Maurizio Carucci: «La felicità spesso è un tabù, ma ho avuto la fortuna di incontrarla e ora la racconto»

Raccontare il passato attraverso i ricordi, scandagliare le emozioni per parlare di felicità e paura, tabù della nostra epoca. La nostra intervista al cantautore genovese in occasione dell’uscita del suo primo album solista
Maurizio Carucci
Maurizio Carucci, foto di Martina Panarese

Un album che racchiude, in undici tracce, tutto ciò che le orecchie e gli occhi di Maurizio Carucci hanno raccolto negli ultimi anni. Questo è Respiro, il primo album solista del cantante genovese, in uscita domani, 1 aprile, per Capitol Records Italy/Universal Music Italia.


In questo progetto Maurizio Carucci ha voluto raccontare emozioni diverse, che vanno a scandagliare il passato e i ricordi, per non guardare ad un futuro “forse un po’ noioso”, carico di aspettative e ansie.


Respiro riesce a parlare anche di quella felicità che a volte vediamo quasi come un tabù, perché a volte, il cantautore lo sa bene, sembra quasi che essere felici sia sbagliato, perché tutto il mondo nel mentre sembra crollarci intorno, soprattutto in questo preciso momento storico.

Un album legato anche al podcast Vado a trovare mio padre – Vita. Sogno. Viaggio, realizzato dal cantante con LifeGate e candidato nelle categorie Miglior podcast società e Miglior podcast design degli Italian Podcast Awards by Tlon.

«Per me è un risultato gigante» ha raccontato Maurizio Carucci durante la nostra intervista. «Racconta la storia interessante di una persona che vuole provare a ricreare un dialogo e una relazione con il proprio padre, e ne sono molto orgoglioso. Io rimango un viaggiatore e ripongo nel tempo del viaggio una grande fiducia, perché mi è sempre molto utile. In questi anni sono andato a Taranto in bicicletta, ma anche a Milano a piedi, passando dall’Appennino più recondito e selvaggio alla pianura più stuprata che ci sia, quindi è stato anche un viaggio antropologico. E tutto questo è rientrato nella mia musica, come tutto quello che faccio».

Ecco cosa ci ha raccontato Maurizio Carucci sul suo primo progetto solista, tra ricordi della Genova anni ’90, passando per la collaborazione con Fabri Fibra nel suo ultimo album Caos.

Delle 11 tracce di Respiro, 6 sono già uscite come singoli. Perché questa scelta?

È stata un’idea neanche troppo calcolata, forse un po’ senza senso (ride, ndr). Ci andava di far uscire materiale per far capire alle persone quello che stavo facendo, e quale miglior modo per farlo se non parlare attraverso la musica? Poi chissà, il tempo ci dirà se ho fatto una cazzata, probabilmente sì (ride, ndr).

È stato anche un modo per far capire che l’album è davvero variegato, dall’elettronica al pop, fino al rock. Ci sono tutte le anime di Maurizio Carucci.

Esattamente. Ho voluto fare un tentativo, un po’ bizzaro e pericolosissimo, di unire tutte le anime che mi hanno contraddistinto e formato fino a qui. A 12 anni mettevo i dischi nelle discoteche di pomeriggio, facendomi chiamare Mauri J, e ancora oggi ascolto tantissima musica elettronica. Ma mi sono anche innamorato con i brani di Vasco Rossi, Paolo Conte, Venditti e Carboni. Sicuramente avrei potuto fare un disco molto più omogeneo, anche perché rispetto a questo album ho sempre avuto paura che venisse fuori un’accozzaglia di generi.

E invece?

Forse un po’ lo è davvero. Ma ti dico, molti amici musicisti mi hanno detto: “Mauri è un disco, sa di disco”. E questo non può che farmi piacere, oltre a stupirmi, perché sono formato da più mondi e a volte non è semplicissimo farli convivere. E ti racconterò di più, per farti capire meglio cosa intendo.

Vai.

Con gli Ex-Otago abbiamo scritto un disco che si chiama In capo al mondo (pubblicato nel 2017, ndr). Un giornalista meraviglioso ai tempi scrisse, con quel mood un po’ genovese: “Han voluto unire Fabrizio De Andrè con gli Inti illimani, ma non ci sono riusciti” (ride, ndr). Quello non è stato un disco di grande successo, ma significativo, e Respiro forse farà questa fine. Sicuramente è significativo per me, con i suoi tanti generi e mondi.

Ecco, entriamo nel vivo di Respiro. Parlando di Genova anni ’90, hai un ricordo tuo della tua città in quel periodo?

Uno soltanto è un bel casino. Ho una serie di fotografie, alcune belle e altre terrificanti. Mi ricordo la mia adolescenza, gli odori, i profumi, il sesso, il 383, che era il mio autobus sempre pieno. Ma anche l’eroina, con i ragazzi nei vicoli… E ancora: lo stadio, il Genoa e le Reebok Pump.

Sto Bene racconta in musica quei momenti in cui effettivamente stiamo bene, ma non capiamo del tutto perché e di come, spesso, abbiamo anche paura di star bene davvero.

La paura di stare bene è insita nell’uomo. Il genovese direbbe “stai bene, ma con parsimonia” (ride, ndr). Penso che a volte sia importante parlare di questo sentimento, che non stupisce e forse non è così carismatico, perché fa molto più “effetto” chi sta male e soffre. Io però ho avuto la fortuna di incontrare la felicità ogni tanto, e quindi l’ho voluta raccontare in modo spontaneo.

Sembra quasi che sia nata da sola, no?

Sì, perché è una canzone semplice, ma che vuole parlare quasi di un tabù. Spesso cerchiamo la felicità chissà dove, e invece magari la troviamo in una pasta aglio e olio improvvisata, in un giro armonico di piano, o in un bacio. In mille cose dentro le quali non si crederebbe mai di trovarla.

In Respiro c’è anche un brano che si chiama proprio Paura. È nato dal desiderio di raccontarne una tua, di paura?

No, più che altro nasce da una constatazione su di me, senza dubbio, ma mi sembra quasi di vivere in una società che ha creato un impero sulla paura. Ricordo quando mia madre, per educarmi, mi metteva paura. Ad esempio, negli anni ’90 c’era la pubblicità dell’Aids, con queste persone con un’aura viola, che era l’incubo di tutti i ragazzi. E mia madre mi diceva: “Attento alle siringhe ai giardinetti!”. E io, ti puoi immaginare, vedevo siringhe in ogni dove. Ecco, la questione paura l’ho conosciuta fin dalla tenera età, ma in questo periodo storico, tra politica e quant’altro, forse si da un po’ troppo spazio a questa sensazione e troppo poco a quello che invece potrebbe arginarla, ed è un grande rammarico. Paura alla fine nasce per dire: ci sono tantissime cose che ci fanno paura e per cui soffriamo, proviamo a giocarci su, perché se no è un casino. Tra l’altro sono sicuro che dal vivo mi e ci farà divertire molto.

Maurizio Carucci, dal ritorno ai live allo sguardo al passato

A proposito, parliamo delle tue date live.

Respiro Tour partirà a giugno e si concluderà a novembre. In realtà non farò tantissime date, perché ho un’azienda agricola che non voglio e non posso mollare, quindi ci saranno una ventina di live in cui porterò l’album in giro e finalmente conquisterà un’anima e un corpo.

Anche perchè dopo due anni di stop c’è ovviamente il desiderio di tornare a esibirsi.

Sai, io non capisco come facciano alcuni artisti a scrivere canzoni e non portarle live. Un brano se non viene cantanto dal pubblico, o suonato in un locale, è incompiuto. Quindi, Respiro dovrà assolutamente essere cantato e dovrà puzzare di sudore, com’è giusto che sia.

Parlando di Ritorno al passato, qui dici: “In questo momento di mezzo che non odora di futuro mi tocca fare un salto indietro”. Mi sembra racchiuda perfettamente il significato del brano.

Ritorno al passato è proprio una canzone di questi tempi. Cerco sempre di essere fedele al presente e di abitarlo, ma ho voluto raccontare questa possibilità, fantastica, di poter tornare indietro. In questo momento storico, in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro, trovo che non ci sia nulla di male a parlare di passato. Anche perchè, diciamocelo, il futuro dopo un po’ diventa noioso.

Perché?

È sempre carico di ansie e di aspettative, ma bisognerebbe fermarsi un attimo invece di avere fretta. Anche in Genova anni ’90 dico: “Io credo nei ricordi”. Ed è una frase potente, per me, perché amo stare nei ricordi, vivere il presente in maniera più attiva possibile e provare a snobbare il futuro, in questo periodo.

La collaborazione con Fabri Fibra in Stelle

Tu sei tra gli artisti presenti in Caos, l’ultimo album di Fabri Fibra. La vostra collaborazione mi ha ricordato molto, per il mood, quella di Fabrizio con Tommaso Paradiso in Pamplona.

Io per qualche anno sono stato autore di Universal, ma un po’ bislacco, perché non ho mai scritto per nessuno. Nel senso: alcune cose le usavo io, altre gli Otaghi, e altre le lasciavo fluttuare e qualcuno le ha prese, da Marco Mengoni a Max Pezzali, fino appunto a Fabri Fibra. Ricordo benissimo che eravamo io e Dario (Dardust, ndr.), avevamo appena finito una sessione e io mi sono rimesso al piano ed è venuto fuori il giro di Stelle, un po’ anni ’90. Lui lo ha sentito, l’ha trovato figo e l’abbiamo sviluppato. Poi c’è stata la pandemia di mezzo, ma Fabri ha sempre creduto tantissimo in questo brano ed effettivamente sta piacendo tanto. Poi, lavorare con e per Fabri Fibra è bello, perché non è un rapper cliché, di quelli che parlano di “bitch e cash”, ma è un esempio concreto di come si possa fare rap in modo autentico. E io mi ritrovo molto nel suo modo di stare dentro la musica, lontano dai riflettori.

Le date del Respiro Tour di Maurizio Carucci

10 giugno – Mantova, Bam! Festival dei viaggiatori in bicicletta

21 luglio – Prato, Chiostro San Domenico – Festival Musica D’Autore

23 luglio – Genova, Balena Festival

2 agosto – San Romano in Garfagnana (LU), Fortezza delle Verrucole

16 novembre – Milano, Magazzini Generali

17 novembre – Bologna, Locomotiv Club

24 novembre – Roma, Largo Venue

26 novembre – Torino, Hiroshima mon amour


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