Tra poche ore saranno sul palco dell’Ariston per presentare il loro inedito Lettera dal Duca. I Decibel (storico gruppo formato da Enrico Ruggeri, Silvio Capeccia e Fulvio Muzio) sono pronti per questo nuovo ritorno. Il 16 febbraio uscirà il loro album di inediti, L’Anticristo: un disco che porta i tre artisti a un tuffo nel passato. Ma con la solita passione per la musica suonata.  Li abbiamo incontrati poco prima della serata di apertura del Festival.

Il vostro nuovo disco mi sembra molto suonato e pulito. Come avete lavorato per L’Anticristo?

Abbiamo lavorato come si lavorava un tempo. L’unica differenza è che una volta si andava in cantina a provare i pezzi, mentre ora – se Dio vuole – c’è uno studio molto più bello. Abbiamo iniziato a suonare. I Decibel siamo noi tre ma dal punto di vista operativo ci sono altri tre musicisti: Alex Polifrone alla batteria, Paolo Zanetti alle chitarre e Fortu Sacka al basso. Così, abbiamo iniziato a suonare i pezzi.

E farete la stessa cosa per quanto riguarda la dimensione live…

Esatto! Quando i brani ci convincevano, iniziavamo a registrarli. Lo stesso tipo di lavoro lo faremo dal vivo. Senza computer, senza basi già registrate, senza sovraincisioni. Sarà tutto live.

Avete detto che il messaggio del vostro disco è che “la realtà è diversa da quella che appare”. In che senso?

Noi partiamo dal concetto di un club ristretto di persone che presiedono a quello che deve succedere nel mondo. Decidono che presidente va eletto, dove scoppierà la prossima bolla finanziaria, ma anche che tipo di cultura deve avere la gente, che tipo di musica far diventare popolare. Il nostro è un messaggio di allerta per non farci influenzare. Vogliono toglierci la libertà di scegliere.



Voi proponete anche una soluzione a questa situazione?

No, noi ci limitiamo a raccontare. Se la gente alzasse il suo livello di consapevolezza sarebbe meglio. Ma siamo pessimisti in merito.

Quanto è influente il lavoro di David Bowie nella vostra produzione?

Suonavamo Bowie negli anni in cui era sconosciuto in Italia. È uno dei nostri punti di riferimento ed è sicuramente un punto fermo per il brano che portiamo a Sanremo, Lettera dal Duca.

Enrico, sarai professore al Conservatorio di Milano. Una bella responsabilità…

Il fatto che comunque un musicista e cantante rock venga chiamato a insegnare al Conservatorio fa pensare a quanto oggi il rock sia più vicino alla musica classica che al mainstream. Questo a me fa piacere. Ci sono musiche che non è necessario che arrivino a tutti. È chiaro che ci auguriamo di avere teatri pieni nel nostro tour, ma non puntiamo alla globalità di consensi. Al Conservatorio racconterò un periodo storico che parte dal Dopoguerra e da una musica che prima era appannaggio di una generazione (all’inizio il rock era la musica dei giovani).

C’è omologazione nel mondo della musica?

Sì, è evidente. Si spingono i ragazzi a pensare il meno possibile. Meno scelte consapevoli faranno e meglio sarà per i “signori potenti” di cui parlavamo prima.