Bartolini lancia “Penisola”: «Vi presento il mio realismo romantico»

Il suo disco di debutto esce mentre tutti noi siamo chiusi in casa a causa del Coronavirus. Intervista a Bartolini, giovane promessa del cantautorato romano
Bartolini
Ilaria Ieie

Ha 25 anni e un EP autoprodotto all’attivo (BRT Vol. 1, uscito lo scorso anno). Nel corpo di Bartolini scorre sangue calabrese e solo quando si è allontanato dalla sua terra ha preso quel coraggio di cui aveva bisogno per intraprendere una carriera. O, perlomeno, per trovare nella musica una compagna di vita con la quale confrontarsi e raccontarsi.

Prima il trasferimento a Roma, poi un Erasmus a Manchester, dove ha approfondito il sound britannico tra Idles e Shame, e dove ha iniziato a sciogliersi un po’, tra open mic e scrittura. Al punto che è arrivato ad aprire alcune date del tour di Evergreen di Calcutta.

Domani, venerdì 3 aprile, esce il disco del debutto di Bartolini dal titolo Penisola (distribuzione Carosello Records). Un album che unisce più sonorità ma che riesce comunque a mantenere un mood unico, dalla prima all’ultima traccia. Un disco in cui la title-track parla proprio del fatto che nessuno di noi è un’isola. Che, insomma, anche quando ci sentiamo soli c’è sempre una striscia di terra – seppur minuscola – a collegarci a qualcuno. A scacciare i demoni dell’angoscia.

Delle parole che, in questi giorni, non facciamo fatica a sentire come vere. E che, forse, ci possono fare ancora più compagnia.

Come stai? Come vivi questa quarantena? 

Io già nella normalità non ho regole. Vado a letto tardi e mi sveglio quando mi pare. Questo stare a casa mi sta producendo energie a livello fisico che non riesco a sfogare. A volte, alle 5 di mattina, guardo il soffitto e mi chiedo: «Ora che faccio?». Sto cercando di leggere e di vedere film. E, dai, almeno ho iniziato ad allenarmi in casa.

Che significato ha uscire con un disco (il tuo primo disco ufficiale!) in un momento così delicato?

È un momento storico particolare. Ci tenevo a dare valore al lavoro che è stato fatto. Però è singolare: io spero solo che faccia compagnia alle persone. Me ne frego di tutto il resto. Il disco doveva uscire e uscirà. Sono tranquillo. Mi dispiace solo non andare in tour come previsto, ma recupereremo. 

Mi stupisce che tu abbia voluto chiamare questo album Penisola e che esca proprio in questo momento storico.

Sì, e non è voluto. Il titolo dell’album viene da una canzone che ho scritto quasi tre anni fa. Il fatto che esca un disco ora e con questo titolo è strano. Il testo della title-track è legato a un momento preciso che ho vissuto più volte nella mia vita. E sai cosa? Quella è stata l’unica canzone che ho scritto a casa mia, in Calabria.

Perché? Non è un luogo in cui ti senti ispirato?

Di solito non suono mai quando sono giù, a casa dai miei. Lì faccio il bimbo di casa e stacco da tutto. Ma tre anni fa, durante il periodo natalizio, ho scritto questa canzone, perché mi sentivo lontano da alcune persone che volevo fossero con me. Mi dispiace che stia vivendo di nuovo quella sensazione ed è assurdo che sia tornata in maniera così diversa e collettiva.

Quindi pensi che i luoghi siano fondamentali per chi vuole scrivere?

Sì. Decisamente. Io sono sempre stato molto timido e a casa mia non sono mai riuscito a cantare: mi vergognavo. Poi mi sono trasferito a Roma, ho iniziato a cantare e a scrivere qualche pezzo in inglese. Ho fatto un Erasmus a Manchester e ho iniziato a suonare in giro per open mic. Tornato a Roma, ho creato un collettivo nel 2017 e abbiamo iniziato a fare le nostre serate per la capitale. Quando sono stato a Manchester, comunque, ho vissuto un’apertura totale. Vedevo che lì tutti cantavano. Anzi: eri quasi “anormale” se non facevi musica. 

Come racconteresti la tua scrittura? E le immagini che inserisci nei tuoi brani?

Parto sempre dai ricordi della mia adolescenza. Ma cerco di trovare un collegamento con quello che vivo quotidianamente. Quando scrivo una canzone chiudo gli occhi e penso alla vista che c’è dal balcone di mia nonna. C’è realismo nei testi. Ma il mio è un realismo un po’ romantico, forse.

Cioè?

Lunapark, ad esempio, racconta la mia vita ma vuole essere anche una narrazione oggettiva e universale. I Love America, invece, parla della Calabria ed è un trip nei ricordi della mia adolescenza: in alcune frasi mi metto addirittura nei panni di mia madre. È un lavoro un po’ psicologico, quello di cercare di capire l’empatia degli altri.

Certo. Noto anche molta nostalgia nella tua produzione… È così?

Parlo spesso di persone che non posso più vedere perché non ci sono più. E anche del tempo che se ne è andato. In qualche modo ho sempre una nostalgia molto forte della mia adolescenza. È pesante realizzare che certe cose non ci sono più. La mia scrittura è accompagnata da una sorta di senso di colpa verso me stesso.

E sei arrivato alla musica e alla scrittura perché ne avevi bisogno?

Sì. Ho iniziato per necessità. Mi serviva. Avevo problemi a relazionarmi con gli altri. Ho capito poi che era un periodo molto stressante, sicuramente per colpa dell’università. Ho iniziato a scrivere per questo motivo, come se fosse un diario. Tipo scrivevo “Oggi è il 4 novembre e mi sento così. Oggi è il 5 novembre e ho mangiato questo e quello…”. Poi iniziato a imparare a usare i primi programmini per produrre. Il disco rispetto all’EP ha una grande differenza…

Quale?

Tutte le canzoni dell’EP sono state scritte chitarra e voce. Carta e penna. Quasi tutte quelle dell’album vengono invece da una base. È cambiato tantissimo il mio modo di scrivere. Ora ho una visione più aperta rispetto al metodo di lavoro e riesco a dare più anima alle canzoni. Molte volte mi sento bloccato e l’unico modo per levare questi pensieri e queste sensazioni è proprio quello di buttarle giù e filtrarle attraverso la musica. Questa cosa mi sta salvando la vita.

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