Due anni fa i Negramaro ci avevano promesso che sarebbe arrivata la rivoluzione. Oggi Giuliano, Andro, Lele, Ermanno, Danilo e Andrea con il nuovo Amore Che Torni si dicono certi che il cambiamento sia alle porte: “Siamo consapevoli che una rinascita culturale ci sarà e comunque sta già iniziando. Quella rivoluzione di cui parlavamo nel disco precedente è oggi una consapevolezza”. Il disco è l’album della ritrovata speranza, di un nuovo inizio e di una nuova scrittura per una band che – superati momenti anche difficili, luci e ombre – sa benissimo dove vuole andare e come arrivarci. L’importante è non idealizzare il passato e cogliere in tutta la loro spontanea bellezza i fermenti del cambiamento nel presente. Perché – come sottolinea Giuliano Sangiorgi – il futuro è oggi.

Ragazzi, bentornati! È proprio il caso di dire “Amore che torni”, ma che tipo di amore è tornato?

[Giuliano] Credo che sia più la bellezza che l’amore in questo caso. Abbiamo usato “amore” con la A maiuscola per intendere bellezza e speranza, qualcosa che si pensa sia scomparso. Abbiamo tutti paura che si stia andando verso un mondo in cui la bellezza conta poco o poca speranza ci sarà. In realtà siamo di fronte a una nuova maturità, a una nuova consapevolezza. Sentiamo che ci saranno necessariamente cieli più limpidi, perché quando è troppo grigio ad un certo punto il cielo si riapre. Quando cantiamo “Torneranno i vecchi tempi” in Fino all’Imbrunire (il loro ultimo singolo, ndr) non siamo dei vecchietti con il bastone che dicono che erano favolosi gli anni ’60. Cerchiamo di dare una sterzata solida alla speranza.

Da dove nasce tutto questo ottimismo?

[G] In realtà da una tragedia, dalla consapevolezza che il nero ci sia e che si debba in qualche modo arginarlo: in Mi Basta ad esempio cantiamo “Io ho voluto strappare alle cose solo il senso che mi fa star bene e ho lasciato i dettagli più tristi a marcire”. Questo disco parte in realtà dall’ultima canzone Ci Sto Pensando Da Un Po’. Nasce da una vera e propria crisi, come tutte le buone famiglie in cui c’è un momento in cui il marito o la moglie vanno a stare dai suoceri – e non è detto che dopo una crisi si torni a vivere bene insieme. Invece questo amore è tornato, brucia forte e in pochissimo tempo ha permesso di avere quella fiamma di nuovo accesa ancor più forte di prima, con consapevolezze nuove, con strutture nuove anche a livello tecnico.

Sono dodici le tracce del nuovo CD e hanno in comune l’essenzialità nei suoni, pochi ma di grandissimo impatto. Perché questa scelta?

[Andro] Innanzitutto non è stata una scelta studiata a tavolino: è stato un processo che parte da tanti dischi e tanti lavori fatti insieme. Per noi ognuno rappresenta un’epoca: è la fotografia di un periodo ma anche di un nostro stato d’animo. Se penso a Casa 69 era il periodo in cui vivevamo insieme in un casolare a Parma ed è l’immagine perfetta di quello che eravamo. Questo disco rappresenta per noi questo periodo. Un disco non è solo come lo registri ma anche come lo “proietti” in un anno o due, cominciando a pensare ai live.

E voi come ve lo proiettate?

[G] Partendo dalla natura base che è la scrittura. Ci siamo avvicinati a questa essenzialità perché avevo voglia, per l’ennesima volta, di rimettermi in gioco – e non è una cosa scontata perché se hai il tuo pubblico non rischi, mantieni ciò che hai. Ci siamo messi alla prova con delle cose che sapevamo fare ma che non avevamo mai fatto insieme: di nuovo le esperienze di sei persone messe sul tavolo per dire: “Ok, ricominciamo da un nuovo suono e da un nuovo tipo di scrittura”. Da lì una cosa ha stimolato l’altra. Quei dodici brani in realtà erano molti di più: ci piacevano talmente tanto le cose che stavamo facendo che non si finiva mai. È allora che ci siamo accorti che tutto ciò derivava dall’entusiasmo che ci mettevamo.

Giuliano, dagli esordi a questo ultimo lavoro è cambiato il tuo modo di scrivere? Ricordo una tua bella frase in cui affermavi di essere un foglio bianco su cui ti lasciavi scrivere addosso le cose in modo così intenso da essere completamente vuoto alla fine.

[G] Sì, il risultato è quello. Oggi lo direi in modo meno romantico e ridondante. Sono andato un po’ oltre quella cosa nel senso che c’è un modo poetico di e raccontare le cose e a volte quel modo deve oggi incontrare un’altra poesia che è la contemporaneità. Se non riesci a capire qual è il limite di quello che hai fatto e quali nuovi limiti devi allargare resti ancorato agli anni ’00 e agli anni ’10. Mi piacerebbe misurarmi con me stesso perché io scappo da me stesso in ogni disco e in questo album sono scappato molto più velocemente che negli altri. Cambiare nella scrittura vuol dire avvicinarmi ai gusti di ognuno di loro (gli altri membri della band, ndr). Casa 69 è nato in quella maniera perché avvertivo che stavo perdendo Ermanno. Lui veniva da un periodo in cui stava rinnegando Parlami d’Amore e tutta la parte più di successo e io lo percepivo. Mi faceva sentire delle cose stoner che a me piacciono ma che erano lontane da noi. Un esempio è il testo di Dopo di Me che nasce da una reazione a Ermanno.

C’è stata un occasione in cui tu, pur confrontandoti con gli altri e di fronte ad una risposta negativa dei ragazzi, sei andato avanti perché eri convinto di ciò che stavi scrivendo?

[G] Tante volte sono stato convinto, soprattutto all’inizio eravamo tutti più aperti e disponibili. Oggi è tornata quella disponibilità a cambiare totalmente però io la sento come voglia di restare dentro al gruppo. Abbiamo fatto un disco come Casa 69 che per me rimane il massimo del rock che potevamo esprimere in Italia. Un disco così non lo saprei rifare. Dovremmo essere più cinici, spietati e strafottenti per essere cool. C’è un modo per essere poetici e sto ancora cercando questa cosa senza dover toccare la poesia, senza toccare le figure retoriche italiane che sono stupende ma è un’altra strada quella che si sta aprendo nella letteratura americana: c’è un iper-realismo incredibile. Faccio un esempio: il video di Fino all’Imbrunire. Noi abbiamo avuto grandi registi e tutti pensavano di darci una chiave di lettura molto futuristica, cioè penavano a “Torneranno i vecchi tempi”con questo suono nuovo, moderno e contemporaneo. Pensavano di doverlo legare a un’immagine di un futuro cyborg, post-apocalittico. Il pezzo è post-apocalittico ma racconta di una bellezza nascosta dietro le montagne che viene avanti. Tutti hanno proposto cyborg o cose allucinanti, ma era lontano da quello che volevo. Il 2017 è oggi, il futuro è oggi. La vera generazione che ha perso è la nostra, perché era malata di eccesso di contemporaneità con questa paura di invecchiare. Oggi, dal rap alle nuove canzoni d’autore, c’è uno spirito nuovo ed è bellissimo e molto reale.

In merito a questo argomento e ai generi che ora vanno per la maggiore, come ad esempio la trap, Tiziano Ferro ha dichiarato che sono scomparsi l’inciso, la melodia, non conta più neanche il testo. Il suo pensiero è che saranno canzoni anche cool ma lo vede come il risultato di un periodo drammatico per la musica.

[G] Io non reagirei mai alle novità così perché siamo stati “novità” anche noi – e ci sono stati i “vecchi” che ce ne hanno dette di tutti i colori. Ovviamente Tiziano non è un vecchio e rispetto il suo punto di vista. Per quanto mi riguarda il mio primo disco fu Don’t Believe the Hype dei Public Enemy. Ascoltavo i Run DMC, Grandmaster Flash, LL Cool J, MC Hammer. Da piccolo non sapevo né suonare né cantare ma amavo il rap e compravo i 45 giri, per cui il rap sta dentro di me. Ascoltavo anche quello che veniva prodotto in Italia, ad esempio Jovanotti con Gimme Five. Non posso dimenticare quanto il ritmo fosse importante per me. Amo quello che sta facendo il rap in Italia. Sta educando di nuovo una miriade di parole, cose che prima non potevano andare in radio e questa è una grande novità. Anche Tiziano ha fatto cose bellissime con la metrica veloce: ricordo Perdono o Perverso. Penso che il manifesto del rap italiano potrebbe essere Come è Profondo il Mare di Lucio Dalla o qualsiasi canzone di Fabrizio De André: non sto dicendo che il rap debba guardare al passato ma deve guardare ai grandi parolieri che abbiamo avuto in Italia. Non posso immaginare che il rap italiano attinga alla storia del Bronx, che non ha niente a che fare con noi.

Foto di Pietro Pappalardo

C’è qualcuno dei “nuovi” in particolare che ti piace?

[G] A me piacciono il punto di vista e il contenuto di Ghali. Racconta storie che non sono semplicemente quelle sull’ostentare ricchezza. Mi fa dimenticare che sta usando un vocoder o un autotune sulla voce. Sono felice di questa reazione dei ragazzi verso la musica. Rivedo me stesso trent’anni fa. Perché non esserne felici? Se teniamo in mente i nostri grandi parolieri faremo un rap fantastico, una trap perfetta. Un riferimento al passato non guasta perché avremo un rap nostrano: che figata!

Se i Negramaro nascessero oggi, rispetto agli anni in cui avete iniziato voi, troverebbero più facilità o difficoltà nell’arrivare al successo?

[Andro] Domandona! Per risponderti dovrei ritornare al nostro inizio e catapultarlo a quello che sta succedendo adesso, dicendoti che è quasi impossibile rispondere in maniera precisa. Sono passati tanti anni e sono cambiate le difficoltà. Vent’anni fa per far ascoltare la nostra musica a un produttore prendevamo la macchina, facevamo mille chilometri, arrivavamo sotto l’ufficio, suonavamo, salivamo e lasciavamo il CD con i nostri demo. Adesso non è così: si trova la mail giusta del contatto giusto, si manda il link e si spera che qualcuno ti ascolti. Allora c’erano pochi pazzi che prendevano la macchina e si facevano mille chilometri, adesso ci sono centinaia di migliaia di link musicali da ascoltare: mi sembra che le mancanze di prima e i vantaggi di adesso si compensino. Credo che rimanga sempre difficile, che quei chilometri magari ora si percorrono nello scrivere tantissime mail. Senza quel percorso noi non avremmo la solidità che abbiamo adesso.

Parliamo di talent show. Giuliano, tu hai scritto per tanti cantanti e per tua ammissione ti emoziona sentire le tue canzoni cantate da altri. Ti sei mai visto nelle vesti di coach di un cantante attraverso una competizione come X Factor o Amici?

[G] Coach no. Mi sono arrivate diverse proposte ma non è un ruolo che mi sento di avere. Non voglio sembrare pesante ma credo che ognuno debba fare il suo. Non credo di non saperlo fare ma non ho voglia e non è quello il rapporto che voglio con la musica e con i ragazzi che si avvicinano ad essa. Quest’anno per la prima volta abbiamo deciso di andare a X Factor e questa scelta è stata importante per noi perché rientra in questo nuovo inizio che non vuol dire dimenticare ma attraversare il tempo, riuscendo a portare un messaggio che altrimenti non passerebbe da quei canali. I ragazzi hanno riferimenti diversi dai nostri: credo che non molti possano capire la nostra cantina e questo è stato un modo per trasmetterlo.

Negramaro e cinema sembrano il connubio perfetto. Per quale regista vi piacerebbe comporre la colonna sonora?

[G] Rimarrà un sogno: mi piacerebbe farlo con Paolo Sorrentino. Siamo molto amici ma certe amicizie è giusto che rimangano distanti. Paolo è una leggenda per me. Ci sono tanti bravi registi in Italia: un altro sarebbe Paolo Virzì, che a mio parere è molto vicino a noi.

[A] Abbiamo già collaborato con diversi registi ma sarebbe anche bello farlo per qualche serie TV. Ora per esempio mi sono immerso completamente in Stranger Things su Netflix. Penso anche a Fargo dei fratelli Coen.

Se invece doveste consigliare una canzone di Amore che Torni per una colonna sonora di un film, quale scegliereste?

[Giuliano] Pezzi di Te o Ci Sto Pensando Da Un Po’.

[Andro] Indubbiamente quella che ti porta a immaginare quasi una fotografia cinematografica è Pezzi di Te. Comunque dipende dal film.

[Andrea] Io dico Anima.

[Lele] Pezzi di Te.

[Ermanno] Pezzi di Te.

[Danilo] Pezzi di Te.

Foto di Pietro Pappalardo

Da parte vostra c’è sempre stato grande rispetto nei confronti dei cantautori italiani, diversi dei quali sono stati fonte di ispirazione per voi come nel caso della PFM. La dodicesima traccia dell’album, Ci Sto Pensando Da Un Po’, è invece un omaggio a Fabrizio De André. C’è un motivo particolare?

[G] È un omaggio a Le Nuvole di De André, alla bellissima, devastante sensazione che mi aveva lasciato quell’ouverture dell’album. Era un periodo in cui suonavo la PFM e le Orme ed ero convinto che fosse musica soltanto il rock con le chitarre di Deep Purple, Led Zeppelin, Doors. Però quando è arrivato quel disco di De André da un lato ho provato una sensazione di pace e dall’altro mi sono sentito devastato. Con la voce di una donna anziana, con quelle parole, con quella musica quasi da opera quell’ingresso dell’album mi ha fatto amare De André ancora di più. Mi ha fatto scoprire la forza di alcune opere e non ne me fregava più se fossero rock o meno. L’omaggio a Le Nuvole non sta solo nel fatto che la bambina alla fine del disco si rivolga alle nuvole (per scelta abbiamo voluto una bambina che ci raccontasse questa speranza di un presente e un futuro migliorabili): era proprio la voglia di ricreare il mondo e le emozioni che quella canzone mi aveva dato.

Avete fatto performance indimenticabili a festival che non esistono più, come per esempio il Festivalbar, Heineken Jammin’ Festival, Arezzo Wave. Cos’è rimasto di festival come questi?

[Danilo] Una forte aggregazione, un momento di condivisione. Il pubblico era eterogeneo proprio perché lo era la scaletta del palco. In effetti è da un po’ di anni che si parla della crisi dei festival e piano piano stanno sparendo. Noi abbiamo sempre dei bellissimi ricordi di quando per la prima volta ci siamo ritrovati come headliner in alcuni festival, mentre fino a pochi anni prima suonavamo nel pomeriggio. Ogni festival ha segnato il nostro percorso e la loro scomparsa è un grande peccato.

Da giugno tornerete ad esibirvi negli stadi percorrendo tutta l’Italia: si parte il 24 giugno e si chiude il 13 luglio in quel di Lecce, quindi a casa. Che cosa vi manca di più quando non siete in tour?

[E] Il periodo in cui si sta in tour è legato a quello in cui non si sta in tour. “Tour” vuol dire non avere casa, o averla con le ruote, vuol dire condividere la quotidianità con persone che normalmente non frequenti. Ogni persona che sta in tour ha dietro una storia tutta sua e personalmente più passa il tempo e più penso che quella dimensione, per quanto anomala possa essere, è quella più naturale. Lì sono me stesso al 100% e completamente a mio agio.

Lo sliding doors della vita di Giuliano fu quando suo padre, dopo aver ascoltato Smoke on the Water registrata da lui su cassetta con una chitarra con elastici al posto delle corde, gli regalò la sua prima chitarra. E voi ragazzi avete avuto un momento sliding doors?

[Andrea] Il mio sliding doors personale lo ricordo: era un piccolo campionatore giocattolo che ci capitò per caso con il gruppetto di amici con cui facevamo i DJ. Era uno strumento magico che non aveva bisogno di collegare niente. Era il 1990: era un Casio, premevi REC e registravi la prima cosa che ti veniva in mente. Al liceo scientifico cosa poteva essere? Ovviamente un rutto, con cui però puoi fare tante cose quando lo sposti sulle ottave. Diventa un suono qualsiasi, un synth. Da lì è iniziato un mondo che mi ha avvicinato alla musica.

Due anni fa, prima di una vostra data, ci fu l’attentato al Bataclan (13 novembre 2015). Da allora gli atti di terrorismo non sono diminuiti e la paura è tanta. Qual è la vostra posizione in merito?

[G] Ricordo che fu il primo impatto sulla nostra realtà. Riuscivi a immaginare il palazzetto: e se fosse accaduta la stessa cosa? La paura c’è ma è un momento in cui bisogna combatterla. Non è facile e non sono quello che dice “andremo avanti fino in fondo”. Ogni volta che succede un atto terroristico mi impongo di essere forte, ma ogni volta ho sempre più paura. La vera sfida sta nel non nutrire il terrorismo con la tua paura.

Dopo quello che era successo, prima di salire sul palco c’è stato un momento in cui ci avete pensato?

[G] Io non mai pensato che mentre sto sul palco qualcuno possa farmi qualcosa. Ho sempre pensato alla paura che possa succedere ai ragazzi giù. Quello che mi dispiace è ciò che succede intorno ai musulmani. Mia madre è un’insegnante e soffre tanto quando succedono queste cose: viene fraintesa la religione con il terrorismo e questa è una cosa tremenda.

Foto di Pietro Pappalardo

Ritorniamo ai giorni d’oggi. Quest’anno la conduzione del Festival di Sanremo passa nelle mani di Claudio Baglioni, con cui Giuliano ha avuto il piacere di duettare. Vi siete sentiti? Cosa gli suggerireste?

[G] Sì, ci siamo sentiti via messaggio per complimentarci reciprocamente e per dire che siamo sicuri che la musica tornerà ad essere protagonista. Claudio è un gigante, sa essere contemporaneo e gestirà la cosa benissimo. Consigli non ne abbiamo visto com’è andata a noi, anche se ti posso dire che a distanza di anni quella che poteva sembrare una fantastica operazione marketing era invece il nostro sogno: eliminati dalla competizione e vincitori del premio della critica. Incredibile. Sono certo che sarà un bellissimo Festival, sobrio ed elegante.

Giuliano, quando cucini trovi la pace. Sappiamo che per te non esiste cosa più bella che preparare per gli altri la carbonara di mare, gli spaghetti con le cozze e i paccheri spada e pistacchio: ti sei affinato in altri piatti? Se sì, quando ce li fai assaggiare?

[Andro] La domanda sarebbe: ma quando cambi? Quando abitavamo a Parma, lui ci teneva tantissimo a questa cosa: vederci tutti al tavolo e preparare la pasta. Si specializzava in una ricetta – la pasta con crema di peperoni e mele verdi – ma dopo diversi mesi che proponeva sempre quella diciamo che non era proprio il massimo.

Ma rimanendo in tema, Giuliano, visto l’amore per la cucina ti sarà stato sicuramente proposto di partecipare a Celebreties Masterchef o qualche programma del genere.

[G] Sì, mi è stato proposto. Io amo tutta la parte di scrittura degli autori contemporanei televisivi. Per farti un esempio, la parte autoriale di X Factor mi piace un casino: ci sono scelte veramente valide. Mi innamoro di questi programmi, come ad esempio Masterchef. Poi da questo a dire che li farei, no, non ci ho mai pensato, anche perché in questo momento della mia vita mi trovo a fare il cantante e l’autore e non riesco a fare altro.

Ci prometti che farai assaggiare allo staff di Billboard uno dei tuoi piatti?

[G] Vi invitiamo alla data chiusura del tour il 13 luglio a Lecce. Il 14 festeggiamo a casa mia e in quell’occasione cucino per voi perché c’è il pesce buono – anche se a Milano arriva prima che a Lecce (e questa cosa la devo ancora capire), ma assolutamente sì!