Mokadelic, dalla colonna sonora di “Gomorra” al nuovo album “Apocalysm”. L’intervista

Dalle colonne sonore per “Gomorra” a quella, più minimale, per “Sulla mia pelle”, fino al loro nuovo album di inediti “Apocalysm”, Alessio Mecozzi e Maurizio Mazzenga ci raccontano l’ultimo progetto del loro gruppo
Mokadelic
Mokadelic, foto di Giulia Natalia Comito

Un’esperienza decennale nel mondo del cinema e delle serie tv, da Gomorra a Romulus per Sky, fino a L’Immortale, Come Dio Comanda e Sulla mia pelle. Questa è solo una faccia dei Mokadelic, che il prossimo 26 novembre usciranno con Apocalysm, il loro nuovo album per Blackcandy Produzioni.

Alberto Broccatelli, Cristian Marras, Maurizio Mazzenga, Alessio Mecozzi e Luca Novelli con questo nuovo progetto, composto da otto brani, raccontano l’essere umano a ridosso di un probabile sconvolgimento. E ciò riguarda non solo i cambiamenti climatici, ma anche tutti i mutamenti culturali e sociali.

Abbiamo incontrato su Zoom Maurizio e Alessio dei Mokadelic per farci raccontare l’esperienza della produzione della soundtrack della stagione finale di Gomorra e del loro ultimo album, dai molteplici messaggi.

Mokadelic, l’intervista a Maurizio Mazzenga e Alessio Mecozzi

Siamo arrivati alla stagione finale di Gomorra. Si mette così la parola “fine” ad una delle serie più amate non solo in Italia, ma anche all’estero. Come avete lavorato per raccontare attraverso la musica lo stupore e l’adrenalina di quest’ultima stagione?

Alessio Mecozzi: Le modalità sono sempre le stesse. Sicuramente in questa stagione i registi non hanno avuto bisogno di temi nuovi, quindi abbiamo riarrangiato quelli delle quattro stagioni precedenti più il film, L’Immortale. Il nostro intervento solitamente è più forte quando, come avvenuto per la quarta stagione, vanno introdotti situazioni e personaggi nuovi.

Parliamo del vostro nuovo album, Apocalysm. Parla di cambiamento climatico, ma anche di quello culturale e sociale. Sono tutti temi che si influenzano tra di loro.

M: Questo disco è nato durante il primo lockdown, durante il quale abbiamo iniziato a comporre per la voglia di fare qualcosa di nostro a prescindere dalle colonne sonore. Quel periodo e ciò che è successo, compreso ciò che sta accadendo ancora oggi, ha influenzato moltissimo il concept e la scrittura dei brani. Tra l’altro abbiamo dovuto lavorare a distanza, cosa difficilissima perché in genere cerchiamo di lavorare sempre insieme, in sala o in studio. Successivamente il concetto si è allargato in modo più globale.

In che senso?

M: La situazione del Covid ci porta a chiederci cosa accadrà e dove siamo diretti. Questa domanda è applicabile anche ai cambiamenti climatici. Credo che tutta l’umanità si stia muovendo verso qualcosa di ignoto, ma che sicuramente porterà ad un cambiamento. Noi poi non vorremmo che il disco passasse come “ecologista”, perché al suo interno come dicevi anche tu ci sono la questione culturale e quella sociale.

Il “memorandum onirico” dei Mokadelic

Voi lo avete definito “memorandum onirico”, perché?

M: Ogni brano rappresenta qualcosa, un modo di fare degli esseri umani. È come se avessimo raccolto una serie di “dati” che stanno portando e porteranno l’uomo a dei forti cambiamenti.

Mi collego ad un brano in particolare Tilikum. È il nome di un’orca rimasta prigioniera dell’uomo in diversi parchi divertimento. Questo si ricollega a quello che dicevi, ovvero ai diversi comportamenti degli esseri umani.

A: Ad ogni azione corrisponde una reazione. Se l’uomo prende un’orca, un animale libero, e lo mette a fare il circo, è possibile che reagisca. Poi passa il messaggio che è l’orca ad aver ucciso, ma è l’uomo che l’ha posta in quella condizione, altrimenti nessun animale, se non per sopravvivenza, uccide. Questa è una prerogativa dell’uomo. Anche questo è un aspetto su cui si basa l’album.

M: Leggendo alcuni articoli mi aveva fatto sorridere il fatto che all’orca fosse stata diagnosticata una psicopatia. È un’assurdità, ovviamente, e sottolinea quanto l’uomo voglia vedere tutto limitatamente al suo punto di vista. Il nostro invito è quello di guardare oltre quello che è il nostro ego, cercando di spingere le persone ad essere curiose, ma soprattutto cercando di portarli a tematiche al di fuori di quelle più canoniche della musica, che potrebbero portare a un cambiamento positivo.

Mokadelic e quella vita che può diventare un incubo

Avete messo molta cura nella selezione dei titoli. Ad esempio Bergie Seltzer, che è il rumore che fanno gli iceberg quando si sciolgono. O anche le coordinate che danno il titolo ad una traccia di Apocalysm, che rimandano all’isola di plastica del Pacifico.

A: I titoli sono arrivati successivamente, noi ci siamo dati più delle tematiche su cui volevamo lavorare, ovvero cambiamenti climatici, rapporto uomo – natura e i rapporti sociali che si modificano, anche attraverso la tecnologia. Sentivamo l’esigenza di esprimere attraverso la musica tutto questo, in totale libertà, componendo in maniera naturale. I titoli sono venuti attraverso gli elementi musicali, che ci hanno aiutato a definire il settore di appartenenza.

L’ultima traccia A Nightmare Called Life più che di un incubo mi sembra che racconti bene gli alti e bassi della vita, tra incertezze e paure, percepibili dai cambi di sonorità.

A: Hai colto pienamente quello che volevamo rappresentare, ovvero la varietà di emozioni della vita. Il titolo è riferito al fatto che se non facciamo niente, e lasciamo che la nostra vita scorra senza cambiamenti, andremo verso una situazione che somiglierà molto ad un incubo. È un titolo di protesta per accendere qualcosa nelle persone, senza però avere la presunzione di volergli dire cosa fare, perché ognuno poi trova la propria strada e capisce cosa si può fare di meglio. Speravo che la pandemia attivasse questo processo, ma per molti c’è stato un abbrutimento ulteriore, che mi ha spiazzato e mi spaventa.

M: Questo brano richiama il discorso onirico, per vari motivi. La copertina ad esempio è la trasposizione di un sogno attraverso l’illustrazione. È un sogno realistico, che si collega bene al concept del disco. C’è una dualità nel disco, tra realtà e mondo onirico, che si fondono. Le sonorità poi richiamo il mondo onirico, dove noi ci troviamo molto a casa.

La colonna sonora di Sulla mia pelle, il film su Stefano Cucchi

Vorrei chiudere parlado di Sulla mia pelle, il film su Stefano Cucchi. Com’è stato lavorare alla colonna sonora di questo film, così crudo e allo stesso tempo toccante?

A: Sicuramente è stata, nella negatività del racconto, un’esperienza positiva. Ci ha permesso di fare qualcosa di anomalo rispetto alle nostre sonorità. Questo anche grazie al regista, Alessio Cremonini, che ci ha spinto molto ad asciugare e rendere quasi asettico il suono, con la presenza del piano costante, che ci rappresenta, ma non in maniera così forte. Il tema poi è sicuramente sensibile e toccante. Noi siamo di Roma, quindi la vicenda di Stefano Cucchi l’abbiamo vissuta molto da vicino. Lui aveva più o meno la nostra età ed è un racconto con cui abbiamo empatizzato molto.

M: Poi siamo stati anche candidati ai David di Donatello e questo ci ha riempiti di orgoglio, perché per un tema così delicato e toccante essere candidati ad un premio così prestigioso ci ha fatto piacere. Comunque è stato difficile, perché siamo abituati a lavorare per sovrapposizioni sonore, invece qui come diceva Alessio abbiamo dovuto fare dei passi indietro e rivedere alcuni nostri punti fissi nella scrittura. Alla fine questo ci ha portato ad avvicinarci alla figura di Stefano attraverso un minimalismo musicale, per riuscire a raccontare la sua solitudine.

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