Ghemon su “Scritto Nelle Stelle”: «C’è ispirazione anche senza dolore»

Ghemon pubblica il suo nuovo album durante la pandemia globale da Coronavirus. E si rivolge al suo pubblico con un messaggio di positività – Intervista
Ghemon
Ghemon. Foto Andrea Nose Barchi

Diciamolo subito: uscire con un nuovo disco durante una pandemia globale non è un atto da poco. Anzi. Ghemon ha deciso di pubblicare il suo progetto proprio mentre stiamo tutti chiusi in casa. Proprio quando è di fatto impossibile l’incontro con i fan. Proprio quando il dolore e le preoccupazioni fanno, purtroppo, parte della vita quotidiana di tante persone.

Ma forse è anche per questo motivo che Scritto Nelle Stelle di Ghemon (coproduzione Carosello Records e Artist First, in uscita domani, venerdì 24 aprile) possiede un senso ancora più forte. Il disco propone infatti di considerare il dolore come un punto di svolta, ma allo stesso tempo non ne è dipendente. Non a caso due brani pieni d’amore dimostrano che, forse, la sofferenza non è l’unico motore della vita (ne parliamo con Ghemon qui sotto).

Con una sintesi musicale perfettamente riuscita tra tutto ciò che in questi anni lo ha caratterizzato, Ghemon ha deciso così di rispondere alle richieste dei suoi fan. E di farsi vicino nel modo migliore: regalando loro le sue nuove conquiste. Lo abbiamo incontrato.

Hai raccontato che hai iniziato a fare rap perché tuo padre non voleva comprarti il motorino… Pensi di essere riuscito a mantenere questa modalità di esprimerti che derivava da un bisogno? 

Hai fatto un bellissimo parallelo perché effettivamente da quella che era un’esigenza mi sono adattato a ciò che avevo. La musica è diventata poi la mia compagna e a quel punto l’ho usata per metterci qualcosa di mio. Lo stesso vale oggi, vale per tutti quanti i miei dischi, compreso questo. Se non facessi le cose per un’esigenza, probabilmente non verrebbero come vengono, non avrei avuto il percorso che ho avuto e mi sarei stancato. Mi sarei buttato a fare tante altre cose per camuffare una mancata ispirazione. 

Il tuo album si chiama Scritto nelle Stelle: credi in un destino già scritto con il quale dobbiamo impegnarci?

In fondo sì. Ma è un “sì” con riserva, perché il nostro mestiere dipende anche dalle scelte che prendiamo o che non prendiamo. E quindi il nostro percorso lo scriviamo noi con le nostre scelte. Ma a volte dobbiamo anche passare attraverso le conseguenze di scelte sbagliate per arrivare a capire come prendere quelle giuste.

Ti è passato per la testa di rimandare nuovamente l’uscita del disco? 

Io sono uno che prende decisioni. Spesso e volentieri questa è una rottura di scatole: è antipatico dover prendere delle decisioni. Avevamo già posticipato la data di uscita dal 20 marzo al 24 aprile e non mi sembrava coerente e coraggioso fare una scelta di spostare ancora tutto. Volevo che iniziasse questa conversazione con i fan. Me l’hanno chiesto loro a gran voce. Per loro sarebbe stato più che una compagnia.

A proposito di questo, hai deciso di lanciare un vero e proprio instore digitale. Come è nata questa idea?

Chi preordina il disco fino a poche ore dall’uscita ufficiale fa un atto di fiducia enorme. Al di là del fatto che abbia già sentito tre pezzi: pensa che c’è qualcuno che l’ha preordinato prima ancora, quando c’era solo un pezzo fuori. Mi sembrava bello essere riconoscenti di fronte a questo atto di fiducia. Ecco perché ho deciso di fare questa cosa. Farò delle videochiamate in piccoli gruppi insieme a loro.

Come ti fa sentire questo atto di fiducia? 

Responsabile. Delle volte il conforto che ti danno i numeri e i tanti fan ti può far accomodare. Ma io so che devo fare sempre qualcosina in più per continuare a meritarmi questa fiducia. Non posso tradirla. Tradirei anche me stesso. Il fatto che la gente “mi controlli” è un privilegio. E mi chiede di rimanere me stesso.

Come hai scelto il team con cui lavorare per questo disco?

Sono partito dai collaboratori più fidati, quelli con i quali ho condiviso il lavoro di questi ultimi anni. A partire da Tommaso Colliva, con il quale ho collaborato anche per i due dischi precedenti. Avevamo già deciso che avremmo fatto un altro disco insieme. Poi mi sono rivolto alle persone più vicine a me: ci sono i ragazzi della band. Ci siamo riscoperti non solo come una band dal vivo ma anche come una squadra produttiva. E quella è sempre una cosa da dimostrare. Non è detto che accada sempre. Poi, per il resto, sono tornato a una modalità “prettamente rap”.

Ossia?

Ho chiesto ai produttori di cui mi piaceva lo stile. Mi viene in mente Fish, con il quale non avevo mai lavorato. Ma anche Antonio Filippelli, che ha prodotto gli ultimi dischi di Levante. Sono persone con cui mi trovo bene umanamente e che stimo a livello musicale. 

Mi ha colpito Questioni di Principio. Spieghi quanto il lavoro che si fa su se stessi possa aiutare anche nella scelta di chi avere vicino. Perché hai deciso di aprire il disco con un brano così?

È una scelta voluta. È un gioco di parole il fatto che sia all’inizio e che spieghi subito le “questioni di principio”. Volevo mettere in chiaro come la penso sulle cose, prima ancora di raccontare tutto nel disco. In ogni caso ha un significato importante per me: scegliersi la squadra da avere al proprio fianco è fondamentale. Evitando chi ti dice sempre di sì ma pure chi vuole tirarti giù perché sei scomodo al suo fianco, in quanto gli ricordi le cose che non è riuscito a fare.

Hai detto che consideri Champagne, invece, come una specie di calamita per ogni millennial. E hai fatto riferimento alla famosa madeleine di Proust. Ci sono madeleine in questo disco? 

Ti dico la verità: non sono un grande fan dell’elemento-nostalgia. Mi piace sempre andare avanti e provo a non ripetermi. Questa è una cosa che mi annoia molto della musica italiana: il ricordo di un’estate passata, in cui si era adolescenti ecc. Ho quasi 40 anni (ride, ndr): voglio parlare delle cose che sto vivendo adesso. Però ci sono senza dubbio immagini che mi hanno formato e che fanno parte di me. Insomma, il riferimento non può non esserci. 

A livello musicale c’è veramente di tutto (penso, ad esempio, a Due Settimane in cui abbracci il funky). Mi sembra che tu sia arrivato a una sintesi (forse mai incontrata prima) di tutto ciò che ti rappresenta a livello musicale. È così?

Penso che tu abbia ragione e che, quindi, che sia arrivato il momento di lanciarsi a fare un disco swing (ride, ndr). Tra l’altro sarebbe bellissimo, ma non so se ne sarei capace. A parte questa battuta, effettivamente Scritto nelle Stelle è il disco in cui sono solide tante cose che erano comparse come sprazzi in altri dischi. Forse in questo album sono riuscito a renderli concreti tutti. Ogni influenza ha il proprio mondo, un proprio spazio. Si vede tutta la tavolozza dei colori: ci tenevo. 

Presentando i due brani Io e Te e Un Vero Miracolo hai parlato della «celebrazione di un vero cazzo di miracolo». Questi brani sono la prova che la creatività non si spinge solo grazie al dolore?

Amen, fratello. Sì. Volevo capire se potevo sentirmi ispirato anche a non scrivere di cose tristi o brutte. Volevo capire se riuscivo a essere intenso a non scrivere di cose dolorose. E questo ho fatto.

È una conquista, no?

È un punto nuovo, per certi versi, della mia carriera. Mi ha mostrato una nuova strada. È difficile, così come può esserlo parlare di cose “da adulti” senza dover per forza rincorrere come parlano i ragazzi con 20 anni meno di te. Non è semplice.

Una previsione su quanto accadrà nel mondo live?

È un bel casino. Sono molto realista ma ottimista. Non credo che le cose si riescano a risolvere in breve tempo. Ma non posso mentire: io ci spero e spero che arrivino notizie buone. Nell’attesa di buone notizie dobbiamo darci da fare. Ad esempio prevedere per i prossimi mesi contenuti anche in streaming ma in alta qualità che portino la musica dal vivo. Questo non potrà mai sostituire il live, ma sarà una cosa che premierà i più bravi, i più competenti, i più attenti a interagire con i fan. E questo potrebbe anche essere un modo per ridare la possibilità di far lavorare i tecnici che sono fermi tanto quanto noi.

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