Brunori Sas: «Se riesci a prendere in giro senza sentirti superiore hai già fatto un ottimo lavoro»

Il cantautore ha pubblicato Cheap!, progetto di cinque tracce che chiude una trilogia involontaria iniziata con l’album Cip! del 2020
Brunori Sas
Brunori Sas, foto di Mattia Balsamini

Incontrare Dario Brunori, vero nome di Brunori Sas, è sempre un’esperienza da tenersi stretta. Anche se la nostra chiacchierata avviene attraverso uno schermo, poter entrare nel vivo del suo ultimo progetto, Cheap!, insieme a lui, mi dà l’idea di quanto la sua musica abbia tantissimi livelli di narrazione.


Non basta probabilmente un’intervista sola per raccontare completamente il mondo visto dagli occhi di Brunori Sas. Con il suo ultimo progetto, che ha dato origine a una “trilogia involontaria”, come lui stesso la definisce, il cantautore si è voluto divertire.


E, nonostante il titolo che Brunori ha voluto dare al disco, le cinque tracce proposte sono tutt’altro che “cheap”. Vogliono raccontare, in chiave ironica, quello che tutti noi vediamo con i nostri occhi quasi ogni giorno, dal patriarcato ancora difficile da abbattere alla discriminazione nei confronti di chi è diverso.

Ecco cosa ci ha raccontato Brunori Sas a proposito di Cheap!, ma anche di Baby Cip!, raccolta di ninne nanne dedicata alla sua primogenita Fiammetta.

Cip! è il disco che ha segnato i tuoi primi dieci anni di carriera. Dopo sono arrivati la raccolta di ninne nanne Baby Cip! e adesso Cheap!. Sei molto legato a questo progetto.

In realtà non avevo intenzione, quando ho fatto Cip!, di dargli seguito e dare vita a questa trilogia dei pennuti (ride, ndr). È venuta fuori successivamente, un po’ per questo strano volo un po’ interrotto del pettirosso che si è interrotto per i motivi che sappiamo. Così, passati due anni, per non cadere nella rassegnazione di vedere un disco “monco”, mi è sembrato bello rivitalizzarlo, ma non con una solita operazione di repack.

Così è nato quindi un nuovo stimolo artistico.

Sì, arrivando così, data anche l’esperienza da neopapà, a Baby Cip!, che è una cosa che comunque avevo in testa da tanto, e poi a Cheap!, con questi pezzi che avevo lì abbozzati e che ho voluto registrare sull’onda del titolo. Nel senso: vale tutto, tante il titolo mi salva da qualunque critica, perché l’intenzione è diretta e onestamente comunicata. Alla fine, comunque, è stata una trilogia involontaria.

A proposito dell’essere genitori: è una cosa che personalmente mi spaventa molto. Aver dato alla luce Baby Cip! per te è stato terapeutico, ti ha aiutato a metabolizzare l’essere diventato padre?

In realtà era semplicemente un atto di dolcezza che mi è venuto naturale in quella fase. Non mi serviva a scopo terapeutico, anche perché secondo me non basterebbero dieci album e otto romanzi per poter spiegare bene alcune cose. Anzi, ti dirò, non c’è probabilmente neanche bisogno di spiegarle alcune cose. Baby Cip! nasceva più dall’esigenza di celebrare un momento. Ecco, sono in una fase in cui, dopo tanti anni dove non ho celebrato neanche il mio compleanno, perché ho quasi avuto pudore di celebrare le cose importanti della mia vita, da un annetto forse in virtù del fatto che abbiamo intorno un contesto di morte, ho deciso che era giusto celebrare la vita.

Parlando di Cheap!, al di là del significato letterale del titolo, è tutto tranne che un progetto modesto, vista la grande ricerca a livello di messaggi che mandi con queste cinque tracce.

Da una parte l’intento è quello di creare sorpresa, quindi c’è una sorta di “bugia a fin di bene”. Poi, mi piaceva il gioco di parole, ma l’intento era quello di fare canzoni serie che non si prendessero sul serio. Volevo che le persone percepissero che fosse un progetto divertito, qualcosa che ho fatto come potrei cantare a tavola, a una cena, una canzone agli amici. E come ho già detto, questo non vuol dire che la canzone debba essere sciocca. Anzi, tante volte questo tipo di approccio funziona meglio, rispetto a uno serio. Anche perché essere troppo seriosi può diventare pericolosamente retorico.

Sanremo, al momento, non è nei pensieri di Brunori Sas

Mi capita di condividere spesso gli articoli che scrivo. Sotto a quello che ho scritto su Cheap! un ragazzo ha scritto che Il Giallo Addosso è la canzone perfetta per Sanremo. Io non ho idea di cosa porteranno gli artisti in gara quest’anno, ma ti è mai passato per la mente di portare al Festival questo brano?

No, assolutamente no (ride, ndr).

Ma Sanremo è nei tuoi pensieri?

Negli ultimi anni ci sono sempre stati degli avvicinamenti. I giornalisti chiedono sempre di Sanremo, quindi in qualche modo ci devi fare i conti, anche se non vuoi (ride, ndr). Posso rispondere in tanti modi e ho sempre risposto dicendo che ci andrò quando farò il conduttore. Adesso ho cominciato a dire che ci andrò quando sarò un uomo più maturo (ride, ndr). Forse la paternità potrebbe darmi questo stimolo, chi lo sa.

Durante la conferenza stampa di presentazione di Cip!, nel 2020, hai raccontato che tantissime persone ti scrivono ringraziandoti per La Verità, uno dei tuoi brani più famosi. Ecco, mi sembra che Figli della Borghesia sia in qualche modo parente di quel brano. Mentre la prima parla alla collettività, la seconda si concentra un po’ su quella che è la generazione dei boomer.

Io non vorrei essere boomer, ma sono con un piede di là e uno di qua. In realtà per me siamo un po’ tutti figli della borghesia, anche voi che non vi ci sentite. Noi ci abbiamo convissuto, mentre voi pagate la coda di questa frustrazione, qualcosa di cui non avete assolutamente esperienza diretta. Noi abbiamo vissuto più direttamente l’edonismo degli anni ’80, l’illusione della ricchezza, mentre a voi l’hanno raccontata, e quindi chiaramente non l’avete manco vista. Figli della Borghesia non è un mea culpa, ma una forma di presa di coscienza. Sembra che continuiamo a vivere nella nostalgia canaglia, nell’idea che quello sia il mondo, e non quello che stiamo vivendo. Nel finale tra l’altro dico: “Siamo liberi di fare tutto quello che ci pare”, ma che cos’è “quello che ci pare”?. Chiudo sperando che questa domanda non rimanga disattesa.

Brunori Sas: «Ironizzo sul cantautorato»

Italiano – Latino, correggimi se sbaglio, è il pezzo in cui ti sei divertito di più. Nonostante possa sembrare un pezzo frivolo, c’è una bella critica al populismo dilagante di questi ultimi anni.

Mi sono divertito molto, anche perché quando l’ho suonata non pensavo che sarebbe stata così, ma alla fine non l’ho ritoccata, è un chitarra e voce diretto. L’ho tenuta così perché mi sembrava bello cantare di quelle cose con quel tono. Nel senso, quando si fa un pezzo in cui c’è una critica di ordine sociale e politico è importante soprattutto il come lo si fa. E qui non mi sembrava mortificante, ma alla pari con l’umanità che prendo in giro. Ecco, secondo me se riesci a prendere in giro senza sentirti superiore fai un ottimo lavoro, per te e per chi ascolta. Magari all’inizio chi ti ascolta si prende male, ma poi sicuro scappa un sorrisino pure a lui.

In Ode al Cantautore, invece, c’è una frecciatina al mondo discografico odierno, dove c’è una continua corsa ai “platini e agli ori”, come canti nel brano.

C’è sempre stata, in realtà. Ecco, lì mi prendo un po’ in giro da solo, è quasi un auto-dissing (ride, ndr). Bisogna riconoscere che alcune dinamiche nella musica, spesso, non sono come uno se le immagina. Per me è stato bello raccontare quella difficoltà con leggerezza, facendosi magari una risata. Io, come ti dicevo, mi prendo un po’ in giro, perché ironizzo su diversi aspetti della musica alla maniera dei cantautori classici. È un pezzo cantautorale che prende in giro il cantautorato e per me è bello, perché significa che riesco ancora a guardami allo specchio.

Ascolta Cheap!


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