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La Rappresentante di Lista: «”Ciao Ciao” racconta la fine del mondo. I colori e l’energia sono l’unica cosa che può salvarci»

Il gruppo torna sul palco della kermesse per il secondo anno consecutivo con un brano (stupendo) che racconta la fine del mondo, qui e ora
La Rappresentante di Lista
La Rappresentante di Lista, foto di Gabriele Giussani

Se vi è capitato di assistere ad un loro concerto in questi anni saprete benissimo che La Rappresentante di Lista sul palco è un’esplosione di energia. Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina lo hanno dimostrato anche al grande pubblico mainstream nel 2021, con il loro debutto al Festival di Sanremo con Amare.

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L’anno passato è stato decisamente fortunato per loro, tra la pubblicazione dell’album My Mamma e Maimamma, romanzo edito da Il Saggiatore. Nell’attesa di poterli rivedere in tour, a partire da marzo, La Rappresentante di Lista si esibirà per il secondo anno di seguito, con l’inedito Ciao Ciao.


Un brano che ci ha già convinti al primo ascolto, che racconta la fine del mondo “qui e ora”, così vicina da poterla quasi toccare con mano tutti i giorni.

Abbiamo incontrato Veronica e Dario su Zoom per parlare del loro ritorno alla kermesse con Ciao Ciao.

La nostra intervista a La Rappresentante di Lista

Come avete vissuto i commenti post ascolti da parte dei giornalisti? L’anno scorso non eravate abituati, magari quest’anno li avete presi più “alla leggera”.

Dario: Esatto. L’anno scorso era la cosa che aspettavamo di più in queste settimane pre-Sanremo. Quest’anno, quando sono arrivati, sinceramente non ci ricordavamo neanche che ci fossero. Non ci stiamo ponendo con distacco, perché sarebbe sbagliato, ma sicuramente con più leggerezza. L’anno scorso abbiamo imparato tanto e stiamo cercando di tenere un profilo basso, preparandoci al massimo.

Veronica: Un po’ come facciamo prima dei nostri live. Poi ovviamente c’è un po’ di stress ed emozione, ma quelli ci sono sempre.

Dario: Comunque è stata una bella sorpresa, perché tutta la stampa ha dato dei feedback ottimi. È stato figo e inaspettato.

Tornate a Sanremo a distanza di un anno dal vostro debutto sul palco dell’Ariston. Perché avete pensato di riprovarci?

V: Noi, per dirla sinceramente, non immaginavamo di partecipare quest’anno. Scriviamo tanto, avviene tutto in modo molto naturale, e siamo andati in sala prove, perché avevamo voglia di sperimentare un po’. Abbiamo utilizzato un approccio più leggero, anche nei confronti dei testi. Per esempio abbiamo scritto molto in rima, un terreno un po’ inesplorato, perché di solito non ci capita. Quindi, proprio perché ci sono piaciuti i brani li abbiamo fatti ascoltare al nostro management, entusiasti come dei bambini che mostrano i loro lavori alle mamme (ride, ndr).

D: Questo appproccio c’è stato anche in vista del tour, perché stiamo pensando di implementare la band dal vivo. Ci interessava provare un nuovo modo di scrivere, perché farlo in due significa sempre dare molto spazio alla produzione “in the box”, quindi davanti al computer, dove le cose funzionano ma forse sono sempre un po’ plasticose. Mentre con l’approccio di scrittura con la band gli strumenti diventano vivi, c’è tanta creatività sul momento e ognuno si avvale della propria immaginazione, creando un incontro tra pensieri diversi.

V: Alla fine i nostri manager si sono gasati molto per i brani, al punto da proporli alla direzione artistica di Sanremo, che ha risposto benissimo e ha pensato che potessimo tornare a portare la nostra musica sul palco del Festival.

A Sanremo per il secondo anno di fila

“Outsider” è una parola che non mi piace utilizzare, ma negli ultimi anni parlando di Sanremo l’abbiamo sentita spesso, anche in riferimento a voi. Ma vi ci siete davvero sentiti un po’ outsider?

D: Oggi la proposta musicale in Italia è gigante, è quasi una costellazione di generi, possibillità e nuove proposte. Noi pensiamo di avere uno spazio in questo cielo stellato, quindi si parla di outsider, ma rispetto a cosa? Sulle piattaforme di streaming c’è di tutto, dalla musica commerciale a quella indipendente, fino alla musica dal vivo, che è il mondo da cui veniamo noi.

V: Forse outsider per chi ci stava guardando. Eravamo una novità e delle facce nuove.

D: La cosa interessante è che l’anno scorso eravamo i “diversi tra i diversi”. Nel 2021 c’era un cast che sembrava quello del Mi Ami praticamente (ride, ndr). Quest’anno, invece, è un Festival come quelli che guardavo negli anni ’90, dove puoi trovare da La Rappresentante di Lista a Morandi e Iva Zanicchi. C’è una stratificazione generazionale e se dovessi usare una casellina, cosa che non ci piace fare, noi rappresentiamo una generazione sul palco di Sanremo che fa da trait d’union con gli artisti che ti ho menzionato e gli altri, come Blanco, Mahmood e in generale quelli più giovani d’età.

Parlavate di tour e live. Chi vi ha visto dal vivo sa che quella è la vostra dimensione perfetta. Adesso ci ritroviamo in un altro momento di stallo per la musica. Però, quest’anno, a differenza del 2020 suonerete davanti ad un pubblico e non a dei palloncini. Come vi sentite?

V: Io l’ho presa molto bene. Esibirsi di fronte a degli esseri umani è importante, perché sono corpi che vibrano e reagiscono a quello che fai. L’anno scorso abbiamo avuto un po’ una rappresentazione della solitudine che abbiamo vissuto tutti in questi ultimi anni. Pensare che invece quest’anno ci possano essere delle persone in carne e ossa alzerà la qualità dello spettacolo. Ci darà soprattutto tanta adrenalina e ci permetterà di avere uno sfogo. Quando fai uno spettacolo, che siano arance, applausi o il silenzio più totale, di qualcuno che sceglie di non applaudire, questi gesti fanno cambiare tanto quello che stai facendo.

D: Ti permettono di respirare e trovare una fine a una performance. Senza pubblico era come trovarsi in un limbo, dove non capivi e non riuscivi a realizzare fino in fondo quello che avevi fatto.

Ciao Ciao, la fine del mondo è adesso e a raccontarcela ci pensa La Rappresentante di Lista

Ciao Ciao è un racconto sopra le righe della fine del mondo, molto focalizzato sul presente. Non parlate di un futuro distopico, ma della fine qui e ora, con tutto quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Tutte cose che ci stanno mostrando che la direzione che abbiamo preso non è esattamente quella giusta.

D: Da sempre, quando guardiamo i film o leggiamo i libri, la fine del mondo è raccontata in luoghi molto lontani da noi, quindi tendiamo quasi a dire “va beh, è là”. Invece noi l’abbiamo immaginata qui, anche nel nostro libro. La fine del mondo è una cosa che ci riguarda, un’urgenza, e non è nel 2046 o chissà quando. Mentre scrivevamo con la band Ciao Ciao erano proprio i giorni della Cop26, durante cui abbiamo anche avuto modo di incontrare Greta Thunberg e di fare una performance con i ragazzi di Fridays for Future al Teatro Gerolamo a Milano.

Un’esperienza che vi ha dato delle buone sensazioni anche per il brano.

D: Ci sono delle parti corali che per noi sono la trasposizione poetica degli slogan cantanti in manifestazione. Di recente ho letto un articolo che spiegava come le serie tv e i film nell’ultimo periodo abbiano colori sempre più spenti rispetto a quelli sgargianti degli anni 2000. Ed effettivamente è vero se ci pensi. C’è il pensiero che il futuro, o il presente come lo raccontiamo, abbia questa patina di grigiore. Il nostro pezzo invece ha una voglia di colore, anche se pensi alla copertina. L’idea è: non nascondiamoci dietro un dito, diciamo le come stanno.

V: Se penso alle manifestazioni, dal Pride al Palermo a quelle a Milano, quell’energia e quei colori sono le uniche cose che possono salvarci, rendendoci una comunità.

Dalla cover di Ciao Ciao al romanzo My Mamma

Avete citato la copertina di Ciao Ciao. Il corpo è sempre molto presente nei vostri progetti. Non so se sia voluto, ma mi ha colpito il fatto che la cover di My Mamma sia un omaggio a Courbet, con questa vagina in primo piano, mentre quella del brano di Sanremo sia “l’altra faccia della medaglia”, ovvero il culo.

V: La cover è nata con la nostra art director, Manuela Di Pisa. È sua anche la copertina di My Mamma, L’origine del mondo rivisitata in chiave psichedelica, con l’universo dentro le grandi labbra. Lei ha poi rimaneggiato il culo della Venere, perché anche questo lato B è un’opera d’arte.

D: Dobbiamo dire che il padre di questa idea è stato uno dei nostri manager, che aveva proprio pensato a mettere il “retro” di My Mamma, come se fosse un side B di un disco. Manuela poi si è occupata di tutto, persino della scelta del culo, perché ne abbiamo provati diversi (ride, ndr).

Prima avete citato anche il vostro primo libro. Cos’avete imparato da questa esperienza editoriale? In qualche modo la scrittura narrativa ha influenzato la vostra musica?

V: La scrittura di un libro ha tempi completamente diversi, non solo di scrittura ma anche di fruizione. In una canzone spesso devi sintetizzare quello che vuoi dire, mentre per un libro ti trovi davanti a tantissime pagine bianche, che puoi riempire di contesti, giri di parole, considerando tutto il mondo che si muove intorno alla protagonista e ai personaggi. Poi un disco lo ascolti e dopo un po’ lo hai digerito e compreso, mentre un libro lo metti sul comodino, magari te ne dimentichi per anni e quando lo riprendi diventa il tuo libro del cuore, o quello di tua figlia che lo scopre prendendolo dalla libreria.

D: Un libro ha dei tempi completamente diversi da quelli della musica. Tutti ci chiedono “ma quindi farete un altro disco?” e per noi è strano, perché My Mamma non è uscito neanche un anno fa. I libri hanno una lunga vita, invece. Soprattutto puoi creare anche un contradditorio. Nella musica hai una voce unica, che può essere indecisa e si può smentire nel corso dei testi, ma nel libro puoi mettere più voci, anche molto diverse.

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