La forza del contrasto secondo i Bautista: «Vi presentiamo l’emoton»

Quattro chiacchiere con 999asura e Machweo tra il nuovo brano Hasta la muerte, il culto emo e la stima dei Bautista per Pucho e Alizzz
Bautista / fonte: ufficio stampa
Bautista / fonte: ufficio stampa

In un panorama musicale italiano dove molti allontanano l’amaro calice delle etichette (le definizioni, non le label) sia per per paura di rimanerne invischiati che per tenersi buono il salvagente del trasformismo, c’è anche chi non ha paura di affidarsi alle formule. A volte fissare dei punti può aiutare ad emergere, senza per questo vedersi imporre amare rinunce alla libertà d’azione. Soprattutto se gli ingredienti scelti ben si prestano alle sperimentazioni. È il caso dei Bautista, duo formato da 999asura (Aaron Saavedra) e Machweo (Giorgio Spedicato).

Il loro nuovo progetto musicale si fonda su un neologismo: l’emoton. Mix personale e accattivante, che si ottiene miscelando due generi molto più sfaccettati di quanto non voglia il senso comune, l’emo e il reggaeton.

I Bautista lavorano insieme già da un po’, ma da ieri hanno puntellato la propria produzione con nuovo materiale. In occasione dell’uscita dell’inedito Hasta la muerte abbiamo intervistato il gruppo, che a breve pubblicherà anche un altro singolo. Anche se comprensibilmente gli artisti non si sbottonano troppo a riguardo. In ogni caso, i presupposti per appassionarsi al loro percorso ci sono tutti. A partire dall’ultima release, che parla a due fette di pubblico molto ampie e variegate. E non solo.

Qual è stata la molla che vi ha spinto verso Hasta la muerte?

Giorgio: In realtà non ho idea di cosa mi ispiri quando scrivo musica. Nel progetto Bautista abbiamo deciso fin dall’inizio di seguire un mood e delle immagini precise, qualcosa che ricordasse degli elementi particolari, che noi chiamiamo emoton. Questo è quello che muove la produzione dei pezzi.

Aaron: Hasta la muerte è nata su una produzione di Giorgio. Volevamo fare già da un po’ questa cosa con le chitarre. Lui ha dato il nome al progetto, io ci ho scritto intorno la canzone. Parla di un continuo attendere…

Di che tipo?

Aaron: Può essere tante cose…attendere l’amore, il cambiamento, la fine della tristezza…

Dopo questo brano ne uscirà un altro. Cosa ci aspetta?

Giorgio: Posso solo dirti che non c’entra niente con il provino originale. Hasta la muerte invece è stata fatta seguendo un concept ben preciso.

Hasta la muerte potrebbe avere un futuro come intro di un disco o di un EP?

Giorgio: Sappiamo che quel momento prima o poi arriverà, ma non facciamo mai pezzi pensando se finiranno o meno nel disco…

Aaron: Il brano è più uno statement che una parte di un lavoro più grande. Volevamo dare un impatto molto deciso, con un pezzo che trasmettesse l’idea più ampia del progetto emoton.

Prima parlavate di immagini precise che seguite durante i processi creativi. Qualche esempio?

Aaron: Io ho il panico dell’abbandono. Sento che prima o poi arriverà, quindi scrivo spesso di lasciarsi, dell’ansia, della paura. È terapeutico. Non ci penso sempre, ma è l’immagine più grande che ho da offrire in questo momento. Poi comunque, nonostante tutto questo buio, nei testi c’è sempre uno spiraglio di luce. Hasta la muerte è una produzione molto cupa e malinconica, ma lo trovi anche lì.

Giorgio: Io sono molto affezionato al concetto estetico di malinconia e ai momenti finali delle cose. “Machweo” vuol dire “tramonto” in swahili. Il concept dietro alla mia musica non è mai cambiato, è lo stesso da anni. Cerco di comunicare il senso di forte malinconia che mi porto dentro. Per noi non è una cosa negativa. È la gioia di essere tristi.

Che rapporto avete con gli artisti sudamericani più legati all’emo attitude? Penso agli argentini Duki e Cazzu o al peruviano A. Chal

Giorgio: Beh, sono alcuni tra i nostri artisti preferiti…

Aaron: In generale siamo grandi ascoltatori di emo, io più italiano, Giorgio più estero.

La formula che vi contraddistingue è l’emoton, unione di emo e reggaeton. Qual è la vostra personale visione di entrambi i generi?

Aaron: In Sudamerica il reggaeton è molto sentito, come ogni musica da festa. In paesi non totalmente sviluppati c’è un grande senso di povertà e di difficoltà a farcela giorno dopo giorno. Questa musica la ascolti per dimenticare le tue sofferenze ed evadere dalla realtà. È un modo per festeggiare, nonostante tutto il resto stia andando male. In questo contrasto l’emo gioca un ruolo fondamentale, soprattutto nei testi. Noi andiamo a scavare i nostri problemi con ritmi felici. Così non solo stai ballando e ti dimentichi delle cose, ma sei anche consapevole di cosa stai passando.

Quale elemento del genere emo non è ancora stato capito in Italia? Si fa presto a tirarlo in ballo, soprattutto quando si parla di americani e ci si rifà a determinati immaginari ed estetiche.

Giorgio: L’emo in Italia a livello mainstream non esiste. C’è solo una nicchia di persone che lo ascolta.

Aaron: In Italia l’emo più che un genere musicale rappresenta un culto. Infatti ci sono tematiche e somiglianze musicali tra – per dire – la Sardegna e la Romagna. Sono punti del paese che non si sono incrociati cosi spesso, ma che parlano delle stesse cose e lo fanno in modo simile…

Giorgio: In Romagna c’è un botto di emo! Forlì, Cesena, quella zona lì… Penso comunque che il pubblico del genere sia quasi soltanto quello che lo suona, a parte alcune eccezioni. Chi ascolta emo non si perde niente, perché c’è dentro fino al collo.

Aaron: Per quel che riguarda l’estetica, se pensi all’emo estero ti vengono subito in mente nomi come i My Chemical Romance… ma loro sono la punta dell’iceberg del Midwest emo, un genere più pop. Qua invece non vedi gente truccata, ma persone normalissime. Magari trovi l’informatico che è triste ma ti distrugge la vita con un pezzo. Lo vai a sentire live, ti abbracci con la gente e piangi un po’. È questo quello che fa l’emo, radunare persone che fanno una vita normalissima ma non si sentono felici al 100% e vanno lì per sfogarsi.

Ricordate l’epifania che ha cambiato per sempre il vostro rapporto con quel mondo?

Giorgio: Per me ci sono diverse fasi, è complesso individuare un evento preciso. Posso dirti che da ragazzino era il mio genere preferito proprio con i My Chemical Romance… però uno dei momenti che mi ha cambiato di più è stato ascoltare il disco Giorgio dei Do Nascimiento.

Aaron: Ascoltavo soprattutto screamo quando ero più piccolo. Artisti come gli Emarosa, cose così. Sono stato un grande ascoltatore di emo italiano, dell’etichetta To Lose La Track in particolare. Ma l’epifania vera è arrivata un po’ più tardi. Era il 2016, arrivavo da un viaggio lunghissimo. Ero stato in Italia dal 2008 al 2012, dopo sono andato a vivere in Spagna per un anno. Dal 2013 sono stato in Perù, e nell’ottobre 2016 sono tornato in Italia. Tre settimane dopo sono finito al Mattatoio a sentire i Fine Before You Came. 40 minuti in cui rimbalzavo dappertutto. Ero piccolo, magrolino, morto di sudore. La calca, l’essere parte di un insieme mi hanno fatto capire che quella era la mia roba.

Realtà come il gaming e il cinema hanno una grossa presa sugli artisti di ogni genere. Cosa influenza i Bautista al di fuori della musica?

Aaron: Ho lavorato in fabbrica in meltmeccanica, come mio padre… per questo sono appassionato di Formula 1. Mi piacciono un sacco anche gli anime e la letteratura giapponese, è molto onirica. Mi piacerebbe scrivere così.

Qualche autore in particolare?

Aaron: Haruki Murakami e Banana Yoshimoto.

Giorgio: Direi anche io gli anime… ma aggiungo le scienze, come la biologia e l’astronomia. Mi guidano tanto nella vita, probabilmente mi ispirano pure.

Chiudiamo con una curiosità. C’è un duo cantante-producer che stimate particolarmente?

Aaron: Innanzitutto i Bautista…

Giorgio: C. Tangana e Alizzz. Sono praticamente la stessa persona.

Ascolta Hasta la muerte dei Bautista

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