Antonella Ruggiero: «”Empatia” è innata, il mondo è rimasto cinico»

Il nuovo album di Antonella Ruggiero ha come titolo una delle parole più usate di questo periodo storico. La nostra intervista
Antonella Ruggiero, foto di Piero Biasion
Antonella Ruggiero, foto di Piero Biasion

Empatia e libertà sono parole ricorrenti nel percorso artistico di Antonella Ruggiero. Anzi, potrebbero idealmente riassumerlo. Nel corso degli anni, affiancata, nella vita come nell’arte, da uno dei migliori arrangiatori e produttori italiani di sempre, Roberto Colombo, la cantante si è misurata con un repertorio sterminato, dove uno standard di professionalità e preparazione musicale sempre molto elevato è affiancato da un’ispirazione oscillante fra stato di grazia e autoindulgenza.

Ad un ottimo esordio da solista, Libera, che aveva lasciato sperare in un ritorno ai fasti elettro-glamour di Tango, sono seguite episodiche e non sempre incisive incursioni nell’arena pop. Poi le ribalte sanremesi e le “registrazioni moderne” hanno ceduto il posto a un percorso di ricerca talora del tutto affrancato dal formato canzone.

Nei 15 brani di Empatia l’eterogeneità del repertorio trova una cifra stilistica coerente e una forte motivazione di fondo. Il titolo non allude solo alla capacità di intercettare suggestioni e repertori differenti, rivivendoli nella magia di un canto inconfondibile, ma è soprattutto un sinonimo intenso e significativo di solidarietà. Il CD è in vendita solo dal sito ufficiale dell’artista e si può ascoltare su tutto le piattaforme di streaming.

Empatia è un titolo molto forte, soprattutto in un momento come quello attuale. È legato a delle circostanze particolari?

Il repertorio è stato eseguito interamente dal vivo durante il Concerto dedicato all’inaugurazione di Padova capitale europea del volontariato per il 2020. Quando è stata divulgata la notizia che a Padova sarebbe subentrata Berlino, città che amo e nella quale trascorro molto del mio tempo, pubblicare queste registrazioni proprio il 5 dicembre, data del passaggio di testimone, è stata una conseguenza naturale.

La cover di Empatia di Antonella Ruggiero

Empatia ai giorni nostri

Antonella Ruggiero, ritieni che la difficoltà collettiva ci stia dando modo di riscoprire il valore dell’empatia?

Certamente abbiamo dovuto constatarne l’utilità. Purtroppo mi sembra che il mondo sia rimasto molto cinico; l’empatia è qualcosa di innato e non penso che si possa impararla da un dramma collettivo. In una situazione del genere emergono però le differenze fra chi è maggiormente predisposto ad immedesimarsi nell’altro e nelle sue difficoltà e chi lo è di meno.

Oltre che nella tematica umanitaria che caratterizza l’album, l’empatia sta nella particolare intensità delle esecuzioni. Cosa pensi che l’abbia determinata?

Ogni volta che mi accade di cantare in luoghi sacri, o comunque solenni, pieni di storia, percepisco i pensieri di tutte le persone, credenti o meno, che nel tempo li hanno attraversati. Mi concentro tantissimo e viaggio con il suono, con le parole, con la mia dimensione più intima e personale. Non è un fatto tecnico, spiegabile razionalmente, ma una consonanza fra me e l’universo che mi circonda, favorita dalla suggestione profonda del luogo.

L’incontro tra spiritualità differenti

La danza, eseguito, con il suo mantra in hindi, nella Basilica di S. Antonio da Padova, sembra realizzare un incontro tra spiritualità differenti.

È un brano tratto dal mio primo album del ’96, Libera, e fa riferimento proprio alla libertà mentale dell’uomo, al di là di tutte le gabbie che gli vengono imposte. Il monocordo, lo strumento che uso, dà la possibilità di spaziare. È un momento di completa libertà creativa per tutti i musicisti coinvolti.

La libertà degli arrangiamenti

A proposito di libertà creativa, si può dire che una delle peculiarità del disco sia proprio negli arrangiamenti e nella loro esecuzione?

Gli arrangiamenti sono di Roberto Colombo, che oltre all’organo liturgico ha usato il vocoder, ottenendo degli effetti molto suggestivi. Poi ci sono Maurizio Camardi ai saxofoni, duduk e flauti e altri quattro giovani musicisti, tutti bravissimi, con i quali è stato un piacere lavorare. Alessandro Tombesi all’arpa, Ilaria Fantin all’arciliuto, Anamaria Moro al violoncello e Alessandro Arcolin alle percussioni. L’empatia è anche fra di noi: il concerto è come un viaggio musicale fatto insieme.

Eclettismo o ricerca?

Disco e concerto raccontano un po’ tutti gli aspetti della tua carriera e si passa con fluidità da sacro a profano, da repertorio accademico a musica leggera: eclettismo o ricerca?

Semplicemente ho avuto la fortuna di poter realizzare negli anni collaborazioni molto diverse, dal piccolo ensemble alla grande orchestra sinfonica, assecondando interessi musicali che mi appartengono da sempre e soprattutto quello stupore senza il quale la vita di un musicista diventa routine. 

L’importanza di De André

Tornando ai brani, nel programma del concerto figurano ben due composizioni di Fabrizio De André: come è nata questa scelta?

L’Ave Maria laica è dedicata alle donne, anche alla luce di quanto si legge nelle cronache italiane e del resto del pianeta, compresi i luoghi in cui la dignità femminile non gode purtroppo di alcuna considerazione. Creuza de Ma invece è Genova, sono i vicoli della mia città, i luoghi  in cui ho vissuto prima che ci trasferissimo a Milano, insieme ai ragazzi del gruppo.

Un certo Cavallo Bianco

Ancora sul filo dei ricordi, in scaletta c’è anche una bellissima rilettura di un brano dei Matia Bazar: Cavallo Bianco

Si tratta del primissimo brano che abbiamo realizzato, quando ancora non avevamo chiaro cosa sarebbe accaduto. Ho voluto riproporlo anche perché, a livello compositivo, contiene una serie di riferimenti, soprattutto internazionali, al patrimonio musicale di un’epoca, fine sessanta, primissimi settanta, importante e di grande innovazione.

Come nasce il tuo interesse per il repertorio yiddish?

Da una consapevolezza storica, che penso dovrebbe essere di ognuno di noi, rispetto ai fatti della Shoah. L’interesse si è tradotto in esperienze indimenticabili, come un concerto nella Sinagoga di Berlino, l’unica rimasta in piedi durante la “notte dei cristalli”, ma anche in una ricerca musicale, emozionante e potenzialmente infinita, sul vastissimo repertorio lasciato dai musicisti prigionieri nei lager.

L’esperienza sanremese

Ascoltando l’essenzialità e la potenza della rilettura di Echi di Infinito riesce difficile pensarla in contesto sanremese. Cosa rimane oggi di quell’esperienza?

Il brano ha una sua consistenza artistica autonoma, per cui non ho mai avvertito forzature nel riproporlo, nemmeno in repertori in cui la forma canzone non fosse preponderante. Quanto alle esperienze sanremesi è stato interessante viverle come delle fiere di settore, in cui veniva data visibilità a prodotti musicali eterogenei.

Un recente cofanetto riassuntivo della tua carriera solista si intitola ironicamente Quando facevo la cantante. Cosa c’è dopo?

Stavamo tornando a casa da un concerto, dopo un viaggio di centinaia di chilometri e insieme a Roberto, scherzando sulla stanchezza, è venuta fuori questa frase e ci siamo detti “Ma sì! usiamola come titolo”. Al di là dell’ironia, dopo aver fatto la cantante c’è ancora ricerca, ancora voce, ancora musica.

Articolo di Piergiorgio Pardo

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