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Dall’innamoramento al “(dis)amore”: i Perturbazione raccontano la parabola delle relazioni

(dis)amore, nuovo lavoro in studio della band piemontese, è un lungo concept album che racconta in musica la parabola di un amore, dai primi sguardi alle bugie e alle incomprensioni

Perturbazione - intervista - disamore

L’argomento è antico quanto la musica popolare: l’amore, nelle sue diverse sfaccettature. Ma il nuovo disco dei Perturbazione – l’ottavo della loro carriera – cerca di costruire una narrazione organica, tale da fotografare tutte le fasi della parabola di una storia d’amore, dall’entusiasmo dei primi sguardi al rimorso delle incomprensioni finali. Per fare ciò, (dis)amore rispolvera la formula del concept album di lunga durata (23 brani per oltre un’ora di ascolto). Un lavoro volutamente “sottoprodotto” per rivisitare il sound delle origini e per lasciare alle parole tutto il respiro di cui hanno bisogno.

(dis)amore è un concept album, per di più un doppio: un tipo di formato decisamente controcorrente nell’attuale panorama musicale. Perché la necessità di questa forma lunga per raccontare questo tipo di storia?

[Tommaso] Il nostro linguaggio è la canzone. Ma nel tempo abbiamo imparato che attraverso una serie di istantanee si può evocare un quadro più grande – un piccolo universo domestico, in questo caso. Quando abbiamo intrapreso questo viaggio, abbiamo cominciato a immaginare la casa dei due protagonisti di questo romanzo musicale.

Era un collage di tante case diverse, anche le nostre, ma anche quelle di amici e conoscenti. E poi ci siamo immaginati i vestiti che portano, le canzoni che ascoltano, cosa mangiano. Non tutte queste informazioni sono contenute nel disco, ma questo percorso porta a un’intimità con i personaggi evocati che riteniamo necessaria. Devi voler loro del bene, e se soffrono soffri anche tu. È emozionante. Perché rinunciare? Perché oggi è il tempo di brani singoli, mordi e fuggi, possibilmente uno molto simile all’altro? Non direi. 

Quali sono state le fasi del lavoro di ideazione e scrittura di un progetto del genere, così linearmente “narrativo”?

[Rossano] Si tratta di un lavoro di creazione molto lungo. Appunti durati anni e poi messi in sequenza, creando una narrazione cronologica. Si parte, come spesso ci è già capitato, da banali situazioni vissute da amici o persone vicine. No, non è un disco autobiografico, tanto per specificare. Ma si tratta di un lavoro continuo di montaggio tra storie altrui, scrittura e appunti personali, stampelle narrative nobili. Ossia: come hanno affrontato questo tema eterno grandi scrittori contemporanei e non, come John Cheever, Edoardo Albinati, Dino Buzzati, Giorgio Fontana, Gabriele Romagnoli, Goffredo Parise.

Il sesso viene definito una “battaglia” nel brano Le Sigarette Dopo il Sesso. Una battaglia per cosa? Chi ne esce vincitore?

[R] Il sesso nel brano citato viene considerato una battaglia nel suo lato più animalesco, dove per l’appunto ognuno lotta contro l’altro, ma ognuno agisce anche in funzione dell’altro. Nella canzone specifica non ne esce vincitore nessuno. Nella vita in generale, almeno osservando il tema dall’Italia, il sesso rimane sempre un elemento dove l’uomo culturalmente domina e la donna accetta o si adegua, tranne rare, benvenute eccezioni, che però dovrebbero essere la norma. Citando Marshall McLuhan si potrebbe dire che – vivendo in un’epoca in cui si vede troppo di tutto e quindi si immagina meno – spesso l’idea di sesso si confonde con la “pornografizzazione” della società imposta dal maschio adulto, spesso analfabeta emotivamente.

In Silenzio viene delineato un sentimento molto sottile eppure così familiare a chiunque abbia attraversato la fase calante di un rapporto: “Mi manchi pure se ci sei / strano sapore / lontano eppure qui con lei / mezza emozione”. Qual è secondo voi il meccanismo che innesca questa sorta di straniamento?

[T] Mai come oggi possiamo domandarci perché facciamo così fatica ad “ascoltare il silenzio”. Si è fatto un gran parlare delle città deserte e del silenzio ritrovato, ma dentro alle case vibravano i telefoni, di continuo. Il silenzio ha una sua verità, la sua qualità non mente mai: ciascuno dei due protagonisti si ritrova, in questo momento della storia narrata in (dis)amore a rendersi conto che le cose sono cambiate, ma non sanno spiegare il perché, è ancora presto. Però il silenzio è lì, ed è mutata la sua qualità. Non che dopo troveranno tutte le risposte alle domande che si stanno ponendo. Ma forse, alla fine del viaggio, sapranno confessarsi quanto le domande siano importanti, soprattutto quelle in grado di rompere il silenzio.

Come si evince dall’ascolto dell’album – e come sottolinea il comunicato stampa – (dis)amore è un album volutamente “sottoprodotto”. Ci spiegate le ragioni di questa scelta così consapevole?

[Cristiano] La prima ragione è che ci piace sempre cambiare e rimetterci in discussione: arrivavamo da due dischi molto “prodotti” e volevamo tornare a quella definizione di suono che ci fu appiccicata addosso circa 25 anni fa e che custodiamo gelosamente: musica anemica. C’è poi una ragione più legata alla narrazione: il racconto di questa storia si prestava ad una specie di “nudità” sonora, senza sovrastrutture che ne avrebbero reso l’approccio più artificioso.

Per questa ragione, per questo disco, siamo ripartiti anzitutto dalla sala prove per la composizione ma soprattutto per il suono. Infine, c’era anche la volontà di distaccarsi dalla dittatura dei 130bpm, della cassa “in faccia”, dei rullanti che sembrano usciti da batterie elettroniche vintage e che finiscono per far suonare i dischi pop uguali ai dischi hip hop. In breve, volevamo che anche dalle sonorità si percepisse il respiro, a volte anche affannato, di chi vive questa storia.

Si tratta di un album che per sua natura si presta ad essere eseguito integralmente dal vivo. Avete in mente di farlo, ovviamente a emergenza Covid-19 terminata?

[R] Senza suonare dal vivo una band come la nostra non esiste, non ha senso. Quindi l’idea c’è eccome. Non di suonarlo tutto integralmente però, una purga che l’ascoltatore non merita. Nel senso: su disco c’è tutto, tutta la storia, sta tutto lì e puoi prenderti i tuoi tempi per ascoltare e valutare. Dal vivo deve esserci anche il resto, anche se alla fine le nostre canzoni a pensarci bene parlano quasi sempre di amore e disamore. Di sicuro rimane in piedi l’idea di mettere in scena delle presentazioni speciali del disco con l’attore Francesco Montanari, progetto a cui lavoriamo da mesi e che al momento, come tutto il resto, è stato messo in pausa.

Per il tipo di parabola narrativa, l’album lascia dietro di sé un senso di sconforto: non c’è lieto fine, diciamo. C’è un pessimismo di fondo in ciò?

[R] La lettura del disco e della storia va in quella direzione, sì. Tranne rarissime eccezioni molte coppie si accettano o si “adeguano” l’uno all’altro, come cantiamo in Io Mi Domando Se Eravamo Noi. Una dinamica umana, normale, capita a tutti. Incontrarsi spesso è il primo passo per scontrarsi o per adagiarsi, subentra altro, oppure ci si abbandona, ci si lascia per mille motivi: aspettative, noia, diversità. Siamo adulti in quanto autori, e – come cantiamo nella conclusione dell’ultimo brano, Le Assenze – “Questa è semplicemente vita, un’eterna verità di cui prendere atto”. Detto diversamente: l’essere umano accetta l’irruzione dell’amore nella vita, ma non è capace di fare altrettanto con il disamore.

Ascolta (dis)amore dei Perturbazione in streaming

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