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Fadi: «A Sanremo 2020 porto i miei amici dentro di me»

L’italo-nigeriano Fadi sarà in gara tra le Nuove Proposte del Festival con “Due Noi”. Il 31 gennaio esce il suo omonimo album di debutto

Fadi e la sua "Due Noi" a Sanremo Giovani 2020: «Porto i miei amici dentro di me»
Antonio Ragni

«Scusate, sono un po’ imbagattato», ci dice prima del suo showcase nella sede di Sony Music Italy. Fadi (vero nome Thomas O. Fadimiluyi) è un ragazzo italo-nigeriano che prima o poi vi toccherà ascoltare. In primis perché la sua musica è l’amalgama interessante di più influenze, reali e non forzate, dai sound del West Africa al nuovo cantautorato italiano. Poi perché – con il suo accento romagnolo – sarà tra le Nuove Proposte in gara a Sanremo 2020. E in quella occasione dimostrerà a tutta Italia di essere il Valentino Rossi della musica. Per il suo amore per i motori (e per la velocità), certo. Ma pure per la sua contagiosa passione.

Insomma: conoscere Fadi significa entrare in contatto con una realtà piena zeppa di riferimenti. Da Brusiani – il suo carrozziere preferito di Bologna – ai suoi amici dell’università, ai quali torna spesso durante l’intervista. Dal suo amato mare («Sì, lo so che non è bello come quello di altre zone d’Italia, ma noi facciamo proprio parte di un altro campionato») ai viaggi in treno verso casa. Con un occhio sempre aperto alla ricerca di storie da raccontare.

L’omonimo album di debutto di Fadi esce il prossimo 31 gennaio per Sony Music Italy/Picicca. Lo abbiamo incontrato.

Come è iniziato tutto? Da dove è nata la tua esigenza di raccontarti tramite la musica?

Il mio rapporto con la musica è sempre stato un po’ particolare. Quando ero piccolo ho sempre avuto tantissime passioni. Ultimamente sto pensando tanto a Lucio Corsi che dice “Cosa faremo da grandi?”. Non so se ti è capitato di sentire quel pezzo. È pazzesco. Ed è sempre stato così per me. Da piccolo ho cantato nel coro della scuola, poi ho avuto una band. C’è stato un periodo in cui avevamo molte difficoltà a vederci. Uno studiava a Bruxelles, uno a Bologna, uno a Ferrara, un altro a Rimini. E quindi per una roba o l’altra non riuscivamo a fare le prove. Io sono andato avanti pensando che prima o poi ci saremmo ritrovati. Sono andato avanti e sono arrivato a fare un contratto con Picicca e Sony ormai un anno e mezzo fa.

E l’idea di partecipare tra le Nuove Proposte di Sanremo? Come è arrivata?

È un’occasione. Ma non di quelle che chissà-poi-cosa-diventerai. Io sono contento anche a vendere i lupini al mare, te lo dico per davvero. Anzi: in questo contesto faccio una gran fatica. Lo so, sembra paradossale, ma io cerco sempre di spostare la luce da un’altra parte. Ho sempre preferito stare un po’ dietro le quinte e non davanti.

Beh questa cosa è molto interessante visto che salirai sul palco dell’Ariston…

Sì, è molto strano. Dicono che anche da davanti il palco un po’ “mi rimedio” (ride, ndr).



Il brano con cui sei in gara tra le Nuove Proposte di Sanremo 2020 è Due Noi. Di cosa parla? E perché proprio questo pezzo?

Questo brano parla di un sacco di roba. Dei miei compagni di corso, di Brusiani, un carrozziere di bologna incredibile. Ma parla anche di due venditori ambulanti. Di questo Andrea che si è perso e che ritroviamo in Dalla (“Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”). Ma lo ritroviamo pure in De André (“Andrea s’è perso s’è perso e non sa tornare”). Io mi sono sempre sentito un Andrea, quando De André parlando del pozzo gli fa dire: «Mi basta mi basta che sia più profondo di me». Più profondo di me? Mi fa “sbarellare” quella cosa.

Nel disco racconti le storie di più persone…

Sì, mi piace questa cosa. Può essere uno strumento bello per raccontare e raccontarsi. E poi mi metto anche in prima persona, in alcuni pezzi. Ma dipende dalle vibrazioni…

Che cosa ti attira di più delle storie degli altri?

Mi colpiscono tantissime cose. Ma sai cosa? Dipende da cosa sto cercando in quel periodo. Anche la roba più bella del mondo può non essere accolta se non sei predisposto a coglierla.



In Due Noi citi Bologna, una culla importante del cantautorato italiano. Pensi che certe città abbiano una storia tale che finiscono per contagiare chi ne attraversa le strade?

Porca miseria, sì. Un posto non è nulla senza le persone. Non è nulla senza la gente, l’ospitalità. Ce ne sarebbero tante di robe da dire su questa cosa. Io resto sempre stupito del super calore che ti avvolge. Io ho scritto Due Noi nella tratta Rimini-Bologna. Ho scritto “Mi diverto a passare sotto casa tua”, pensando a una tipa di Rimini. Poi mi sono ricordato che il tempo passa e lo stesso mood puoi ritrovarlo per un’altra persona. Come mi è successo a Bologna. Penso a tutte le “beghe”: ce ne sono tante… Ognuno ha le proprie. Quando ho scritto a questa canzone ho pensato a tutti quei rapporti che sono stati e sono importanti.

Quali sono?

Sono quei rapporti che nel bene e nel male ti porti dietro. Dire “due noi” è come dire “ci incontriamo. Io mi porto dietro un po’ di te e tu ti porti dietro un po’ di me”. Quando incontri davvero un’altra persona, ci si porta un po’ a vicenda. Quel “due noi” vuole essere questa cosa qui. Siamo chiaramente “uno” e “uno”. Ma anche “due noi”. È una canzone semplice ma allo stesso tempo c’è tanta roba dentro.

Nel brano Canzone Leggera parli della paura di sentirsi “sbagliati” e “imperfetti”. È una sensazione che provi anche tu? E, in caso affermativo, come la affronti?

In Nigeria mi chiamano “bianco” perché non sono abbastanza nero, e qui capita l’opposto. Quel brano parla del timore del proprio limite. È una sensazione in cui tu ti fermi e credi di essere sbagliato, cerchi di tirar fuori il meglio di te senza rompere le balle a nessuno e nel rispetto completo di chiunque. Ognuno ha le proprie sofferenze e realtà che è chiamato ad affrontare. Io mi dico: “Caspita, Fadi… Là sei bianco, qua sei nero. Lì sei un panchinaro inamovibile, qui invece stai andando a suonare all’Ariston”. Insomma, ci sono tante cose che ti fanno potenzialmente paura. Ma la differenza sta negli amici che hai intorno.

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