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Iosonouncane, dal Mi Ami al Primavera Sound: «Il concerto è un evento fatto dalle persone, non scattandosi dei selfie»

Alla vigilia della partenza per Barcellona, abbiamo intercettato il cantautore per parlare del suo tour estivo
Iosonuncane
Iosonuncane, foto di Silvia Cesari

La sera di domenica 29 maggio al MI AMI Festival di Milano ha debuttato il nuovo spettacolo di Iosonouncane. Si tratta di un tour importante, anche a livello produttivo, in cui converge la complessa esperienza maturata dal musicista sardo fin qui.

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All’inizio del percorso si possono collocare i due tour seguiti, nel 2015 e nel 2016, alla pubblicazione dell’album DIE. Nell’anno intercorso il progetto era cresciuto esponenzialmente nei numeri, pur mantenendo una identità artistica al riparo da qualunque compromesso, ben lontana dai canoni dell’it-pop, all’epoca imperanti.


Durante il lungo percorso creativo legato ad IRA sono diverse le declinazioni del repertorio, che adesso contribuiscono ad arricchire la sostanza artistica di questo live. Innanzitutto c’è il laboratorio che ha portato i 7 musicisti a riversare sé stessi e la propria arte nella realizzazione del disco. Poi l’esperienza dei concerti elettronici in trio, con la loro osmosi fra parti scritte e sequenze di improvvisazione sulla scia di impulsi ritmici. Poi ancora il recente tour europeo in cui la vocazione internazionale del progetto è diventata, da visione, concretezza.

Altra tappa non trascurabile sono le insonorizzazioni del film originale Sacramento di Alessandro Gagliardo, in cui la musica di IRA veniva associata a delle immagini in una interazione di impulsi visivi e sonori che ritroviamo nell’aspetto visuale della performance attuale. Ultima in ordine di tempo è arrivata la sospirata esecuzione integrale di IRA nei teatri, originariamente programmata come l’inizio di tutto. La complessa, assertiva immediatezza dello spettacolo rimane qualcosa di completamente a sé stante nella pur ricchissima programmazione dei Festival dell’estate 2022.

Nel generale contesto di ritorno alla vita, i sette musicisti sul palco non eludono le tragedie di cui è fatto il nostro tempo, anzi chiamano il pubblico a liberarsene attraverso una simbiosi rituale con quanto accade in scena. Una catarsi insomma. Il teatro greco lo ha insegnato una volta per tutte. Anche il respiro internazionale rimane un fatto caratterizzante che coinvolge il gusto, le scelte timbriche, lo stesso modo di stare sul palco, senza un frontman vero e proprio e con una equalizzazione delle masse sonore che starebbe bene anche in un rave del nord Europa, o al Coachella. Jacopo ha preannunciato una pausa subito dopo l’ultima data del tour.

Abbiamo colto al volo la possibilità di parlare direttamente con Iosonouncane alla vigilia della partenza per il Primavera Sound di Barcellona.

La nostra intervista a Iosonouncane

Dopo l’esperienza rigorosa, quasi filologica del tour di esecuzione integrale di IRA, ti sei rapportato con una situazione più eterogenea e hai anche accostato il repertorio dell’ultimo disco con estratti dai due album precedenti. Come vi siete sentiti tu e i tuoi musicisti?

Direi benissimo. Quello al Mi Ami è stato da un certo punto di vista un nuovo debutto. È stato il mio primo concerto in cui c’era tantissima gente che non solo ascoltava, ma si muoveva, addirittura cantava, o provava a cantare i pezzi. Ho visto migliaia di persone ballare durante Tanca, o Ashes, o durante la parte centrale di Hajar.

Sembravano letteralmente ondeggiare all’unisono…

Si, non era mai accaduto in passato. Al massimo c’era qualcuno che accennava a dimenarsi in modo isolato, un po’ stile metallaro, ma non c’era mai stato questo movimento corale di tutto il pubblico. Non so se la cosa dipenda dalla nostra coesione sul palco, o dal fatto che la sezione percussiva è davanti e questo conferisce immediatamente una fisicità al live. Forse è una reazione alla pandemia, o forse è il pubblico che è particolarmente giovane. Sembra quasi che il tour teatrale abbia immagazzinato una forza esplosiva che in quel contesto si è liberata.

C’entra anche il fatto che siate una sorta di comunità? Dal palco passa una qualità di concentrazione che ha quasi a che fare con il teatro.

Si certo. Il set è difficilissimo da suonare. È pieno di stacchi, stop & go e richiede un altissimo livello di concentrazione. Non concepisco il mio come un gruppo di turnisti. La nostra è un po’ una comunità viaggiante che ricomprende anche i tecnici e che condivide ascolti, letture, appassionate discussioni su strumenti musicali. Sul palco ciascuno di noi ha anche rinunciato al suo ego di musicista, ci sentiamo piuttosto come parti di una macchina più grande di noi che ricomprende i nostri corpi e gli strumenti, mettendoli a disposizione della musica.

Simona Norato dice nelle interviste che le sue parti di piano si muovono poco e che ha dovuto imparare a individuare dei riferimenti nell’ambito di tessuti sonori anche diluiti per potere azzeccare gli ingressi e i cambi.

Si, molti pezzi sono nati anche così, attraverso delle improvvisazioni a partire da ostinati che chiedevo di suonare ai musicisti e che si intrecciavano fra loro. La ripetizione ha molto valore per me, anche rituale. Un esempio è la coda di Hajar, che nel tour teatrale tenevamo lunghissima, anche di più di quanto non possa accadere nel set di questo tour. In casi come questi la ripetizione assume una efficacia spirituale, di preghiera nel senso antropologico del termine.

Iosonouncane: «La nostra epoca ricerca sempre forme di gradimento superficiale»

È un live che non prevede pause per chiacchierare con il pubblico o presentare i pezzi…

Beh, questa volta ho detto ciao all’inizio (ride). Comunque non si tratta di fare il burbero sardo.

Vivo il live come una messa in scena. Deve avere una sua compattezza e unitarietà, che le chiacchiere fra un pezzo e l’altro finirebbero per diluire. Il concerto è un evento fatto anche dalle persone, non scattandosi dei selfie, ma attraverso uno scambio profondo di attenzioni con i musicisti sul palco.

Mi colpisce l’uso delle voci durante il live, la tua e quella dei musicisti…

La mia voce dal vivo suona in modo molto diverso rispetto a sei anni fa. Ho lavorato tantissimo sul suono. Gli impasti corali prevedono voci all’unisono, armonizzazioni, momenti in cui sussurriamo tutti, o cellule di testo cantate, o sussurrate da me vengono riprese dagli altri per delle micro-improvvisazioni a incastro.

Mi sembra un modo di concepire il live che ha pochi riscontri nel panorama italiano…

Di italiano ricordo solo un live dei Mariposa del 2006, con una suite di un’ora e mezza a un certo punto, che interrompeva la sequenza delle canzoni. Per il resto posso ricordare solo live di gruppi stranieri: Liars, Swans, i Broadcast. Concerti con un impatto sonoro fortissimo, fatti per conseguire il piacere estetico attraverso un conflitto con il pubblico. Anche un musicista free jazz, per farti un esempio, cerca questo tipo di scomodità, che ha un significato anche politico. La nostra epoca ha rinunciato alla musica come strumento per innescare processi di emancipazione e ricerca sempre forme di gradimento superficiale. Forse anche solo dieci anni fa le cose erano diverse.

Su questo modo di concepire lo spettacolo ha avuto una influenza l’esperienza della insonorizzazione di Sacramento?

Anche in quel caso cercavamo di sortire nel pubblico una esperienza catartica, un rituale di liberazione dal dolore. Per questo avevamo collocato il debutto a Torino, durante il Salone Internazionale del Libro 2021, alle 5.17 del 17 ottobre.

Anche le luci dello spettacolo, che sono bellissime, possono essere ricondotte a quella esperienza?

Se non altro per la loro funzione. In questo senso una menzione particolare la merita Giuseppe Tomasi, che mi segue dai tempi di DIE. Anche con lui abbiamo lavorato molto per creare un lessico condiviso.

Il Primavera Sound e la pausa dopo la fine del tour

E da lì arriva anche il pezzo conclusivo del concerto, che è inedito su disco, giusto?

Si, è uno dei due inediti su disco. L’altro ha come titolo provvisorio Iman e proviene dalle sessioni di IRA.

Luci, tecnici, comunità viaggiante. Non ti stupisce che tutto questo sia economicamente sostenibile?

Eppure lo è. E questa sostenibilità è molto aumentata dai tempi di DIE. Forse si dà troppa importanza ai numeri degli streaming e si sottovaluta il numero di persone che viene ai concerti.

Quando Stormi fu certificato disco d’oro la cosa non mi colpì granché. Siccome negli anni non ho fatto altro che suonare la mia musica, definirei se vuoi una fortuna questo numero crescente di persone che segue il progetto e mi permette di suonare nei festival italiani un concerto così “rumoroso”.

Dopo i festival italiani lo spettacolo avrà una sequenza di date all’estero e, nel brevissimo periodo sarà anche al Primavera Festival, dove sei già stato. Cosa ti aspetti da quella esperienza?

Rispetto al 2017 quello che suoneremo è molto più difficile. Il nostro live sarà a notte inoltrata, verso l’1.20, sullo stesso palco dove ci saranno i Tropical Fuck Storm, o i Lightning Bolt, band che stimo tantissimo. È una sfida a mettersi in discussione, a non sedersi mai sugli allori.

Però dopo il tour europeo è prevista una pausa, confermi?

Si. E non solo per fronteggiare la stanchezza, ma anche perché sarà il momento di lavorare al nuovo materiale che va prendendo forma.

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