Federico Albanese, con un pianoforte alla ricerca del silenzio

Il pianista e compositore milanese ha appena pubblicato il nuovo album Before and Now Seems Infinite: una musica che cerca di offrire all’ascoltatore quello spazio sospeso di attenzione così spesso minacciato dalla velocità del contemporaneo
Federico Albanese - intervista - foto di Matthew Thorne
Foto di Matthew Thorne

Quello di Federico Albanese è un nome che risulterà familiare ai lettori appassionati di musica strumentale contemporanea. Per altri il pianismo introspettivo e onirico del nuovo album Before and Now Seems Infinite, appena pubblicato dalla Mercury, sarà un’interessante, carezzevole scoperta.


Al tumulto e alla velocità delle nostre vite iperconnesse, Federico Albanese preferisce la profondità struggente di un viaggio nel ricordo. La raffinata grafica del disco, esaltata dall’edizione in vinile, si basa su fotografie istantanee.


Non si parla dunque di eventi o di circostanze precise, ma di attimi, paesaggi dell’anima, particelle di memoria associate a suoni. Una musica che attribuisce significato e valore espressivo al silenzio. La quieta rivoluzione di una tregua. Una ricerca di pace, anche interiore.

In più occasioni hai dichiarato che la tua è una musica che nasce dal silenzio: in che senso?

Ciascuno dei primi demo del disco era contrassegnato dalla dicitura “study silence”, accompagnata da un numero in progressione. Il rapporto fra musica e silenzio è stato molto indagato nel ‘900, così come la dialettica buio-luce. La necessità di lavorare fra questi due poli è qualcosa mi appartiene profondamente.

I tuoi dischi hanno una componente pop che li mette a confronto con tantissime forme di pienezza, musicali e non. Però sono anche delle composizioni che necessitano di attenzione, che devono farsi spazio, a loro modo, per non essere sopraffatte. Come conciliare le due cose?

Mi sembra una questione molto importante. La musica ha bisogno non solo del silenzio, inteso come pausa senza suoni. La pausa è anche fatta di attesa, di pazienza, di attenzione. Appartiene a chi ascolta. Oggi ottenere queste soste, queste riserve di attenzione da parte del pubblico è difficilissimo. Siamo immersi in un overload di stimoli e anche, per esempio, le app che dovrebbero aiutarci a meditare, o la musica new age, che dovrebbe rilassarci, di fatto si aggiungono alla sovrabbondanza esistente. Quello che conta invece è che, mentre la musica accade, il resto della realtà rallenti per fare spazio ad un livello di comunicazione diverso dalla quotidianità.

Non è strano che nei dischi di musica strumentale i brani siano sempre più brevi? I compositori temono di chiedere troppa pazienza all’ascoltatore?

In realtà sì. È come se ci si adeguasse alla velocità di tutto il resto. Però suppongo che per un musicista che abbia scelto un linguaggio di ricerca come proprio percorso, la durata di un brano dovrebbe dipendere da esigenze unicamente espressive. Chiedere pazienza diventa una sorta di obbligo morale.

Come sono stati concepiti gli arrangiamenti del disco?

Spesso sono partito da singole sequenze o cellule melodico-armoniche, per poi costruire il resto. La prima stesura è stata del tutto istintiva, ma il colore degli arrangiamenti, la texture successiva è stata scelta con una cura maniacale, alla maniera degli impressionisti, Ravel e Debussy.

A proposito di impressionisti, mi sembra che una grande parte nella ispirazione ce l’abbiano anche le immagini fotografiche scelte per la grafica. Sei d’accordo?

Sì, sono parte integrante del discorso. Sono sempre stato un appassionato di Polaroid. La Polaroid non è solo una fotografia, ma un oggetto fisico su cui scrivere una data, che rende tangibile la memoria.

Federico Albanese - intervista - foto di Linda Rosa Saal
Federico Albanese (foto di Linda Rosa Saal)
Qual è il possibile pubblico per questo racconto? Te lo chiedo adesso che hai appena firmato per una major.

Teoricamente sarebbe quello della cosiddetta “neoclassica”, quello che ascolta i dischi di Ólafur Arnalds, Nils Frahm e via dicendo. È un’etichetta impropria ovviamente, ma non ho alcuna difficoltà a riconoscermi in quell’ambito. Il termine “neoclassico” è diventato ormai sinonimo di musica strumentale moderna. Nessuno di noi è un musicista classico in senso stretto.

È un genere che in Italia esiste poco. Anche tu te ne sei andato a vivere a Berlino. Come mai? Perché siamo la patria del bel canto?

Non lo capirò mai. In Italia quando facevo sentire le mie cose 15 anni fa mi prendevano per matto. Appena mi sono trasferito a Berlino mi si è aperto un mondo. Qui in Germania ci sono network importanti che trasmettono la mia musica, cosa che in Italia non accadrebbe mai.

Non ti sei trasferito da solo però. E non hai fatto da subito musica strumentale. Eri con Jessica Einaudi, la figlia di Ludovico, cantante bravissima. Insieme avete fatto due figli e due dischi, come La Blanche Alchimie, giusto?

Sì, esatto. Però, anche se si tratta di due dischi cantati, sarebbe stato difficile trovare un posizionamento sul mercato italiano, mentre a livello internazionale hanno avuto una loro diffusione e un loro pubblico anche nel circuito live.

Nel nuovo album ci sono due pezzi cantati, con altrettanti cameo di Marika Hackman e Ghostpoet.

In realtà sono due brani che proseguono non solo il lavoro con Jessica, ma anche l’EP con Tara Nome Doyle. Come Tara e come Jessica, Marika è una cantante straordinaria.

Il featuring di Ghostpoet mi incuriosisce. Mi piace il contrasto tra una voce soul, nera, collocata in un contesto molto tonale ed eurocolto come quello della tua musica.

È un contrasto voluto, al quale tengo tantissimo. Nella voce di Ghostpoet c’è il soul, ma ci sono anche Leonard Cohen, Tom Waits e Nick Cave. Un altro talento vocale incredibile.

Com’è il tuo rapporto con Ludovico Einaudi?

È il papà della mia compagna, il nonno dei miei bambini, è un amico, ma soprattutto è il pioniere che ha creato il pubblico al quale oggi io e i miei colleghi possiamo rivolgerci.

Ascolta Before and Now Seems Infinite di Federico Albanese


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