Franco Battiato: un viaggio nei suoi incroci musicali con il catalogo Adelphi

Il grande cantautore, da poco scomparso, è stato fra i più abili a conciliare cultura alta e cultura pop. Buona parte dei suoi riferimenti letterari e filosofici proveniva dalla conoscenza dei libri della nota casa editrice
Franco Battiato, fonte: Instagram
Franco Battiato, fonte: Instagram

Uno dei modi per sentirsi meno soli, a questo e all’altro mondo – intendendo come “altro mondo” anche il cosmo ineffabile della mente, o delle menti unite – è disperdere il proprio corso terrestre di citazioni, parole d’ordine dolcemente sequestrate altrove, riferimenti, sintomi d’appartenenza, razzi luminosi lanciati per non confondere il nero e buio. Franco Battiato – il compositore che meglio di tutti, non solo in Italia, ha unito musica colta e pop – è stato anche un formidabile bricoleur, capace di allestire un campo arato di segni culturali che come ebbe a dire una volta Marx a proposito della religione popolare (frase assai meno nota che quella in cui la definisce “oppio dei popoli”) è “il cuore di un mondo senza cuore”.

Uno dei modi di ricordare un artista è conoscerlo meglio, e uno dei modi di conoscere meglio questo campo arato che chiamiamo francobattiato è ricostruire i fili invisibili e visibili che lo connettono a un altro campo arato, ben più grande in termini di sostanza ma forse non altrettanto accessibile a tutti. Parlo della Casa Editrice Adelphi – soprattutto quella degli inizi, fino agli anni Novanta, diciamo, a spanne – dai cui semi editoriali il cantautore siciliano ha spesso tratto ispirazione, investitura, energia: o, come direbbero gli studiosi di cose induiste, “mana”. Una parte consistente del “mana” di Battiato viene dalla lettura di punti gloriosi e ben noti del catalogo Adelphi, oltre che dalla frequentazione diretta del grande nume dietro quel catalogo, Roberto Calasso, e di una delle più importanti voci letterarie del nostro tempo, Fleur Jaeggy.

Gli incontri fra la musica di Battiato e il catalogo Adelphi

Ecco alcune tappe di questo dialogo, che purtroppo non ha mai dato un frutto in forma di libro. Per certi versi sarebbe stato parossistico in quanto la produzione artistica di Battiato è in sé una sorta di compendio spiccio della filosofia adelphiana, e forse proprio per questo non veniva avvertito il bisogno di trarre una sintesi alchemica “all’indietro” da ciò che già era stato diluito in forma canzone (ma bisognerebbe chiedere a Calasso del suo rapporto con Battiato, e non è detto che in questi giorni qualcuno non lo stia già facendo).

Occorrerebbe anche segnalare che la più stranota fra le citazioni di un citazionista sublime, “minima immoralia”, che naturalmente prende a prestito il titolo del capolavoro di Theodor Adorno, è in qualche modo un anti-omaggio calassiano, visto che il primo testo mai pubblicato da Calasso s’intitolava Adorno, i mana e il surrealismo, e in un certo senso una gran fetta del catalogo Adelphi è anche una sorta di reazione chimica alla presenza prepotente di Adorno nella tessitura del pensiero novecentesco.

Ecco, in attesa di ulteriori approfondimenti, alcune tappe di questo rapporto fatto di tunnel unici e parole assolute.

1979, Il Re del Mondo

Uno dei suoi brani più solitari e perfetti. Una traduzione “delirante” di un saggio visionario dell’autore principe dell’esoterismo moderno, René Guenon, intitolato appunto “Il re del mondo”, nel quale si descrive un regno sotterraneo che unisce per cunicoli intricato Europa e Asia, territorio dei vivi e territorio del diavolo.

1980, Passaggi a Livello

Da Patriots. Una delle tante “voci” di Battiato, quella sardonically sardonica, declama esplicitamente: ‘’Calasso lì avvertiva dal Corriere della Sera / copritevi che fa freddo / mettetevi le galosce’’.

1980, Le Aquile

Sempre nello stesso album, una delle composizioni più perfette. Scritta da Jaeggy, che già aveva composto i testi di alcuni pezzi dell’ultimo periodo “sperimentale”, M.lle Le Gladiator, per esempio.

1983, Tramonto Occidentale

nella quale si citano le meravigliose lettere che Nietzsche scrisse a Wagner: inutile dire che una porzione consistente dello spirito adelphiano si regge sull’edizione completa delle opere di Nietzsche, e che l’ombra screziata dell’autore di Zarathustra si allunga su tutti gli angoli della cultura del XX secolo, perciò anche di Battiato, che è un vero figliol prodigo del ‘900, insieme parte e in disparte dagli umori del tempo storico in cui è cresciuto.

1987, Mesopotamia

Il brano cita un altro lancinante esempio di “scrittore assoluto” portato sul cuore dalla casa editrice Adelphi: Tommaso Landolfi, la cui vita è (forse grazie alla lettura dei diari) “cinica ed interessante”.

1994, L’Ombrello e la Macchina da Cucire

Il titolo dell’album è una citazione surrealista non immune dalla lettura di quel magnifico volume illustrato di Breton, L’arte magica, fuori collana adelphiano.

Quel bellissimo e sottovalutato album segna l’inizio delle intense collaborazioni discografiche con Sgalambro. Va aggiunto che Manlio Sgalambro, co-autore di alcune tra le punte più avanzate di quel “libro unico” che è stata l’opera di Franco Battiato, era un autore Adelphi, scoperto e adottato nel suo inattualismo poetico proprio da due collane adelphiane, i saggi (presso cui uscì il fondamentale La morte del sole) e la Piccola Biblioteca, presso le cui brevi fila sono emersi i trattati birichini metafisici di questo grande “daimon meridiano”.

Lavorando insieme a Sgalambro – titolare di frasi scolpite come quelle di Lichtenberg, nonché lyricist impressionante – l’entità francobattiato si è carsicamente riunita a un catalogo prestigioso e influente alla quale non ha mai potuto partecipare.

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