squadra al fine di ottenere idee di qualità ma, soprattutto, in grande quantità. Avere un’abbondanza di tracce permette di lavorare senza sentire la pressione di dover trovare la hit subito, in più aiuta gli stessi autori a mantenere un approccio fresco nei confronti del proprio materiale: «C’è un aspetto psicologico che non va mai sottovalutato. È più che normale che un produttore arrivi a riascoltare la sua traccia anche 300 volte. Il suo cervello, a quel punto, non la riconosce più, non è più in grado di essere obiettivo, non importa che abbia tra le mani un capolavoro o una schifezza. Avere sempre persone attorno che ascoltano cosa stai facendo con un orecchio fresco e distaccato è fondamentale. Ovviamente ci sono anche delle controindicazioni perché quando si mette insieme un numero così ampio di collaboratori il rischio è quello di trasformare l’album in una compilation di anime diverse. Per questo è importante che ci sia una persona capace di “incollare” il tutto con il proprio gusto. Diplo, in tal senso, è imbattibile».

Tante teste pensanti significano tanti gusti diversi. Spesso ci si domanda se oggi esitano ancora generi definiti o se ci stiamo dirigendo verso una musica sempre più liquida e capace di abbracciare molteplici influenze. Il fatto che ormai le canzoni nascano in modo così partecipativo può essere una risposta. «Per me è assolutamente così – conclude Luca – Prendi ad esempio DJ Shadow: l’utilizzo dei sample nei ’90 non era altro che un tentativo di introdurre mondi differenti nella stessa produzione. Oggi lo si fa chiamando i producer che ritieni più validi: ognuno porterà qualcosa in più».

Cosa succede in Italia

Anche nel pop italiano stiamo assistendo a scambi e forme di collaborazione molto particolari. Uno degli esempi più interessanti è sicuramente Missili, scritta a otto mani tra Takagi & Ketra, Giorgio Poi e Frah Quintale. Non è la prima volta che vediamo l’indie mescolarsi al rap: a partire da Calcutta che scrive per J-Ax & Fedez, Niccolò Contessa de I Cani che co-firma La Musica Non C’è di Coez, fino ad arrivare, a ritroso, ai featuring tra Dargen d’Amico e Perturbazione o all’improbabile accostamento tra Kiave e Brunori Sas. Missili, però, è forse uno dei migliori esempi di “musica liquida” in cui si percepiscono le personalità di tutti gli attori coinvolti ma non si capisce davvero che genere sia.

Giorgio Poi - collaborazione

Giorgio Poi

«Le mia voce e quella di Frah Quintale, in qualche modo, si completano. Sono molto diverse, quando entra l’altro c’è una freschezza particolare – spiega Giorgio Poi – Non essendo così abituato, sono sempre un po’ in difficoltà a scrivere con altre persone, vuoi per timidezza, vuoi per altri motivi. Il fatto di avere avuto così poco tempo a disposizione, però, è servito. L’idea è arrivata nell’ultima ora disponibile, avevo il treno alle 8 e alle 7 mi è venuta questa melodia, l’abbiamo registrata al volo e da quella è nato tutto il pezzo. Mi sono veramente spremuto, ma è stato davvero stimolante. Ti scatta l’orgoglio di dover dimostrare a tutti i costi che sei in grado di fare una proposta che funziona. Quando si scrive insieme il giudice della tua idea non sei veramente tu ma è l’altro con cui stai lavorando».

Dieci giorni dopo l’uscita della canzone su Spotify, Giorgio pubblicava una foto su Instagram con su scritto “Il primo milione non si scorda mai”, due settimane dopo il numero degli ascolti era già raddoppiato. Sempre sia lodata la tecnologia.