“Toccaterra”: il nuovo cantautorato italiano passa anche da Emma Nolde

La 19enne cantautrice toscana ha pubblicato il suo album d’esordio: otto brani che fanno sfoggio di soluzioni liriche, melodiche, armoniche e metriche non banali. Una promettente new entry della scena cantautorale italiana
Emma Nolde - 1 - Toccaterra - foto di Aurora Cesari
Foto di Aurora Cesari

Una raffinatezza artistica che va in tante direzioni contemporaneamente: lirica, melodica, armonica, metrica, con arrangiamenti che spaziano dall’acustico all’elettronico. Dopo un paio di singoli – (male) e Nero Ardesia – usciti nei mesi scorsi a mo’ di teaser dell’intero progetto, Emma Nolde pubblica adesso il suo album d’esordio, Toccaterra, fuori per Woodworm / Polydor / Universal Music dal 4 settembre. Un lavoro compatto: otto brani ad ampio spettro sonoro in cui la 19enne cantautrice toscana canta sentimenti senza tempo con quella sua vocalità un po’ malinconica che è una delle sue caratteristiche più riconoscibili. Abbiamo approfittato della sua presenza a Milano per incontrare questa promettente new entry del nuovo cantautorato italiano.

Come ti sei avvicinata alla musica nella tua vita?

In modo casuale. Da piccola vidi una chitarra appesa in una pizzeria e mi dissi: “Ok, voglio iniziare a suonare la chitarra”. Mia mamma ne aveva una a casa. Avevo sempre pensato che la chitarra si suonasse in modo completamente diverso, cioè girando le chiavette (che io chiamavo “pischeri”) per ottenere le note… Poi ho avuto un insegnante che mi ha fatto appassionare alla musica. Mi piaceva un sacco. Alle medie ho iniziato a studiare chitarra classica e al liceo ho dato il primo esame al Conservatorio. Dopodiché ho capito che mi piaceva la musica che al Conservatorio non si studia. Quindi ho iniziato a prendere lezioni private da vari chitarristi, più improntate sul jazz, sull’armonia, sul live.

Hai iniziato a scrivere canzoni a 15 anni, inizialmente in inglese. Cosa ti ha portato a questa esigenza espressiva?

Per vicissitudini personali. Prima avevo paura di farmi capire, non volevo che succedesse. Mi piaceva dedicare canzoni alla persona X, ma non doveva capirlo. Poi a un certo punto diventa necessario aprirsi. Non avevo più paura e volevo che ci fosse comprensione.

Invece Nero Ardesia è stato uno dei primi brani che hai scritto in italiano. Come è avvenuto il passaggio alla nostra lingua?

Solo per esigenza personale. Ho fatto tanti concerti, sin da quando avevo 14 anni. E notai che quando scrissi la mia prima “canzoncina” in italiano la risposta era diversa, più attiva. Ti rendi anche conto che la sensibilità che hai con la tua lingua è incomparabile con quella che puoi avere con una lingua che studi. Per me in italiano fa differenza una virgola, mentre in inglese non ho questo tipo di sensibilità.

La tua musica suona come una sublimazione lirica delle sofferenze, delle malinconie, che partono da te ma che sono un po’ di tutti. Credi nel potere terapeutico della musica, di quello che scaturisce dalla tua espressione musicale?

Mi sono resa conto che questo disco racchiude otto brani che per me sono stati davvero come degli amici che mi hanno aiutato a capirmi. È stato grazie agli otto brani di Toccaterra che si sono aperte domande e anche dialoghi con le persone che mi stavano vicine. Penso che nel migliore dei casi la musica sia questo. Certo, a volte magari è più “gioco”, anche per me. Però se riesce ad aiutarti penso che quella sia l’essenza.

È una musica in buona parte analogica, soprattutto basata sulla chitarra, anche con inserti di sintetizzatori che però non sono mai invadenti. Quando scrivi i pezzi parti dalla chitarra? E che tipo di lavoro di produzione è stato fatto su Toccaterra?

Inizia sempre tutto con la chitarra o con il piano. Penso che si percepisca che dietro alle canzoni c’è uno “scheletro” dettato da uno di questi strumenti, che poi decide anche quello che serve intorno. Nel senso che a livello di produzione siamo andati molto per sottrazione. La voglia di mettere elementi come i sintetizzatori o i trigger sulle batterie fa sì che non sia né puramente acustico né puramente elettronico. Questa via di mezzo mi dà quello che mi piace: ascolto tante cose che hanno questa caratteristica. I Radiohead sono una sintesi di quello che sto dicendo.

Hai detto: “(male) non è un singolo, è una canzone. Non esiste alcun singolo, esiste un disco”. Puoi approfondire questo concetto?

All’inizio Toccaterra sarebbe dovuto uscire subito integralmente, ma poi c’è stata la pandemia. Penso che per iniziare a farsi un’idea di quello che faccio sia quasi indispensabile ascoltare almeno tre brani, perché non è un disco omogeneo. Una canzone sola non è lo specchio di tutto il resto. Quindi non esiste il singolo. Poi però abbiamo avuto bisogno di prenderci del tempo, e far uscire (male), che è uno dei brani più intimi, voleva semplicemente incuriosire, avvicinare, invitare all’ascolto.

Berlino, come anche altri pezzi di Toccaterra, ha una metrica e una densità di testo che sono affini al rap. Quello del rap italiano è un mondo a cui guardi con interesse?

Forse quello italiano un po’ meno. Quello era il periodo in cui ascoltavo tantissimo Mac Miller. È stato il primo lutto artistico che mi ha segnato profondamente, non avevo mai provato una cosa simile. Ci sono diversi artisti che mi piacciono nel rap italiano, ma ho meno riferimenti. Il fatto che ci sono tante parole potrebbe essere quasi un errore ma non riesco a farne a meno, mentre apprezzo quando c’è sintesi, come fa Motta. Forse non voglio rinunciare a dire tutto.

Nella tua musica si avvertono influenze molto italiane, sia a livello autorale che nel rapporto con la tradizione del cosiddetto “bel canto”. Quali sono i tuoi miti italiani?

Pochi. Le mie aperture melodiche sono più un rimando a Bon Iver, magari fatto “all’italiana”. Ho ascoltato tanto Renato Zero, poi mi piacciono molto Brunori Sas, Colapesce, Caparezza, Carmen Consoli, Cristina Donà, Niccolò Fabi. Ecco, Fabi è l’unico italiano che può avere avuto su di me l’influenza di un Bon Iver. Aggiungerei anche Giovanni Truppi, che musicalmente è lontanissimo da me – perché non ha strutture – ma è unico.

In Sorrisi Viola dici: “Sedici anni mai li ho avuti e mai li avrò”. In che senso?

Prima dicevo “quindici anni”, perché la scrissi allora, ma faceva un po’ troppo “teen”. Il fatto è che sono sempre uscita con persone più grandi di me. Era un po’ per dire che non mi riconoscevo in chi aveva quell’età: le discoteche, i pub e così via. Anch’io ho avuto 16 anni, ma forse li ho vissuti da un altro punto di vista.

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