Davide Petrella diventa Tropico: «Nella scena napoletana manca il lato canzone»

Esce domani, 24 settembre, “Non esiste amore a Napoli”. Il primo, vero album per Tropico, da cui trasuda tutto il bisogno di Davide Petrella di svestire i panni di autore e raccontare, finalmente, le proprie storie
Tropico. Foto di Biagio Munciguerra
Tropico. Foto di Biagio Munciguerra

Non sappiamo se questo venerdì, primo dell’autunno 2021, il clima ci darà ancora un po’ di calore o se lascerà spazio a un mood metereologico più adatto alla nuova stagione. Certo è che Tropico (alias di Davide Petrella, classe ’85) non ha ancora intenzione di distogliere gli occhi puntati sul mare. Quello del Golfo di Napoli, un mare che non solo è il luogo fisico che ha ispirato tutta la scrittura e l’anima delle canzoni del suo nuovo album Non esiste amore a Napoli. Ma anche quel mare che vive dentro di noi, che con le sue giornate a volte calme, a volte burrascose, sa come movimentare lo scorrere della vita.

L’album di debutto con il nome d’arte di Tropico – scelto dopo un viaggio a Cuba, che in certi aspetti è simile a Napoli, per Davide – esce il 24 settembre per Island Records, e sarà la prima prova discografica dell’autore e compositore partenopeo con questo nuovo moniker. Nato, come ci spiega durante la conferenza stampa di presentazione del progetto, «dall’esigenza di dividere più nettamente il mio essere autore e artista. Davide Petrella era diventato ingombrante. Magari chi ascolta le mie canzoni mi accosta a questo o quell’altro artista per cui ho scritto, ma ora vorrei che le persone vedessero la mia arte singolarmente».

Non esiste amore a Napoli, 14 canzoni sull’amore e le relazioni

Non esiste amore a Napoli, infatti, è un intero disco in cui parla davvero di sé, con uno stile tutto suo che non risponde più all’esigenza di trovare le sonorità e le parole giuste per gli altri. “Altri”, che per Davide, sono nomi per cui ha scritto canzoni nel tempo, come Cremonini, Fabri Fibra, ma anche Gianna Nannini, Fedez e J-Ax, Elisa.

Adesso, però, è il momento di Tropico, e il vento che decide quanto alte saranno le onde del suo mare sono le sue emozioni. L’amore, in primis, che nonostante sembra non esista, (come suggerito dal titolo dell’album) è un punto fermo nei testi del cantautore partenopeo e si svela lungo i brani dell’album in diverse e variopinte sfaccettature. Ma anche la sua vita privata, in generale: «Si pesca sempre dai sentimenti che possano essere raccontati in canzoni, che devono essere empatizzati. Il disco nasce da un periodo di vita un po’ complicato. Parla di relazioni, e d’amore ovviamente. E di questi tempi pescare le parole giuste è davvero un’impresa difficile».

Tropico. Foto di Biagio Munciguerra

L’esigenza (anacronistica) di scrivere un album

La nostra prima curiosità è, intanto, capire come mai l’esigenza di riversare queste parole da qualche parte sia sfociata nella pubblicazione di un album, piuttosto che di soli singoli – come sta invece dettando il “marketing” discografico. «Sono un tipo molto affezionato alla canzone in sé, ma mi piace ancora il concetto di disco», ci risponde Tropico. «Ho sempre voglia che ogni canzone faccia parte di un concetto più grande, perché tutta la musica è collegata e così le fasi della vita in cui si scrivono i brani».

«Tutto è partito dalla title track, Non esiste amore a Napoli», prosegue l’artista, «Da lì ho avuto lo slancio per scrivere in un altro modo, scegliendo un processo che fosse solo mio, per raccontarmi. Ho iniziato a scrivere in maniera ossessiva, quella è stata la canzone guida che mi ha dato la direzione per tutte le altre, da cui mi è partito tutto il film». E a proposito di film, nella tracklist ci sono anche omaggi a titoli d’autore, come il brano Carlito’s Way (uno dei più importanti, per Davide) o C’eravamo tanto amati con Elisa.

«I singoli sono solo una parte del racconto: nel disco c’è più vita, capisci meglio quanto vale un artista. Un conto è essere bravi in un singolo, un conto nel disco. Anche gli artisti con cui lavoro e che ascolto li valuto dai dischi che fanno. Nel mio caso, quello che è uscito fuori era ciò che volevo fare da una vita e ne sono davvero fiero. Così come della mia squadra, dei producer, dei videomaker», racconta ancora Tropico. «Forse sono più pronto ora di quando ero un ragazzino. La gavetta mi ha fatto bene, sia come crescita artistica, sia in termini di capacità di esprimermi slegandomi dal rapporto che ho con altri artisti».

Le collaborazioni dell’album di Tropico

Se un vero artista si vede dagli album che pubblica, quindi, la scelta degli ospiti dell’album si spiega da sé. Ci sono Calcutta (sulla title track), Elisa (C’eravamo tanto amati), ma anche Franco126 (Piazza Garibaldi) e Coez (Vasco). Ognuno, chi da più tempo, chi da meno, ha pubblicato progetti che in un certo senso sono rimasti nei cuori delle persone, sapendo parlare loro e toccare le corde più profonde di molti di noi. E ognuno di questi artisti impersona anche un po’ i vari sound che ritroviamo nell’album.

C’è dell’indie, del pop, del trip-hop, ma anche delle contaminazioni urban, sonorità che “riportano a casa” e altre che fanno “viaggiare di notte, lontano dalla città”. Guidate da un bisogno di «fare una musica più preziosa», più complessa e studiata di quello che c’è oggi, spiega Tropico.

I producer al fianco di Tropico

Unici produttori dell’album: Rosario Castagnola (noto anche come D-Ross) e Sarah Startuffo, conosciuti infatti nel mondo urban per la loro vicinanza a Luchè, eppure la loro impronta stilistica va assolutamente oltre questa cornice, conquistando un respiro più rilassato sulla sperimentazione. «Con Sarah e Rosario ci avevo lavorato già in un album precedente, prima che mi chiamassi Tropico. L’album di quattro anni fa, Litigare, mi ha dato modo di capire se nel linguaggio urban che stava arrivando in quel momento potessi inserire dei contenuti. Mi sono divertito, ma la risposta è stata “no”. Non si può mettere del contenuto sulla trap. Quel sound è inscatolato, non è vivo. Una canzone inscatolata non può essere viva», spiega l’artista.

Poi racconta il suo rapporto con i due producer e il loro modus operandi nella gestazione del disco. «Rosario e Sarah sono bravissimi musicisti, il primo è un mostro alla chitarra. Sarah, che è francese e ha delle skills diverse a livello di ascolti rispetto ai nostri, è una bravissima bassista. Anche io ho suonato in una band, quindi essendo tutti musicisti è stato naturale. In tutte le canzoni ci sono strumenti, anche se in certi punti l’anima è ibrida. Ma è comunque musica suonata da persone che sono anche bravi arrangiatori».

La musica, Napoli, l’Italia

Circondarsi di professionisti, quindi, ha aiutato ad ampliare la visione di un artista che è già di suo un grande professionista. Ma cosa accade quando un autore diventa artista, e viceversa? «Le due vite di autore e di cantante in prima persona sono sempre state separate, non ho mai avuto il problema di pensare se una canzone che potevo scrivere per un altro doveva invece essere mia. Sono sereno quando divido i due ambiti», spiega Tropico.

Poi, si lascia andare a un commento sulla situazione musicale intorno a sé, sia quella della sua città di origine, sia quella di tutta Italia. D’altronde, il titolo dell’album ha un diretto riferimento al capoluogo partenopeo. «Ci sono tante personalità napoletane che si stanno facendo notare. A Napoli ci sono una cultura e un carattere artistico forti: è inevitabile che venga fuori qualcosa di buono. Nella scena urban, soprattutto ci sono tanti artisti, come Geolier, il progetto Liberato… che bisogna capire quanto diventerà grande. Ci sono rapper e trapper che si fanno strada. Ma manca forse il lato canzone a Napoli, che paradossalmente è sempre minore rispetto al resto d’Italia».

Strano a pensarsi, in un paese dove è tanto radicata la tradizione della canzone napoletana. Ma nelle proposte di oggi «manca un po’ di confronto con tutti gli addetti ai lavori che sono a Milano», spiega Tropico. «Lì capisci subito chi sono i tuoi competitor e gli addetti ai lavori giusti per te. Napoli è ancora troppo su se stessa e non guarda al resto del Paese, cosa che invece potrebbe essere utile, per crescere».

Tropico. Foto di Enrico Rassu

Il bisogno di qualcosa di nuovo

E in effetti, Non esiste amore a Napoli di Tropico dà il via anche a una riflessione sul panorama musicale nazionale in sé. Al quale, l’artista vuole e si augura di portare una proposta fresca, diversa, con un focus decisamente più esigente e strutturato. «Credo che ora l’Italia abbia un tappo. Il solito che si crea dopo una decina d’anni, in cui inizia ad esserci bisogno di qualcosa di nuovo», afferma l’artista.

«In un periodo in cui nessuno suona più uno strumento, non in senso critico, secondo me per le persone c’è bisogno di qualcosa di più prezioso. C’è bisogno che le persone empatizzino di più con la musica. Il racconto delle canzoni deve sapere di vita, se suona tutto di plastica questo non è possibile».

E di vita in questo album ce n’è eccome, e sarà un viaggio che tanti aspettavano di intraprendere, ovviamente dalle proprie cuffie, ma di certo avventuroso e speciale come quello fatto dall’artista. Una tracklist da assaporare con calma, perché è concepita per essere «preziosa, come dicevo prima, non sfonda classifica. Quel tipo di atteggiamento lo trovo triste: è brutto che a 18 anni chi si affaccia alla musica debba subito pensare di sfondare. Per avere bella musica bisogna buttarsi, cercare, conquistare. E spero che gli addetti ai lavori inizino a supportare artisti che fanno proprio questo, per dare più varietà alla proposta del nostro paese». Intanto, con Non esiste amore a Napoli, un’ottima alternativa c’è.

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