Lo stadio, le moto, la balotta: nel mondo di Jacopo Et. L’intervista

Dopo una prolifica attività come autore per i grandi del mainstream italiano, l’artista bolognese esce domani con “Siamo Sicuri di Essere Giovani?”, dieci brani di ruvido pop rock senza filtri
Jacopo Et - Siamo Sicuri di Essere Giovani - intervista - foto di Stefano Bazzano - 1
Foto di Stefano Bazzano

Se ancora non conoscete Jacopo Et, state pur certi che avete già sentito le sue creazioni: come autore ha firmato brani di successo di artisti come Annalisa, Fedez, Max Pezzali, Benji & Fede, Gaia e anche due canzoni sanremesi (Senza Farlo Apposta di Shade e Federica Carta, 2019, e No Grazie dello sventurato Junior Cally, 2020).

Da diverso tempo Jacopo Et ha deciso anche di metterci la faccia con un suo personale progetto artistico: risale al 2019 la pubblicazione dell’EP d’esordio Night Club, mentre l’anno scorso e quest’anno sono usciti i singoli La Vecchia Guardia (feat. Jake La Furia), Gli Racconteremo (feat. Lo Stato Sociale) e Bellissima. Questa tripletta ha preparato l’arrivo del primo album full length, Siamo Sicuri di Essere Giovani?, fuori da domani (venerdì 12 novembre) per Garrincha Dischi con distribuzione Sony Music.

L’album contiene dieci brani di ruvido pop rock senza filtri, distanti dai dogmi del politicamente corretto, che non faticheremmo a collocare nell’attuale contesto dell’indie pop italiano ma con vistose influenze del passato come 883 e Vasco Rossi (due dei suoi grandi miti). Lui stesso – chi potrebbe farlo meglio, del resto? – ci racconta lo spirito del disco in un video-monologo che potete vedere qui in anteprima insieme all’intervista.

Tu nasci artisticamente come rapper, per poi spostarti verso il pop. Ma di quella vecchia attitudine hip hop cosa ti è rimasto oggi?

A livello di testi mi piace andare a pescare da lì, essere un filo meno politicamente corretto di quello che è di fatto la scrittura pop. E mi piace quell’attitudine un po’ più “cattiva”, tagliente. Poi il pop negli anni è cambiato tanto, ma le tematiche che tratto io – il mondo ultras, le moto, le “balotte”, come diciamo noi a Bologna – sono cose che ricorrono di più nella scrittura rap. Il pop di solito è più largo, più generalista, più sognatore, meno nudo e crudo.

Quale dialettica vedi fra l’indie e il mainstream? Visto che hai un piede in entrambi i mondi…

La differenza principale è più di attitudine che musicale: l’indie è un po’ più libero nello sperimentare e nel rischiare, mentre il mainstream è molto attento per esempio alla scelta del singolo e alle dinamiche della sua uscita. Qualche anno fa c’era anche una differenza di suono, di tematiche, di giri armonici, mentre adesso è tutto talmente mischiato che faccio fatica a stabilire una linea di confine. Se scrivo per un artista “indie” o per un artista “mainstream”, per me l’importante è che sia una bella canzone.

Parlando del titolo dell’album hai detto: «Siamo sicuri che chiamare “vecchia” una cosa che non rispetta e non rispecchia i canoni estetici del momento sia una cosa da giovani?». A un 18enne di oggi come spiegheresti questo discorso?

L’età anagrafica è sopravvalutata: quello che fa un quindicenne non è detto che non lo possa fare anche un trentenne, e viceversa. Bisogna stare attenti più che altro alla qualità dei contenuti e al lavoro che c’è dietro. Non è che se uno che ha iniziato a scrivere ieri fa una cosa mai sentita, solo perché è assurda allora è una nuova “wave”. Ogni settimana sembra che ci sia un nuovo genio, una “next big thing”. Io ho conosciuto tha Supreme e mi ha fatto impazzire, però vedo che c’è la tendenza a lanciare un tha Supreme alla settimana.

Nell’album troviamo collaborazioni variegate: Jake La Furia, Lo Stato Sociale, Fresh Mula. Mi dici due parole sul tuo rapporto con ciascuno di loro?

Mi piaceva l’idea di fare featuring con gente ai limiti del mio perimetro artistico. Jake è diventato un amico, anche scrivendoci insieme, e abbiamo un sacco di cose in comune. Il suo percorso di crescita mi ricorda i miei giorni di cazzeggio, di stadio, di passione per le moto. Coi regaz dello Stato Sociale ci perdiamo in chiacchiere anche solo davanti a un bicchiere di vino, perché loro hanno quella bolognesità “da osteria” che mi piace tanto. Fresh Mula invece ha quell’attitudine da ragazzetto che voglio mantenere, anche solo come ricerca di parole ogni giorno nuove. La cosa figa di Fresh è che lui se ne frega abbastanza dei trend, ed è una cosa che voglio premiare. Sono comunque collaborazioni che sono nate da un rapporto umano, non da ragionamenti discografici.

In Motociclette c’è un verso che mi ha colpito: “Te che ti piace il popolo e non sai cos’è una molotov”. Vuole essere un’esaltazione dello spontaneismo di piazza o cos’altro?

C’è quel discorso dell’andare in piazza anche senza sapere bene il motivo per cui lo si fa. Secondo me è una cosa molto attuale: ci sono tante proteste e tanti temi, ma alla fine li sappiamo spiegare davvero? Sappiamo andare alla radice? Parlare di certe tematiche sui social network ultimamente è su quella linea di confine fra il crederci davvero e il farlo perché si fanno più visualizzazioni.

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Foto di Stefano Bazzano
Come tu racconti molto bene in Diversa, in passato hai cercato di intraprendere la carriera legale ma l’hai poi abbandonata in favore della musica. C’è stato un momento in particolare che ti ha spinto definitivamente in quella direzione?

Guardavo i videoclip delle canzoni che avevo scritto come autore l’anno prima proprio dalla scrivania dello studio legale. La musica l’avevo sempre tenuta come piano B, per una serie di motivi. Però vedevo che quel 10% del mio tempo che avevo dedicato alla musica stava dando dei risultati, allora mi son detto: “E se le dedico il 100%?”. Non volevo morire col dubbio. Mi sono buttato, non avevo ancora un riscontro economico dall’attività musicale mentre dall’altra parte avevo un posto fisso, uno stipendio eccetera. Poi per fortuna il tempo mi ha dato ragione.

Diversa parla anche del problema del riconoscimento del cantautore come mestiere. Quali sono gli scogli culturali ancora da superare in Italia, secondo te?

Soprattutto adesso col Covid è venuta fuori la posizione degli artisti, si è fatto qualche passo avanti rispetto a qualche anno fa. Ma l’idea di scrivania, di lavoro stipendiato, è ancora dominante: se uno esce da quel binario sembra che abbia perso la testa. Persino a Bologna, che ha una tradizione cantautorale molto ampia, quando dicevo che avrei fatto musica mi sentivo rispondere: “Ma come farai? Ma fai anche qualcos’altro”. C’è una diffidenza nei confronti del percorso musicale. Anche perché è molto “oscuro”: quasi nessuno sa bene come funzionano certe dinamiche del suo mondo o cosa facciano figure come l’editore, il discografico, il manager. Comunque è un discorso che riguarda le professioni creative in generale.

Invece Post-Genere, come dice il titolo, parla dell’attuale fluidità dei generi musicali. Per uno come te che nelle canzoni parla della “vecchia guardia” e della bellezza di un mondo in cui c’erano i generi musicali, come vivi questo contesto che invece è molto contemporaneo?

Lo vivo bene. Io ho smesso di fare rap, buttandomi sulla musica suonata e cantata, proprio perché nel 2007 – non nel ’97 o nell’87 – non potevi cantare ritornelli. Se lo facevi, allora non eri considerato più un rapper. Per questo mi piace il contesto di adesso, in cui puoi fare quello che ti pare. Ho sempre fatto musica con quell’attitudine, quindi Post-Genere è un po’ un manifesto della musica in cui ho sempre creduto. Io sono un grande fan degli 883, che non hanno genere.

Sarà per il tuo timbro vocale, per l’accento emiliano o per lo spirito un po’ da “vita spericolata”, ma molte tue canzoni mi portano alla mente la figura di Vasco. Tu che considerazione hai per lui?

Per me è un mito assoluto. La cosa di lui che mi piace molto – soprattutto dei primi dischi come Colpa d’Alfredo – è proprio che io vivo in quei posti lì. Vasco ha una capacità incredibile di raccontare quelle zone, quel modo di fare, alla sua maniera rock, senza filtri, meno “dotta”. È davvero la trasposizione di una scrittura “rap” su una cosa più pop rock con un sapore emiliano. Non sono uno di quelli che conoscono tutta la sua discografia, ma certe canzoni per me sono davvero la Bibbia.

Ascolta Siamo Sicuri di Essere Giovani? di Jacopo Et in streaming

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