“La Sindrome di Stendhal” di Emanuele Aloia, tra Stromae e Munch

Il debut album di Emanuele, presentato alla Galleria degli Uffizi di Firenze durante la giornata dell’arte, è intriso di capolavori pittorici
Emanuele Aloia, fonte: ufficio stampa
Emanuele Aloia, fonte: ufficio stampa

La presentazione de La Sindrome di Stendhal, album d’esordio di Emanuele Aloia, 22enne songwriter torinese, forte del consenso per i singoli L’Urlo di Munch, Girasoli e Il Bacio di Klimt, si è tenuta alla Galleria degli Uffizi di Firenze per la giornata dell’arte, celebrata ieri, 15 aprile, in tutto il mondo. Ha eseguito in versione acustica Romeo e Giulietta nella sala della Nascita di Venere, una delle muse ispiratrici della canzone. Poi si è lasciato guidare da Eike Schmidt, direttore del museo, in un approfondimento su Botticelli. Il tutto trasmesso in doppia diretta dai canali TikTok della Galleria degli Uffizi e dello stesso artista.

Vedere collaborare un giovane di talento, un’istituzione prestigiosa e un colosso della galassia social è, soprattutto in questo periodo, un bel segnale di immaginazione resiliente. A dare coerenza e genuinità all’operazione è principalmente l’immaginario di Emanuele, che nel mondo dell’arte e della cultura ha trovato gli strumenti per rispondere al proprio desiderio di esprimersi. La Sindrome di Stendhal è un disco di graffiti pop lineare, curato, molto contemporaneo, ben orchestrato dal producer torinese Steve Tarta, in cui il gusto per il ritornello catchy e per la frase di impatto non sono cose costruite, ma gesti spontanei. Ne abbiamo parlato con un Emanuele sorridente e ancora elettrizzato per l’esibizione fiorentina.

L’intervista a Emanuele Aloia

Impossibile non chiederti subito della presentazione alla Galleria degli Uffizi. Come ti sei sentito?

Avere il privilegio di potere cantare agli Uffizi nella giornata mondiale dell’arte è stata una emozione indescrivibile, soprattutto per un ragazzo di 22 anni al suo primo album. Ci deve essere stato un allineamento di pianeti e ne sono felicissimo. Forse chissà, iniziative simili agli Uffizi si sono fatte altre volte, ma a me è sembrato anche di aver contribuito a dare vita a qualcosa di unico e nuovo.

Quali pensi siano le particolarità del tuo songwriting?

Credo che sia un fatto di attenzione alla melodia e di importanza data ai testi, che a volte in un mondo come il nostro, in cui si viaggia veloce, vengono invece trascurati. Nelle mie canzoni ci sono molti riferimenti al mondo dell’arte, ma non sono ricercati, non volevo fare un concept album sui quadri. Infatti ci sono diversi brani che parlano di altro. Mi muovo a partire da un’ispirazione spontanea, che nasce dal cuore. Penso che la mia particolarità stia nel mio aspetto più istintivo.

Musicalmente il disco si muove in modo equilibrato fra elettronica e strumenti acustici. Come hai lavorato sui pezzi?

Con Steve Tarta, che ha prodotto l’album, abbiamo cercato una certa varietà. A volte i pezzi nascono da una base strumentale, altre da una mia intuizione chitarra e voce.

I tuoi interessi culturali spaziano anche in altri mondi. Per esempio citi Zeno e Montale…

L’arte per me corrisponde a qualsiasi linguaggio: la poesia, la musica, la narrativa, il cinema eccetera. Sono suggestioni, immagini, parole, che mi aiutano a universalizzare i sentimenti attraverso riferimenti che sono noti alla maggior parte delle persone. Non li ho mai cercati però, fanno ciascuno parte dell’ispirazione originaria da cui sono nati i vari brani.

In ambito musicale pop hai dei riferimenti?

Su tutti Stromae. I suoi dischi sono pieni di idee, cura il proprio progetto a tutto tondo, ha persino un brand suo, credo si tratti di un vero genio.

Nella title-track parli in modo molto negativo dei social. Come concili questa critica con il fatto che la tua popolarità si è formata inizialmente soprattutto su TikTok?

Non ho mai inteso demonizzare i social. Fanno parte del nostro mondo. Le canzoni portano i sentimenti ad un alto livello di intensità, abbastanza alto da colpire l’ascoltatore. Per cui in pezzi come Ipocrisia o La Sindrome di Stendhal, che sono a sfondo sociale, il linguaggio si fa più crudo.

A un certo punto canti anche che l’uomo «è il vero virus del nuovo millennio»…

A volte purtroppo è vero. Per fortuna solo a volte.

Per te L’Urlo di Munch è una metafora del grande silenzio del lockdown. Ma dici anche che quell’urlo avresti voluto sentirlo. In che senso?

Mi riferivo a me bambino. Quando mi imbattevo in quell’opera sui libri di scuola, cercavo di immaginare come potesse essere quel grido, di sentirlo nella mia mente. È un quadro che rappresenta la crisi di fine Ottocento: mi sembra di ritrovare di nuovo quell’inquietudine nei tempi che stiamo vivendo.

In tutto questo l’amore che ruolo ha? È un rifugio?

Mi sembra che sia l’argomento che accomuna di più tutti gli uomini. Per me l’amore è una parola chiave. La ritrovo ovunque, dentro e fuori di me, ma anche nelle opere d’arte che amo di più. Parlarne mi sembra spontaneo e inevitabile. Una necessità a prescindere da tutto.

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