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Fabrizio Moro a trecentosessanta gradi

Fabrizio Moro ci ha raccontato il suo nuovo disco “Figli di Nessuno”. Tra l’amore per l’Italia e la rabbia («senza la quale forse non riuscirei a vivere»)

Fabrizio Moro a trecentosessanta gradi
Luisa Carcavale

Ci sono progetti discografici che non sono semplicemente l’unione di più canzoni, più o meno amalgamate tra loro. Ci sono dischi che non sono altro che il ritratto di un uomo, delle sue sofferenze e conquiste. Questo (ma non solo) è Figli di Nessuno, il nuovo album di Fabrizio Moro, in uscita oggi, venerdì 12 aprile, per Sony Music.

Questo progetto esce a due anni di distanza da Pace e parla di una sensazione dello stesso artista, che alterna discorsi personali e “sociali”: «Io mi riconosco nei “figli di nessuno”. Nelle persone che vengono dal marciapiede e che, nonostante le avversità, hanno avuto la forza di imporsi. Io ho fatto il cantante e la musica è la mia passione. Ma non è importante il successo, ma riuscire a imporsi in ciò che si ama», ci ha spiegato.

Questa è un’attitudine che ha origine da alcune sofferenze di Fabrizio Moro: «Anche oggi mi sento un po’ abbandonato. Io sono sempre stato dedito al lavoro: il resto era in secondo piano. Oggi, però, quando raggiungo una grande meta non so con chi condividerla», ci confessa.

Uno dei punti principali di Figli di Nessuno è il rapporto padri-figli: «Il rapporto con mio padre ha generato mancanze in me, mentre quello con i miei figli ha generato certezze. In questo momento il concetto di paternità è fondamentale per me. Sento la responsabilità di insegnare la vita ai miei figli. Cosa ho bisogno di credere ora? Che io sia capace di insegnare loro qualcosa di buono».

Guarda qui la nostra intervista a Fabrizio Moro



Da questo punto di vista, l’amore per la musica è stata (ed è tuttora) un punto fondamentale per Moro: «La musica mi ha salvato. Se non avessi iniziato a suonare, non so come avrei potuto idealizzare i miei sogni. Quando suonavo davanti a cento/duecento persone alla festa di quartiere, immaginavo già un grande palco. Oggi quando vado a rileggere i miei testi, trovo tanto di me. È una terapia pazzesca».

Questo disco, lui, lo definisce “benedetto”. I motivi sono molti, ma possono essere sintetizzati così: «È nato in un momento in cui non avevo forze. Stavo finendo il tour e stavo già pensando di dover scrivere qualcosa. Questo disco è semplicemente arrivato. È stata una “benedizione”: ed è arrivata subito Ho Bisogno di Credere», ci ha spiegato.

In una tracklist che alterna dolcezza e rabbia («Mi serve sempre per reagire»), Fabrizio Moro ospita differenti tematiche. Da Filo d’ErbaÈ il pezzo più ispirato. L’ho scritto dopo essermi separato dalla mia compagna. Non pensavo che potesse esistere un dolore così grande, soprattutto pensando ai nostri figli. Sentirti impotente ti logora l’anima. E rivedere tante mie debolezze negli occhi di mio figlio mi mette tanta malinconia») ad Arresto CardiacoGioco un po’ sulla mia ipocondria. Non ho mai fatto percorsi di analisi per superarla. Puntualmente mi viene il terrore di ammalarmi. Mi sono venuti un sacco di attacchi di panico e pensavo fossero attacchi cardiaci»).

Ma anche un brano d’amore, Me ‘nnamoravo De Te, dedicato al nostro Paese: «Mi immagino l’Italia come una donna. Una donna che mi fa tenerezza e che, nonostante le molte delusioni, non smetto di amare. Questo brano mi è venuto dopo aver visto La Mafia Uccide Solo d’Estate di Pif».

Da oggi, venerdì 12 aprile, Fabrizio Moro sarà impegnato in un instore tour in giro per il nostro Paese. Invece, a ottobre saranno quattro gli appuntamenti live nei palasport (qui tutte le informazioni).

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