Fabrizio Paterlini: «Ecco perché la musica di pianoforte non ha limiti»

Il pianista e compositore mantovano pubblica il 30 aprile un nuovo album che mette in mostra tutte le sue sfumature creative, fra sintetizzatori e piano solo
Fabrizio Paterlini - LifeBlood - intervista - foto di Ray Tarantino
Foto di Ray Tarantino

La musica di Fabrizio Paterlini ha conosciuto un grosso “boost” di visibilità quando l’attore Chris Evans (noto per l’interpretazione di Capitan America nei film della Marvel legati alla saga degli Avengers) postò sui social un video in cui suonava al piano una cover della sua Rue des Trois Frères.

Ciò ha fatto conoscere e apprezzare l’arte di Paterlini a un vasto pubblico anche oltreoceano: un felice episodio di possibilità virtuose dei social media. Del resto, il pianista e compositore mantovano da sempre crede nelle potenzialità della musica per pianoforte: raffinata, certo, ma capace di toccare le corde emotive di tutti, dunque universalmente accessibile. Nel nuovo album LifeBlood, in uscita domani, venerdì 30 aprile, Paterlini mette in mostra diverse sfumature del suo lavoro creativo, fra synth e piano solista. Gli abbiamo chiesto di presentarci il progetto.

La copertina di LifeBlood di Fabrizio Paterlini

Partirei dalla suddivisione interna che hai voluto dare a LifeBlood, come se fossero i due lati di un vinile, uno più intimista e uno più cinematico.

Sì, di fatto sono i due lati di un LP perché l’album è anche in vinile. È stata una scelta precisa: ho voluto racchiudere in un unico lavoro un periodo compositivo – circa un paio d’anni – della mia vita. Casualmente c’erano brani di piano solo e brani più sperimentali. Quindi, invece che frammentarli in più lavori, ho voluto mantenere un’unicità, però con due anime diverse. Intanto credo sia ancora importante presentarsi al pubblico con degli album, non solo con dei singoli. E poi volevo far vedere che quei due “mondi” possono convivere in un solo disco.

LifeBlood è stato suonato con un pianoforte a coda Yamaha C7, con alcune modifiche. Mi racconti l’aspetto strumentale della registrazione del disco?

È da qualche anno che registro col pianoforte feltrato: fra le corde e i martelletti metto una sorta di sordina di feltro che attutisce il suono. Questo è comune nei pianoforti verticali, mentre in quello a coda è un intervento più tecnico, perché bisogna smontare la tastiera. Ma l’effetto è strabiliante, perché tu vai ad attutire uno strumento potente come il pianoforte a coda creando un suono unico.

Soft Rise è stata sviluppata intorno a un loop elettronico auto-generativo. Mi spieghi meglio questa modalità compositiva?

Quel brano nasce da questo loop che avevo fatto con un sintetizzatore modulare che avevo costruito nel corso degli anni. Genera un continuo andirivieni di onde sonore che ha fornito di fatto la base ritmica del pezzo. Quando compongo usando strumenti elettronici lo faccio in modo contestuale: non si tratta di sovrapporli, quelle idee nascono proprio insieme al pezzo.

In LifeBlood ci sono anche brani ispirati a luoghi che hai visitato in tour, come Kazan in Russia. Cosa ti ha colpito di quel posto?

Quando vai in tour ci sono dei momenti magici, che spesso per me sono quando suono prima del concerto. Quando fai il soundcheck hai un’oretta in un teatro nuovo con un pianoforte non tuo: così suoni libero, senza ansie, e ti lasci un po’ andare. A volte i brani nascono così. Nel caso di White Forest è successo a Kazan, mentre Solitude è nata – lo ricordo bene – quando ho suonato a Utrecht. Poi ovviamente finalizzo tutto a casa.

Nell’ultimo periodo ci sono stati molti lavori di artisti che cercano di portare il pianoforte al grande pubblico: per fare qualche nome, Dardust, Boosta, Alessandro Martire. È un piccolo momento d’oro per questo tipo di album in Italia?

Sono molto felice che anche in Italia questo mondo stia cominciando a ritagliarsi una sua identità e una sua “dignità” da palco. Il successo raggiunto da altri musicisti non fa che aiutare un genere di musica che secondo me può essere – ed è – compreso e amato da moltissime persone.

Situazione internazionale permettendo, porterai LifeBlood in tour in Europa, Russia e Cina. La Russia ha da sempre un legame culturale molto stretto con l’Italia, ma per esempio la Cina può essere un paese di nuove opportunità per gli artisti italiani?

Anche se viviamo in un mondo interconnesso, è molto difficile capire come sta andando la tua musica in certe parti del mondo. Per me la Russia è stata una sorpresa: l’ho scoperto nel 2015 quando mi chiamò un’agenzia russa. Anche in Cina questo tipo di musica è molto popolare, quindi sicuramente penso che possa essere una buona opportunità per chi fa questo genere. È un mercato molto vivo. Non è ancora così facile andarci in tour, ma è una bella occasione.

Fabrizio Paterlini - LifeBlood - intervista - 2 - foto di Roberto Graziano Moro
Immagine tratta dal concerto che sarà trasmesso in streaming il 30 aprile (foto di Roberto Graziano Moro)

Quando Chris Evans ha condiviso sui social un tuo brano, come hai preso la notizia?

Il mattino del 25 novembre mi sono alzato e ho visto un’onda anomala di contatti. È stato un giorno molto frastornante: è una cosa che non capita quasi mai. Di quel giorno è rimasta l’accoglienza che la community di Chris Evans ha nei confronti della mia musica.

Forse i social media, nonostante tutto il polverone che si portano appresso, possono rappresentare un potenziale importante anche per i musicisti di estrazione più classica.

Sì, penso che questo episodio dimostri chiaramente come questo tipo di musica non abbia limiti. L’altra cosa bella è che, in un momento in cui non possiamo viaggiare e stiamo in casa, la musica viaggia comunque e arriva a persone anche impensabili. Per me era inconcepibile che fra tutti gli artisti del mondo Chris Evans scegliesse proprio un mio pezzo e lo suonasse pure.

Sempre parlando di social, a giudicare dalla tua pagina Instagram mi sembra di capire che tu ti lasci ispirare molto dalla tua terra, il mantovano. Come entrano quei luoghi nella tua musica?

Le fonti di ispirazione principali sono due: una è il posto in cui vivo (che vedi in quelle foto; io abito in mezzo alla campagna), l’altra sono i miei tre figli. Vivere una vita in cui il fattore tempo è una risorsa fondamentale fa sì che io sfrutti al massimo ogni minuto che ho a disposizione. Anche perché il resto viene inglobato da loro tre!

Domani sarà visibile in streaming un tuo live di presentazione dell’album e poi uscirà anche una tua serie di podcast.

Lo streaming è un esperimento. Abbiamo voluto portare la mia musica in un posto del tutto inusuale per me. Non è il classico streaming in un teatro: vuole simboleggiare la forza della passione per la musica, per questo il tema principale è il fuoco. È qualcosa di simbolicamente molto forte e per me è una bella prova perché è sicuramente al di fuori della mia comfort zone. Il podcast andrà a tributare la mia passione per un periodo storico della musica: i primi anni ’90. Io ho amato infinitamente la musica grunge, fino all’ultima nota. L’idea è di reinterpretare le grandi band di Seattle – Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden – con il mio pianoforte. Fra maggio e giugno uscirà su tutte le piattaforme di podcast questa piccola serie, intitolata Beyond the Piano.

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