Luca Longobardi e l’arte delle mostre immersive: «Non semplici trasposizioni, ma nuove opere originali»

Il pianista e compositore ha curato il sound design e le composizioni originali degli spettacoli su Van Gogh e Klimt in Nord America, con numeri da capogiro in termini di affluenza
Luca Longobardi - intervista - foto di Creative Studio - 1
Foto di Creative Studio

Il pianista e compositore di origini calabresi Luca Longobardi ha alle spalle un lungo e apprezzato percorso artistico che mescola il retaggio della musica classica con stilemi della contemporaneità. Ma è nella realizzazione di colonne sonore per spettacoli immersivi che sembra aver trovato la sua specialità: dopo gli studi al Conservatorio di Napoli, alla Manhattan School of Music di New York e un dottorato di ricerca alla Sapienza, inizia la collaborazione con Gianfranco Iannuzzi, Renato Gatto e Massimiliano Siccardi, firmando la regia musicale e la colonna sonora originale degli spettacoli immersivi di Carrières de Lumières a Baux-de-Provence, dell’Atelier des Lumières a Parigi, Bunker de Lumières a Jeju (Corea del Sud), Bassins de Lumières (Bordeaux) e della Kunstkraftwerk di Lipsia.


Nel 2020 intraprende firma con Siccardi (autore e regista) e Vittorio Guidotti (autore e art director) gli spettacoli Immersive Van Gogh e Route 66, che debuttano a Toronto all’1 Yonge Street. Oggi Immersive Van Gogh è lo spettacolo di intrattenimento più popolare in Nord America, con 3 milioni e mezzo di biglietti venduti. Abbiamo approfondito con lui le idee e il lavoro che sorreggono una simile storia di successo.


Come comincia il lavoro musicale per uno spettacolo immersivo? E quali sono le sue fasi di sviluppo?

La colonna sonora nasce in contemporanea allo storyboard. È questa peculiarità che rende il rapporto musica-immagine così stretto e complementare. C’è una primissima fase di studio, di raccolta filologica d’informazioni sull’artista che è protagonista del racconto, sul suo periodo storico. È il modo per entrarci in contatto, per immaginarne la percezione del mondo a lui contemporaneo.

Nel caso di Vincent Van Gogh, per esempio, ho iniziato a scegliere i brani che fanno parte della colonna sonora ponendo al centro di tutto la condizione umana ed emotiva dell’uomo Vincent e poi dell’artista Van Gogh. Questa duplice visione mi è sembrata cruciale per voler descrivere la sua esclusiva condizione espressiva che trova nella solitudine l’incipit emotivo di un atto creativo che diventa però universale e condiviso.

Una volta selezionata una rosa di brani editi e appuntato alcune idee per i brani originali, mi confronto con Massimiliano Siccardi, ideatore e regista delle opere. Da qui inizia il lavoro di creazione di uno spartito unico. Comporre, editare o riarrangiare per me hanno la stessa valenza artistica. Questo approccio mi permette di creare un filo narrativo coerente che amalgama in un’intenzione comune le scelte fatte.

È un rapporto delicato tra tempistiche, tonalità, orchestrazione e sound design che tiene conto di tantissime componenti delle immagini, come la velocità delle animazioni, le tecniche, l’agogica dello spettacolo, l’impatto emotivo dell’opera. È un’alchimia molto precisa che bilancio specialmente con le composizioni originali che, in queste ultime colonne sonore, sono sempre più presenti.

Da quali stimoli artistici e sensoriali (o anche razionali) ti sei lasciato guidare nella realizzazione di questi “ambienti” musicali?

L’arte immersiva è un concetto relativamente nuovo ma ancora molto complesso. Nella parola “immersivo” trovo un profondo impegno di intenzioni che collegano immagini e suoni in modo che il pubblico possa essere in grado di sperimentare una diversa percezione dell’arte.

La musica non deve “sopraffare” le immagini.  Al contrario, deve permettere un approccio diverso, più personale e intimo e allo stesso tempo collettivo ad una letteratura figurativa già conosciuta. Il mio approccio è teatrale e performativo. Il pubblico è il protagonista di questo bagno sensoriale che articola suoni e immagini in uno spazio architettonico che si trasforma in un palcoscenico condiviso.

Ci spieghi il tuo concetto di “visione sonora”?

Ho il mio sottotesto visivo, il mio input collaterale al suono: quasi sempre è un corpo che si muove in uno spazio. L’aver lavorato tanto con la danza classica e contemporanea mi ha permesso di conservare in quello che scrivo un particolare respiro, quello che permette alla fisicità di un danzatore di muoversi “in musica”.

Ma questo è solo il pretesto per immaginare una storia: la visione è sempre soggettiva, è figlia dell’esperienza di chi ascolta. La maggior parte di quello che compongo nasce in maniera spontanea, racconta situazioni della mia vita quotidiana. È forse quest’immediatezza che induce chi ascolta a provare una sorta di nostalgia per quei luoghi e quelle persone che descrivo ma che non conoscono.

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Luca Longobardi (foto di Creative Studio)
I numeri raccolti per esempio da Immersive Van Gogh dimostrano la natura fortemente “pop” di certe proposte artistiche, anche legate al passato. Questo tipo di produzioni secondo te può anche ampliare il pubblico degli eventi culturali?

Sì, anche se le opere immersive che hanno come argomento l’arte non trovano spesso il favore degli accademici, dei musei e delle fondazioni. Questo deriva da un grande equivoco. L’opera immersiva non è una mera trasposizione di un medium (il quadro) in un altro (l’animazione), ma è una nuova opera originale.

Io racconto la mia idea di Van Gogh attraverso le mie scelte musicali, Massimiliano con la sua regia, Vittorio Guidotti con la sua direzione delle animazioni. L’opera di Van Gogh è l’immaginario che ha fatto da motore alla nostra creatività che ne omaggia la genialità nella forma di un’opera multimediale nuova.

Siamo in un periodo in cui la comunicazione è cambiata. Un’influencer che si fotografa con il direttore di un museo durante una visita guidata può oggi far vendere il 24% di biglietti in più. Il nostro spettacolo ha venduto 3,5 milioni di biglietti, più del tour di Taylor Swift del 2019. Cosa succederebbe in particolare se si pensasse ad una partnership tra musei e società che producono l’immersivo, un biglietto congiunto per esempio che preveda un’agevolazione sull’entrata ai tradizionali luoghi d’arte per chi ha già visto e vissuto i nostri show? Sarebbe di sicuro un modo altro per incentivare le visite.

Nelle tue composizioni originali ti muovi a cavallo fra classicità e contemporaneità (per esempio inserendo elementi di elettronica). Qual è il “punto di equilibrio” di Luca Longobardi fra le due dimensioni?

Penso alla mia musica sempre in modo orchestrale, cercando l’intenzione del suono ancora prima di scriverlo. È una cosa che ho imparato durante i miei anni di studi a New York. Non importa se sia un quartetto di fiati o una sequenza generativa creata con un synth sperimentale: cerco sempre di esternare in modo chiaro e percepibile l’idea che sento in testa in modo da condividerla il più fedelmente possibile. Mi piacciono le sfumature, le piccole cose, i particolari: sono queste le cose che contribuiscono in modo efficace all’equilibrio.

L’Italia ha un enorme patrimonio legato alla musica classica e all’opera, ma sembra che qui da noi le proposte più moderne – come appunto le varie forme di contaminazione – facciano più fatica ad attecchire. Vista la tua lunga esperienza internazionale, qual è il tuo punto di vista?

In Italia i luoghi per la musica sono o troppo importanti (come teatri e auditorium che puntano su grossi nomi per assicurarsi i numeri di pubblico) o troppo piccoli, che spesso significa aperti a un numero chiuso di conoscenti. Ci sono pochi festival, eventi ben strutturati e occasioni dove aprire le programmazioni al nuovo, al “non troppo conosciuto”. E anche quando la manifestazione sembra respirare perché più contemporanea, i nomi che circolano sono sempre gli stessi.

È come se chi decide la direzione artistica di un evento culturale tenesse di conto solo il numero di biglietti già staccati nelle precedenti edizioni o in eventi affini e già passati. Come se considerasse il pubblico una risorsa limitata, senza invece avere la lungimiranza di creare stimoli. In altre parole, penso che il problema (perché di problema si tratta) sia in un’errata considerazione del rapporto qualità-quantità della fruizione.

Ascolta Vincent di Luca Longobardi in streaming


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