Michele Bravi: «Non ho eliminato il dolore ma ho imparato a conviverci»

Uscirà domani l’album La geografia del buio di Bravi, che torna sul recente passato e spiega come la musica non ti salva. Lo fa la terapia
Michele Bravi, Lorenzo Marcucci
Michele Bravi, Lorenzo Marcucci


Quattro anni dopo Anime di carta, l’Italia riabbraccia Michele Bravi, che pubblicherà domani il nuovo album La geografia del buio. Il progetto discografico, anticipato dall’uscita dei singoli La vita breve dei coriandoli e Mantieni il bacio,  guiderà gli ascoltatori lungo un sentiero. Un disco descrittivo che non emette giudizi, ma racconta una storia di dolore e amore lungo 10 tracce. Questo, fra le altre cose, è un punto su cui lo stesso Michele insiste durante la conferenza di presentazione alla stampa dell’album via Zoom. 40 minuti in cui l’artista, intervallato da brevi spezzoni video e performance canore, ha rivelato la genesi dell’album, prodotto da Francesco “Katoo” Catitti e suonato al pianoforte da Andrea Manzoni. Maestranze imprescindibili per condurlo alla fine di «una grande riflessione sul dolore».

La voce di Michele Bravi è rimasta a lungo in silenzio, ma il cantante ha continuato a recepire ed immagazzinare impulsi dalle più svariate forme di espressione artistica. Una su tutte, la letteratura, che permea l’album con la sua influenza, da Diario di un dolore (1961) di C. S. Lewis a L’amore ai tempi del colera (1985) di Gabriel García Márquez.

La geografia del dolore «nasce dalla solitudine». Ma è l’incontro con un amico a fornire a Bravi l’epifania che gli serviva per rilanciarsi: «Mi dice una cosa piccolissima, un gesto sottile che ha rivoluzionato tutto. “La musica non salva da niente”. Ma aiuta a disegnare il labirinto». Per questo motivo, non ascolteremo «un disco su come ritrovare la luce. Non giudica il dolore. È un concept album da seguire come un sentiero. Attraversandolo si trova uno spazio a quel dolore».

Su quello spazio Michele ha eretto una casa, che con il tempo ha imparato ad arredare e ad abitare. Uscire da lì sbattendo la porta, costringendo il tormento all’implosione negandolo o mistificandolo, non avrebbe portato a nulla: «Il buio è un fatto. Il dolore non va giudicato».

La cover di “La geografia del buio”

Ma il dolore non è il solo protagonista de La geografia del buio: «Forse è il disco d’amore più grande che abbia mai scritto e interpretato. Quando si incontra un trauma, una ferita, la prima cosa che succede è la domanda insistente. Perché è successo? […] Il dolore non ha un senso, l’unica forza propulsiva sta nella condivisione del dolore».

E ancora: «La seconda parola di questo disco è amore». Bravi ce lo dimostra parlando di 7 passi di distanza, che prende il titolo dal classico di Marquez sopracitato. Una rincorsa infinita di due amanti che riescono ad amarsi solo alla fine: «Durante il loro percorso intorno al mondo sono così lontani che anche il fuso orario li divide. Spero che questo disco riesca a rompere anche il fuso orario».

Nel corso della presentazione dell’album, Bravi insiste sull’importanza della terapia, che gli ha permesso di dare una casa al proprio dolore. Un elogio che comporta l’esclusione di un luogo comune inconciliabile con le sue sensazioni, la musica che salva: «È un informazione molto pericolosa. Il dolore straccia la tua vita. Ed è importante che venga trattato col cinismo di una malattia. È stata la terapia a salvarmi, non la musica. Il dolore va sistemato, va curato, va portato in uno studio medico. Solo in un secondo momento arriva la musica. Serve a decifrarlo, non a guarirlo».

credits: Roberto Chierici

Da Lewis ha imparato proprio questo. L’unico modo per parlare del dolore è farlo attraverso una storia, scartando l’illusione che la sofferenza abbia una data di scadenza: «Il buio vero non è così abile nelle sceneggiature. Non esiste un giorno in cui senti che le cose sono diverse. Per questo parlo di conviverci, non di uscirne».

In chiusura, Bravi ha passato in rassegna una serie di ringraziamenti a vari amici e colleghi dello spettacolo che lo hanno sostenuto, come la comunità LGBTQ+, Chiara Galiazzo, Fiorello (apparso in uno degli spezzoni video iniziali), Maria de Filippi, Fedez e Chiara Ferragni. Sulla coppia recentemente premiata con l’Ambrogino d’Oro, Michele ha speso parole al miele: «Loro sono stati i primi. Federico mi chiede di raggiungerlo a Los Angeles. Vado senza aspettative, gli dico “non credo che sarò capace di entrare in uno studio”. Infatti non è nato nulla. Ma è nato un rapporto enorme, me li ricordo per un’accoglienza e un’umanità infinita. Per il fatto di sentirmi accolto da delle persone che vogliono solo vederti splendere gli sarò infinitamente grato».

L’artista si è anche soffermato sulla responsabilità che l’emergenza del dolore impone: «Tutto il dolore che non curiamo vive al posto nostro. Non era più la mia realtà, non ero io che facevo quelle cose. Era un dovere sistemarlo per gli altri. I dolori non risolti sono come schegge impazzite».

Inevitabile, in questo senso, che qualche rapporto sia cambiato per sempre. Ma Bravi non vuol sentir parlare di delusione: «Ci sono delle persone che non hanno la capacità di decifrare il dolore. Tanti si sono allontanati perché non si sono resi conto che di fronte a loro non c’era Michele, ma un dolore».

Ma La geografia del buio è anche il prodotto di un lavoro ardito ed estenuante sul materiale, non soltanto musicale. Un dialogo continuo tra voce e ambiente, parola e materia, presenze e assenze, regolato da un pianoforte verticale che racchiude una storia nel proprio suono. Rispetto ai progetti precedenti, «l’approccio alla registrazione è molto più malinconicamente casalingo. C’è il suono della quotidianità (come il ronzio del frigorifero, ndr). Il silenzio è riempito da un immaginario sottile che tutti viviamo».

In questo senso, il disco è «un duetto costante tra la mia voce e il silenzio», un corpo vivo che parla anche attraverso la materia che ne ha ospitato il processo creativo, dal salotto al legno del piano. Senza rinunciare alle crepe e ai rumori del reale: «Il disco non è mai perfetto perché la voce si rompe e il pianoforte è sempre sull’orlo della stonatura. Pochissime persone sarebbero in grado di eseguirlo».

Non sappiamo ancora quali forme assumerà il disco tra qualche mese. Ma sulla possibilità di un tour – Covid-19 permettendo – Bravi non si nasconde. La volontà c’è: «questo disco doveva uscire un anno fa, era già previsto un percorso dal vivo. Questo disco nasce prima di tutto dal legno di un palcoscenico».

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