Raphael Gualazzi andava premiato di più per “Carioca”? L’intervista

Dopo il festival di Sanremo sono tanti i brani che sono rimasti nelle classifiche radio e di streaming: forse quello di Raphael Gualazzi meritava di più?
Raphael Gualazzi, foto di Flavio & Frank
Raphael Gualazzi, foto di Flavio & Frank

Il festival di Sanremo ha lasciato in eredità molti pezzi validi che vanno forte in radio e nelle classifiche streaming, abbiamo avuto già modo di parlarne. Tra questi però, forse non è stato abbastanza messo in evidenza il brano di Raphael Gualazzi. O meglio: molti si sono accorti della raffinatezza di arrangiamenti e parole e hanno scritto che è stata un’ingiustizia il fatto che sia arrivato solo undicesimo nella classifica generale. Probabilmente però non se ne sono accorte abbastanza persone.

Abbiamo incontrato Gualazzi di passaggio a Milano, nella sua casa discografica, la Sugar.

Per mettere un punto finale all’esperienza sanremese: sei soddisfatto di come è stato accolto Carioca? Non pensi che avrebbe potuto meritare di più?

No, sono stato contento. Carioca ha già superato 1 milione e 600mila stream su Spotify e 1 milione e 100mila views su YouTube. Poi nella gara entrano in gioco altri meccanismi e non era il mio obiettivo principale vincere.

Comunque sul palco ti sei divertito, vero?

Parecchio! Sia per l’esibizione di Carioca dove ho coinvolto anche i fiati di Mauro Ottolini sia per quella della cover di E Se Domani con Simona Molinari. Lì avevamo l’intenzione di riproporre l’atmosfera di una certa televisione degli anni ’60, quella bella di jazzisti come Franco Cerri, Armando Trovajoli, Lelio Luttazzi.

Sono felice di Carioca e anche di tutto l’album Ho un Piano, al quale hanno lavorato ben 5 produttori diversi: i Mamakass, Federicosecondomè, Stabber, Dade e Fausto Cogliati.

È un album dalle mille sfumature in effetti: Stabber è stato quello che ha portato il tocco più urban?

Lui ha avuto il merito particolare di dare importanza al pianoforte, da lì mi è venuto in mente anche il titolo dell’album. È riuscito a creare un vero e proprio elemento iconico con lo strumento che torna come leitmotiv nella canzone.

Hai anche scelto un look completamente diverso.

Pensavo fosse giusto adattarlo al mio nuovo spirito.



Se nel tuo armadio avessi solo due vestiti: quello di Achille Lauro la prima sera al festival e quello di Piero Pelù, quale sceglieresti?

Nessuno dei due, dai. Sono troppo lontani da me.

Sei obbligato.

Forse quello di Achille Lauro che era mezzo nudo cioè con la tutina. Oppure prendo una gamba dell’uno e quella dell’altro e li metto insieme.

Il tuo duetto con Simona Molinari è stato molto apprezzato. Nel 2014 ci avevi stupiti salendo sul palco dell’Ariston insieme a The Bloody Beetroots. Se adesso dovessi scegliere una compagna inusuale tra Elettra Lamborghini e M¥SS KETA?

Tutte e due, perché no? Potrebbe venir fuori qualcosa di divertente.

Hai da sempre voluto esplorare nuovi generi musicali: ora che ricerche vorresti fare?

Vorrei muovermi sia in maniera orizzontale che verticale. Nel primo caso vorrei fondere le passioni musicali che mi hanno sempre ispirato con atmosfere diverse. E nel secondo vorrei proprio andare in profondità in ciò che seguo da sempre, ovvero un certo tipo di jazz e di blues.

Che emozioni provi all’idea del prossimo tour? (qui info per le date)

Non vedo l’ora di fare riunioni, parlare e riabbracciare i miei musicisti. Mi piace anche registrare in studio ma il live è per me proprio l’espressione massima.

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