Con “Underwater” Ludovico Einaudi e il suo piano ci fanno volar via dalla frenesia. L’intervista.

Un ritorno alla semplicità per il pianista e compositore molto amato in tutto il mondo che dopo il successo dell’album “Cinema”, con le sue colonne sonore più famose tra cui quelle dei due film più premiati della stagione cinematografica, vincitori di Oscar, Bafta e Golden Globe, “Nomadland” e “The Father”, si concentra solo sul pianoforte, alla ricerca di un suono particolarissimo
Ludovico Einaudi
Ludovico Einaudi, foto di Gavin Bayliss

Esiste una conseguenza positiva in tutto questo periodo pandemico che ci stiamo ancora trascinando dietro? Di sicuro quello del ritrovato interesse in tutto il mondo per l’ascolto della musica classica e jazz. Le case discografiche ne hanno coscienza e sono alla ricerca di nuove strategie. Come sta accadendo in Universal, peraltro la major che accoglie nel suo portfolio la storica Decca, per la quale incide lo stesso Ludovico Einaudi, uno dei compositori contemporanei più presenti nelle classifiche di musica classica a livello mondiale. Ma anche l’artista più ascoltato di tutti i tempi nello streaming classico. Uno stream su dieci in Gran Bretagna, pari a oltre 2,5 milioni di stream al giorno e a 4 miliardi in totale, deriva dalla sue composizioni.


Da venerdì, 21 gennaio, è disponibile Underwater, il suo nuovo lavoro che per certi versi è anche sorprendente. Il progetto esce dopo un anno molto significativo per Ludovico Einaudi, che ha visto l’uscita dell’album Cinema che contiene le sue colonne sonore più famose. Tra queste ci sono anche quelle dei due film più premiati della passata stagione cinematografica, vincitori di Oscar, Bafta e Golden Globe: Nomadland e The Father. Ma anche la serie podcast Experience: The Ludovico Einaudi Story con la presenza anche di Russel Crowe, Chloé Zhao e Shane Meadows.


Underwater è un album quieto, riflessivo e gentile nei suoni. Sembra rispondere perfettamente a quelle nuove esigenze di ascolto globali a cui accennavo e non farà altro che cementare la reputazione del compositore, che ha risposto con la sua sempre immutata gentilezza alle domande di alcuni giornalisti nostrani.

Ludovico Einaudi non ha cambiato tono di voce neanche di fronte alle solite domande che devono fare “da specchio per le allodole”: l’immancabile: “Che ne pensi dei Måneskin?” o ancor peggio la sorprendente: “Un suo pensiero sulle imminenti elezioni del Presidente della Repubblica”.

La nostra intervista a Ludovico Einaudi

Nelle note di produzioni racconti che questo album è anche “figlio” di quest’epoca pandemica.

Per questo disco non ho avuto bisogno di raccoglimento e concentrazione perché il mondo intero si era fermato durante i vari lockdown e il silenzio irreale che era intorno a me – in montagna e poi in Piemonte nelle Langhe – mi ha fatto concentrare in maniera più efficace. Anche la mia testa si è “ossigenata” da tutti quei pensieri del quotidiano che mi opprimevano, certamente niente di drammatico, ma mi sentivo di colpo “disintossicato”.

Questa nuova e temporanea esistenza, che paragonerei a una sorta di paradiso terrestre, mi ha permesso di comporre con una maggiore tranquillità ed equilibrio. Non avere nessuna scadenza davanti mi ha messo di fronte a una prospettiva simile a quella che avevo a 18 anni, quando non mi era ancora chiaro il mio futuro e facevo musica per il mio diletto.

Come hai lavorato allora in questo contesto al percorso di componimento di Underwater?

Tenevo un diario musicale senza una finalità ben precisa come l’impegno di fare un album nuovo. Un paio di mesi dopo mi accorsi che c’era dentro del materiale che m’incuriosiva e mi spingeva al riascolto. Ho cominciato a lavorare sopra quel materiale accorgendomi che il suono prendeva una nuova forma e diventava una materia poetica che mi corrispondeva in maniera totale. I brani hanno una caratteristica melodica molto forte, le considero delle canzoni strumentali. Dico questo perché la durata delle tracce non supera i 3, 4 minuti di durata. Mi piaceva stare dentro quel gesto poetico della canzone che non supera mai quello spazio temporale. Una sorta di energia improvvisa che si esaurisce ben presto.

Ludovico Einaudi: «”Underwater” è un’opera distaccata dalla terra, nonostante si nutra di sentimenti»

Si crea davvero una sensazione di pace e rilassamento ascoltando l’album…

Questa musica penso si porti dentro qualcosa di arioso, è un’opera quasi distaccata dalla Terra nonostante si nutra di sentimenti, ma vola un po’ al di sopra e porta dentro a un’altra dimensione. Io ho una natura abbastanza astratta, lontana dalla frenesia del quotidiano e sono contento che attraverso questa mia attitudine sono riuscito a ricavarmi questo spazio che riesco a condividere con tanti ascoltatori.

Ti chiedo lumi in particolare solo Swordfish, che sembra leggermente diverso dal resto musicalmente. Mi viene in mente il simobolismo francese del secolo scorso, mi riporta a alcuni Études di Claude Debussy.

Una bella osservazione. Avevo proprio pensato a Debussy per Swordfish, nella tecnica pianistica c’è un richiamo che ha un senso. Sulla sua “diversità” rispetto al resto del disco non saprei. Non la sento come una composizione che si isola, ma semmai aggiunge una nota di colore.

Come sono nati i titoli di queste composizioni-canzoni?

Nascono come una piccola aggiunta poetica che poi è molto libera all’interpretazione, ognuno può trovare un suo senso. Mi piace creare, attraverso gli appunti che prendo, un ponte tra la natura sonora e una letteraria.

Colpisce il suono del pianoforte, ci spieghi come hai ci lavorato su?

Il suono è stato molto curato. C’è una preparazione del pianoforte molto precisa, grazie anche all’aiuto del mio accordatore. Il suono è leggermente felpato ed è quasi come se fosse un piano suonato direttamente con le dita sulle corde, come se avessi voluto abolire il martelletto e trovare una sensazione tattile.

Ascolta Underwater


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