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Esce “Milleanni” dei Nomadi: la nostra intervista

È disponibile il concept album dei Nomadi, “Milleanni”. I brani attraversano la storia artistica del gruppo. Dal lontano (ma mica troppo) 1973 fino a oggi

Esce “Milleanni” dei Nomadi: la nostra intervista
Andrea Colzani

Un nuovo progetto discografico per i Nomadi. È uscito venerdì 31 maggio Milleanni (Edizioni e Produzioni I Nomadi/distribuzione Artist First) e contiene undici brani. Sono canzoni che parlano di attualità, anche se molte tra queste sono state scritte negli anni Settanta. Proprio questo carattere dei loro brani ci ha resi interessati a comprenderli. A conoscerne caratteristiche e segreti.

Per questo motivo abbiamo incontrato Beppe Carletti e ci siamo confrontati con lui sulle tematiche che stanno al cuore di Milleanni.



Milleanni è un concept album. Cosa lega tutti i brani della tracklist?

Questo disco parla del momento che stiamo vivendo adesso. In Italia ma non solo. Abbiamo inserito una serie di canzoni del passato che sono attualissime ai giorni nostri. E questa è una cosa veramente importante. La canzone che dà il titolo all’album è positiva e dà grande speranza. Le altre canzoni – se uno ha la pazienza di leggere i testi – sono molto interessanti. La canzone Bianchi e Neri è dell’85! È stata scritta in “momenti non sospetti”. Oppure una canzone come Rubano le Fate parla dei banchieri. Mi viene quasi da ridere a dirti queste cose ma capisco che siamo stati come quelli che leggono nella sfera per capire cosa succederà domani. Invece siamo solo cantanti e cantiamo la vita e il mondo che ci circonda. Siamo solo attenti su quello che succede.

Come si fanno dei brani così?

Quando uno si guarda intorno, ti viene d’istinto farlo. Tu come giornalista e io come cantante ed esecutore, dobbiamo guardare quello che accade. È tutto lì. Abbiamo cantato una realtà che – a distanza di tanti anni – è rimasta sostanzialmente uguale. E non è positivo questo perché si spera che, andando avanti, le cose migliorino. E invece forse non cambia nulla e siamo sempre lì. Forse è per quello che riusciamo a resistere dopo così tanti anni di carriera.

Tutti i brani parlano di attualità. C’è bisogno di qualcuno che racconti la realtà così com’è? Sentite questo compito? 

Direi proprio di sì. L’abbiamo fatto nel lontano ’66 interpretando le canzoni di Francesco Guccini. Ci credevamo allora in quello che cantavamo e ci crediamo ancora. Abbiamo avuto modo di respirare un’aria per oltre mezzo secolo convinti di quello che facciamo. Ci sentiamo responsabili di cantare queste cose. Quando abbiamo pensato a questo CD abbiamo cercato canzoni nascoste negli album, che non avevano mai avuto un grande responso. Ho voluto dare ancora luce a queste canzoni perché meritano di essere ascoltate. Se uno le ascolta davvero, può arrivare a fare una riflessione.

La cover del nuovo disco dei Nomadi

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Nel disco ci sono due inediti: la title track e L’Orizzonte di Damasco. Perché proprio questi due brani?

Il secondo parla della Siria. Ormai non se ne parla più, sembra che non sia successo nulla e che non sia morto nessuno. Noi abbiamo cantato questa cosa. Abbiamo voluto farlo: non ce l’ha imposto nessuno. Desideravamo interpretare questo tipo di canzone. Milleanni, invece, è più positiva. È un messaggio di auguri che mi ha fatto mia figlia per il mio compleanno l’anno scorso, dicendomi sostanzialmente «Mio papà ha mille anni nel cuore». Così abbiamo fatto questo testo. Ed è una canzone di speranza. Questo CD contiene anche Ma Noi No, una versione inedita cantata da Augusto Daolio, già uscita nel ‘93: è un provino con testo e accordi diversi. Questo era un regalo che ho voluto fare a chi lo ha amato e a chi non lo ha conosciuto.

Rispetto alla title track avete raccontato che «E’ struggente quando questa tensione verso l’eternità incontra il destino e la sfida, ma siamo fatti di cielo, di amore e dolore». Cosa resiste di fronte a tutto questo?

Non abbiamo voluto calcare più di tanto questa cosa ma non so se ti ricordi: c’è stato un ragazzino che tenendo in mano un iPhone è caduto nel vuoto. Noi siamo partiti da lì ma non abbiamo voluto descrivere il tutto anche perché ci sembrava poco opportuno e poco rispettoso nei confronti della famiglia. Abbiamo preso spunto da questa cosa e poi l’abbiamo evoluta in qualcosa di positivo il più possibile.

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