La musica di Elasi è un’Oasi felice di contaminazioni e musiche del mondo

L’artista piemontese ha appena pubblicato il suo nuovo EP, “Oasi Elasi”: cinque tracce dalla produzione raffinata, che conciliano un approccio dance/elettronico con suggestioni musicali legate alla world music
ELASI - Oasi Elasi - intervista - 12- foto di Edoardo Conforti
Elasi (foto di Edoardo Conforti)

Giriamoci poco intorno: con il suo nuovo EP, Elasi si ripresenta come una delle più credibili interpreti italiane di quella formula musicale che concilia un approccio dance/elettronico con tante diverse suggestioni legate a quella che chiameremmo “world music”. Non a caso si è innamorato del suo progetto un maestro di quella scena come Populous, che compare in ben due brani di Oasi Elasi, lavoro uscito venerdì 27 maggio.


Nonostante la sua compattezza (cinque tracce per 16 minuti di ascolto), l’EP è una finestra aperta su mondi lontani. Per esempio troviamo le cantanti Eva De Marce e Meryam Aboulouafa, rispettivamente da Messico e Marocco, che cantano in spagnolo e in arabo. Ma anche sample di musiche “altre” come il konnakol indiano o il gospel. Tutto, però, senza mai rinunciare all’immediatezza espressiva, fra spensieratezza del ballo come rito collettivo e liberazione dei nostri corpi.


Abbiamo conversato con lei per conoscere il progetto più da vicino.

ELASI - Oasi Elasi - intervista - 1 - foto di Edoardo Conforti, artwork di Laura Tura
Elasi (foto di Edoardo Conforti, artwork di Laura Tura)
Cosa vuole rappresentare questo bizzarro Eden raffigurato sulla copertina, che riprende chiaramente il celebre Il giardino delle delizie di Bosch?

Volevo creare un mondo che non c’è ma che ho scoperto nella mia testa. Mi sono ispirata al Giardino delle delizie e mi sono affidata alla follia dell’artista che lavora con me già da un annetto, Laura Tura, che è capace di creare dal nulla mondi meravigliosi. Di solito questi rimangono solo nella mia testa e nella mia musica, adesso ho trovato una persona che sa tradurli in immagini.

Hai studiato chitarra classica al Conservatorio di Alessandria e produzione musicale a Los Angeles. Mi dici di più sulla tua formazione musicale?

Ho cominciato con un percorso classico. Non vengo da una famiglia di musicisti. Già da piccola avevo molto estro: nel salotto di casa mi inventavo le canzoni, facevo spettacolini, mi fingevo Raffaella Carrà… I miei genitori mi hanno portata a lezioni di pianoforte e introdotta al mondo del Conservatorio, che secondo loro era la formazione musicale più completa. Ho proseguito con la chitarra classica perché mio nonno la suonava e me ne regalò una.

Poi ho suonato nella mia band a 13 anni, ho fatto gavetta fra pub e sagre in provincia di Alessandria. In seguito ho fatto anche altri studi (ho studiato economia) ma ho portato avanti la mia passione per la musica studiando da sola un po’ di jazz, di musica brasiliana, di funk…

Poi, dato che non mi sentivo abbastanza “completa”, mi sono avvicinata la mondo della produzione. Volevo poter comporre musica nella sua interezza. Ho fatto questa esperienza a Los Angeles perché ho avuto l’occasione di collaborare con un produttore italiano di musica per film. Sono andata avanti, un po’ da autodidatta, un po’ in vari studi fra Roma e Milano. Oggi mi considero più produttrice che chitarrista, perché mi piace utilizzare tanti suoni, campioni di vario tipo, anche della strada e della natura.

In Oasi Elasi ci sono ben due brani realizzati in collaborazione con Populous, Samsara e XXL. I vostri due mondi musicali sono molto affini, con un comune connubio fra dance e influenze legate alla world music. Come vi siete conosciuti? Che rapporto artistico vi lega?

Durante il lockdown stavo un po’ impazzendo. Dovevamo tutti trovare un’evasione, un antidoto a quella solitudine, quell’immobilità. Volevo scrivere pezzi che avessero a che fare con sample di musiche di luoghi lontani dall’Italia, coinvolgendo voci straniere. Così ho pensato di chiedere consiglio a Populous.

Dal nulla gli ho scritto su Instagram, non ci conoscevamo personalmente. Mi ha accolta a braccia aperte ed era felicissimo di collaborare per quei due pezzi. Non potevo desiderare di meglio. Mi ha dato preziosissimi consigli per tutto l’EP e soprattutto mi ha presentato il produttore che ha fatto la direzione artistica di tutto l’EP, Rocco Rampino, che mi affiancherà d’ora in poi.

Nell’EP c’è una dimensione “globalistica” molto marcata, a partire dal fatto che è un progetto che si esprime in italiano, spagnolo (Naufragio) e arabo (Oasi), ci sono artiste dal Messico, dal Marocco. Come nasce questa tua apertura verso i suoni del mondo, verso un altrove musicale?

Penso che la musica ci aiuti a sciogliere confini di ogni tipo. Crea aperture e legami fra le persone, come anche il cibo. Questo mi affascina molto. Già nello scorso EP (Campi Elasi, 2020, ndr) avevo fatto collaborazioni con musicisti da sette o otto paesi diversi. Questa volta volevo proprio provare a scrivere pezzi insieme ad artiste che mi ipnotizzavano. Queste due artiste (Eva De Marce e Meryem Aboulouafa, ndr) le ho scoperte nelle mie ricerche per il programma mensile che tengo su Radio Raheem. Ho scritto anche a loro su Instagram. Hanno accolto subito il progetto e hanno fatto un lavoro stupendo.

Ci racconti il progetto Poche, il collettivo di producer donne che hai fondato l’anno scorso?

Sempre durante il lockdown stavo collaborando a un progetto con la mia amica Plastica. Volevamo coinvolgere altri produttori, ma ci siamo accorte che non conoscevamo producer donne. Ci è sembrato molto strano.

Abbiamo individuato otto o nove produttrici italiane, iniziando a sentirci su Zoom in lunghe chiacchierate e creando un luogo di confronto e di scambio tra professioniste di questo ambito. Per esempio ci sono Ginevra Nervi, produttrice sia di elettronica che di musica da film; poi Giulia Tess, Paula Tape, Ehua, Whitemary…

Siamo diverse figure, ci confrontiamo scambiandoci idee e consigli. L’obiettivo è quello di costruire una scena che in Italia ancora non c’è: quella delle produttrici elettroniche. E sensibilizzare sul fatto che non siamo poche: basta essere curiosi e cercare, ce ne sono anche di molto brave.

C’è sempre una dimensione molto “fisica” nella tua musica, sia nei testi, che mettono spesso al centro la corporeità delle persone, che nell’approccio molto ballabile. Per te qual è il significato del ballo e del pieno godimento dei nostri corpi in un periodo come questo?

Per me la musica è movimento: sia viaggiare con la testa che liberare il corpo. Per me è anche importante legare la musica alle altre forme di espressione, come la danza, la performance, l’arte visiva. Ecco perché c’è tanto movimento nella canzoni che scrivo.

Ascolta l’EP Oasi Elasi


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