Elisa e “Ritorno al futuro”: «Sono una fan del tempo perso. Solo così si può lasciare un’impronta nel mondo»

L’artista friulana torna oggi con un doppio album monumentale, in italiano e in inglese. Ci ha raccontato come ha dovuto fingere di sentirsi per riuscire a cantare il pezzo scritto da altri (“Litoranea” di Calcuttae Petrella) e come fa a superare il senso di colpa verso la sua famiglia per tutto il tempo che dedica alla sua enorme passione. La musica, naturalmente
Elisa
Elisa, foto ufficio stampa

Elisa è profonda e leggera nello stesso momento. Surfa tra un genere e l’altro, va dal pop a un soul molto marcato all’elettronica. Dall’italiano all’inglese, andata e ritorno, e collabora con chiunque. È presente su tutto: stesura testi, musica, produzione, arrangiamento. È la voce che fa venire i brividi (un esempio: Come te nessuno mai) ma che vi darà anche sollievo e svago in questo suo nuovo doppio album (in italiano e in inglese, appunto) Ritorno al futuro/ Back to the future che esce oggi, 18 febbraio.


Per esempio, in Luglio, la traccia che vede coinvolte anche le colleghe Giorgia, Elodie e Roshelle o in Litoranea, il brano scritto da Calcutta e Davide Petrella.


Elisa è un caso raro di artista autentica che va preservato. Tutti l’abbiamo vista eterea, sempre vestita di bianco, sul palco del festival di Sanremo. Ma poi sempre con l’abito della grande occasione, nella tarda notte della finale del festival che l’ha vista arrivare seconda, è salita sullo skate (sua passione recente) e si è fatta in scioltezza un bel pezzo sul lungomare.

Tutti sanno di quanto fosse timida agli inizi e di quanto abbia imparato a raccontarsi, lasciando da parte ritrosia e timore dell’altro. Di quanto sia cresciuta e abbia voglia anche di esporsi su temi enormi come il rispetto dell’ambiente che ci circonda. Oggi, in alcuni momenti è molto riflessiva e racconta del bisogno di abbandonare l’etica capitalistica. In altri istanti scoppia a ridere in modo incontenibile mentre magari ripensa a lei che balla di notte da sola davanti a una finestra prima di scrivere Palla al centro, il brano che ha poi condiviso con Jovanotti. E il lampo negli occhi Elisa, folletto un po’ geniale e un po’ pazzerello non sparirà mai.

In questo nuovo album di Elisa ci sono le produzioni di Dardust, Mace, Venerus, Shablo, Don Joe, Michelangelo, Andrea Rigonat, Stevie Aiello, Sixpm, Marz & Zef e anche di Stevie Aiello (già con Thirty Seconds to Mars) e di Patrick Warren (già con Bob Dylan, Bruce Springsteen, Avril Lavigne).

Insomma, un album densissimo di cui vi racconteremo tutto nell’intervista a Elisa sul prossimo numero di Billboard di marzo. Qui un’anticipazione.

La nostra intervista a Elisa

Litoranea è un brano dalle sonorità fresche e allegre con un testo dal gusto un po’ surreale tipico di Calcutta. Quanto hai faticato – proprio tu che ami scrivere – a cantare un pezzo non tuo?

Amo Edo (Calcutta ndr) e Davide Petrella, con cui lavoro tanto e a lungo, con grande affinità. L’hanno scritta loro due insieme e sapevo che mi sarei potuta fidare completamente perché semplicemente sono magici. A me pare un film: Edo ha la capacità di raccontare per immagini perché è estremamente evocativo. Ma anche quando scrive un pezzo up-tempo riesce a mantenere un sapore nostalgico. All’inizio mi sono chiesta come avrei potuto affrontarla con la mia voce perché io non ho quella leggerezza richiesta dal pezzo.

Mi ha sicuramente convinta Jacopo Pesce (director di Island, ndr). Sarei dovuta essere più teatrale ma io faccio fatica, non mi viene così semplice, sai? Ho pensato – e scusami per il paragone ora un po’ triste – che mi sarei dovuta comportare come Monica Vitti oppure immaginarmi in un set degli Air, con quest’aria un po’ francese e da Costa Azzurra. Con un po’ di stronzaggine anche! Tu che canti, sei preso/a ma te ne fotti anche!

Riparto da Sanremo appena concluso e da O forse sei tu perché è un brano che ha toccato me e molti altri nel profondo, soprattutto nella parte dello special e del ritornello: quando è arrivata l’idea che ha cambiato tutto per un pezzo che avevi pronto da anni?

Prima c’era una strofa che mi annoiava e non mi diceva niente. Mi piaceva molto il pre-ritornello e mi sembrava così solo di mortificarlo. Per questo ho pensato che se non fosse arrivata la strofa giusta non avrei proprio chiuso il pezzo. Posso aspettare anche anni e magari non arriverà mai niente! Invece un giorno ho capito che non dovevo cercare di sistemare una musica vecchia ma dovevo buttare tutto. Sono ripartita dallo special (da “Mille volte Ti ho cercato, ti ho pensato un po’ più forte…” ) così mi si è aperto tutto e ho pensato di catapultarmi in un mondo beatlesiano per scrivere un pezzo ancora più ispirato.

Elisa: «Per cantare “Litoranea” ho dovuto immaginare di essere un’attrice come Monica Vitti ma anche di essere in Francia, tipo in Costa Azzurra! Con quell’aria un po’ da chissene frega!»

Anche Domino e Fire hanno un sound molto contemporaneo.

Le produzioni sono una cosa che ho ripreso a fare da non molto tempo. Credo che ascoltare tanta musica vecchia e moderna mi influenzi parecchio anche perché io la ascolto proprio da fan, ad altissimo volume, senza analizzarla per forza! Ci tengo molto: mi piace avere sempre delle cuffie belle per viaggiare e stare a casa. Per esempio, durante la notte della finale a Sanremo stavamo festeggiando ma nessuno che avesse delle casse decenti per ascoltare musica! Sono dovuta correre io in camera a recuperarle! Credo che questo mio modo di ascoltare da fan mi faccia assimilare la musica in maniera super naturale. Per questo ho scelto di stare su tanti generi diversi e non mi sono posta limiti.

«Credo che perdere tempo sia estremamente importante e sia anche anti-capitalista»

Il primo brano dell’album A tempo perso parla di emotività ed è molto intenso.

Io credo che perdere tempo sia estremamente importante e sia anche anti-capitalista. Io sono tendenzialmente ansiosa e ipertiroidea. Ma per riuscire ad avere una visione bisogna avere il giusto relax mentale. Se sei troppo educato e incasellato a seguire dei progetti rischi di non esistere e di non poter riuscire a lasciare una tua impronta. Sembra che i ragazzi di oggi perdano un sacco di tempo ma in quei momenti vuoti in fondo c’è un’enorme rielaborazione su chi siamo e su quello che vogliamo fare. Sono una fan del tempo perso perché lì c’è l’essenza di quello che vogliamo fare.

Hai sempre raccontato di cercare di coinvolgere molto i tuoi figli, che sono venuti anche spesso in tour con te e tuo marito (nonché chitarrista) Andrea Rigonat. Ma il fatto di dedicare così tanto di te stessa alla musica provoca anche a te i soliti sensi di colpa femminili?

Il giorno in cui vedremo la stessa percentuale di uomini e di donne che si sentono in colpa perché si prendono del tempo per sé sarà sempre troppo tardi. Parliamo di tempo lavorativo ma anche ricreativo, perché no? La concezione che li vede separati ritengo sia vecchia e sbagliata. Dovremmo totalmente unirli per essere persone più integrali e complete per mostrarci ai nostri figli per come siamo veramente. Non devono vedere solo la madre, la moglie, l’artista, la performer in maniera staccata. Io credo che così vedrebbero di fronte a loro le molteplici facce di una persona e imparerebbero a empatizzare.

Lavori di notte per questo motivo?

Sicuramente cerco la quiete e il silenzio ma anche per dribblare il senso di colpa, lo ammetto.

Pensi che ci sia il retaggio di una visione più chiusa presente nel cattolicesimo?

Certo. Questo si lega a una certa visione della donna presente in tutti i Paesi latini come il nostro, la Spagna, la Grecia. Ma sta pian piano scomparendo ne sono convinta.

A proposito di estero: hai ricordato quanto ti sia sempre interessato superare i confini ma senza farne un’ossessione. Perché i Måneskin hanno avuto quel successo enorme secondo te?

Io continuo a sognarlo, certo, anche se era più facile farlo a 20 anni piuttosto che a 40. Con il genere che propongo non è così semplice ma rimane il desiderio di cantare in piccoli club, che sia davanti a 500 o 2000 persone a Oslo, per dire, non cambia. Conosco poco i Måneskin, solo superficialmente, ma il loro progetto è bellissimo, pazzesco. È un sogno che si realizza: segna la fine della divisione dei mondi. Loro sono riusciti a farsi sentire nel primo mondo, quello dell’Inghilterra e dell’America.

Il loro successo esprime un allineamento astrale di cause micidiali: immagine incredibile, proposta molto catchy, mainstream ma super forte, in un momento in cui ce ne era tantissimo bisogno. Quello della pandemia in cui le persone dovevano sfogarsi e il rock andava benissimo. Perché con la trap non ci può certo urlare quanto tutti ci fossimo rotti della situazione attuale. E lo hanno fatto, poi, con i loro visi molto credibili da ventenni. Da mamma l’ho vista così: come l’unica possibilità per i ragazzini di gridare.

Ascolta Ritorno al Futuro / Back to the Future


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