Tiromancino: «Ho ritrovato l’equilibrio ma non è detto che lo mantenga»

Il gruppo guidato da Federico Zampaglione pubblica domani il suo nuovo album “Ho cambiato tante case”. Dalle canzoni per il padre a Franco126, la nostra intervista
Tiromancino Federico Zampaglione
Federico Zampaglione, foto di Giovanni Canitano

Dopo un lungo silenzio e dopo le esperienze cinematografiche e letterarie, tornano i Tiromancino a “descrivere l’attimo” quello importante in cui tutto accade, con l’intensità di sempre. Domani esce l’album Ho cambiato tante case. E mai come in questi mesi di grande fervore creativo per la musica italiana, segnati dall’uscita di dischi importanti, scritti e prodotti all’insegna della sperimentazione e della commistione di linguaggi, l’importanza del progetto Tiromancino e di quel particolare modo di dire “canzone d’autore” potrebbe essere altrettanto evidente.

Nel pop di Federico Zampaglione le cose, i racconti, non sono vissuti né da troppo lontano, né troppo da vicino ma vanno dritto al cuore delle cose. L’impronta di una poetica che ha svecchiato una volta per tutte la scrittura del pop italiano è rimasta indelebile fino ai cantautori di ultima generazione e anche oltre fino ai linguaggi del rap.

Ne parliamo con Federico, sorridente e accompagnato dalla moglie Giglia Marra, bellissima ed elegante come sempre, in una serata di pioggia tropicale e social crash, ed è come ritrovare un amico e attraverso lui rivolgere al mondo intero la domanda più essenziale: “Come stai?”.

Tiromancino: «Cambiare casa determina uno schock. In questa fatica sta l’opportunità di rimanere vivi»

Di solito nelle canzoni si parla di traslochi, di instabilità, di fughe. Invece il titolo del nuovo album Ho cambiato tante case sembra alludere a un momento di quiete e di ritrovato equilibrio. Hai trovato la dimensione più giusta da respirare e abitare?

Si, ma non è detto che ci rimanga. Ho sempre evitato di aggrapparmi alle cose che sono andato man mano realizzando e di capitalizzare su ciò che so fare meglio. Mi piace rischiare, ampliare il raggio d’azione. Anche il fatto di utilizzare linguaggi diversi, musica, cinema, scrittura, è sempre stato un modo per spiazzarmi, per non ripiegare in una mia comfort zone. Il più delle volte cambiare casa determina uno shock, perché devi abituarti a un nuovo ambiente, capire come conviverci. Però in questa fatica sta l’opportunità di rimanere vivi.

Passando però dalla curiosità intellettuale ad un ambito più squisitamente emotivo, mi sembra che il disco comunichi una grande pace interiore. È come se, dopo tanti shock, queste canzoni coinvolgessero l’ascoltatore in un’atmosfera di luminosità e di cura…

È davvero una cosa fantastica da sentirsi dire, perché è proprio a questo che il disco è servito innanzitutto a me: mi auguro possa essere lo stesso per chi lo ascolta. Prima che arrivasse la pandemia avevo già approntato una prima versione, che aveva un assetto differente. Quando sono iniziate tutte le vicende ben note, la mia prima reazione è stata fermarmi. Non ho scritto più nulla per qualche tempo. Quando ho ripreso il materiale in mano, non me la sono sentita di fare uscire un disco in cui la voce narrante saltasse a piè pari ciò che era successo. Mi sono rimesso a scrivere e curiosamente nel processo creativo è venuto fuori tutto ciò che di positivo si poteva ravvisare nella situazione. Non mi era mai successo di riascoltare in cuffia le cose che stavo preparando ed astrarmi come se non fossi io a cantare. Serviva a me a guardare avanti, era una sorta di cura.

Il “germe della malinconia” della domenica secondo Federico Zampaglione

Colpisce molto in questo senso anche il modo in cui racconti la domenica, nella sua classicità molto nuovo, perché anche differente rispetto al topos letterario della malinconia del giorno che conclude la festa.

Il germe di malinconia che contiene la domenica è pacificato dal fatto che sei accanto alla persona con cui vuoi stare.  Ho voluto riprendere quelle immagini familiari che sono quelle che ci hanno tolto durante la pandemia. La grande famiglia allargata che si vede nel video è reale. C’è mio padre, Giglia, Claudia Gerini, Carlo, i ragazzi della band. Insomma è un racconto autentico.

C’è molta ricerca sonora nel disco, non solo per la collaborazione di Jason Rooney, ma per la particolarità dell’uso dell’elettronica che mi sembra molto ponderata

L’elettronica ha un suo spazio. La regia finale è mia ma a livello di arrangiamenti e realizzazione ci sono Antonio Marcucci, Jason Rooney, Leo Pari. In particolare è importante la ricerca sulle ritmiche. Mi è sempre piaciuto accostare il pianoforte con batterie elettroniche e synth, avere un’elettronica dalla matrice calda. E in questo disco  ho sperimentato molto intorno a questo concetto. Ho voluto frequenze ampie, non squillanti, come se dovessero sempre uscire da TikTok.

La collaborazione con Franco126

A proposito di collaborazioni, due momenti di grande intensità nel disco sono quelli con Franco126. Colpisce in particolare il modo in cui raccontate la romanità. Due anime urbane, ma anche due modi di vivere l’Urbe.

Franco126 è un poeta urbano, moderno, dotato di una istintività creativa estremamente autentica. Il filo conduttore fra noi è Franco Califano. Lo adoriamo entrambi e parliamo spesso della sua estrema semplicità piena però di profondità. Immagini come la nevicata del ’56 ti annientano in due semplici parole. Ci sono come delle connessioni misteriose che creano questo ponte. Franco126 si chiama Federico, però si fa chiamare Franco in onore del Califfo e 126 sono i gradini che uniscono Monteverde a Trastevere, una scalinata che sta proprio davanti a casa mia.

Questa affinità con i linguaggi del rap e dell’urban pop non potrebbe essere proprio legata al fatto che proprio con la discografia dei Tiromancino la poesia del quotidiano è rientrata nella canzone d’autore? Si veniva da un ventennio di astrazioni e di parole auliche, a volte anche forzatamente.

In realtà c’è una linea di confine molto precisa, che mi ha portato a collaborare  con Ernia con Fabri Fibra e tanti altri. La compatibilità è anche musicale. All’inaugurazione di un marchio di vestiti di Franco126 mi sono visto circondato da tanti giovani produttori innamorati dei miei pezzi. I rapper sono un po’ i cantautori di oggi, non hanno peli sulla lingua, raccontano ciò che vivono nel bene come nel male e nel pop. Per me è un grande piacere vedere come usino campionare cellule dei miei pezzi.

Il rapporto con il padre

È bellissimo però anche guardare indietro, come fai nella canzone per tuo padre

Mio padre mi ha regalato, quando ero un ragazzino turbolento, Just One Night, il doppio live di Eric Clapton. Sentii le chitarre suonate in quel modo per la prima volta, non come chitarre di accompagnamento, ma come arpeggi e parti soliste. Lo ascolto tutti i giorni da quel momento

Ti ha fatto conoscere lui Roberto Ciotti?

Vidi su Repubblica una foto di Ciotti con la barba, ed era denominato “il più grande blues man italiano”. Andai a vederlo con mio padre e un amico e guardarlo suonare a un metro di distanza mi fece dire “papà nella vita voglio fare questo”. Il pezzo a lui dedicato nell’album riprende questo tema: amai da subito la sua musica non perché era famoso ma per la sua bravura. Io e mio padre abbiamo scritto il testo e la musica è di Ciotti, è un pezzo che chiude il cerchio.

Mi sa che nel pop sei l’unico che scrive le canzoni con suo padre

Guarda, va sempre allo stesso modo. Mio padre mi chiama e mi fa “Federì, ho scritto una idea fantastica…mi manda il suo papiro, lo leggo lo rielaboro in modo da farlo diventare un testo di canzoni. Il primo pezzo fu Amore impossibile, che ormai è un evergreen.

Federico Zampaglione
Federico Zampaglione, foto di Giovanni Canitano

Tiromancino: «La quotidianità deve essere universale, le grandi canzoni non hanno data di scadenza»

A cosa bisogna rinunciare per scrivere una buona canzone?

Bisogna staccarsi dalle convenzioni legate alle mode e alle tendenze, non parlare di cose che appartengono a un solo mondo ben preciso, magari menzionando hashtag, profili instagram. La quotidianità deve potere essere universale, le grandi canzoni non hanno data di scadenza.

Parliamo di Cerotti e del film Morrison, che esce su Sky?

È un pezzo malinconico, stropicciato, molto notturno come il film. È stata scritta insieme a Gazzelle, che è un cultore anche lui della malinconia noir che piace tanto a me, in un solo pomeriggio, e sa di notti insonni e di guai.

Cosa mi dici del tour teatrale appena annunciato?

Volevo dei posti dove l’audio fosse il migliore possibile: Voglio che si sentano i testi e che l’armonia che ho tanto cercato fra liriche e atmosfere musicali arrivi totalmente. Vi stupiremo con dei non effetti speciali .

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