"Milano Parla Piano", l'immaginario di Wrongonyou in italiano
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“Milano Parla Piano”, l’immaginario di Wrongonyou in italiano

Esce venerdì 18 ottobre “Milano Parla Piano”, il secondo album di Wrongonyou che per la prima volta scrive in italiano. L’abbiamo intervistato

Venerdì 18 ottobre esce Milano Parla Piano, il nuovo album di Wrongonyou. È una nuova fase del percorso artistico del cantante che si cimenta, per la prima volta, con la sua lingua madre: l’italiano. Il suo nuovo progetto, composto da nove tracce, è frutto di un anno di lavoro intenso. Qui l’elettronica ha sposato la chitarra acustica per raccontare la vita frenetica della città, l’amore e il mondo della musica, in tutta la sua durezza e complessità.

Con Milano Parla Piano Wrongonyou si mette alla prova, raccontandosi in modo più diretto al pubblico, senza perdere le caratteristiche con le quali si è fatto conoscere e la sua voglia di comunicare sensazioni e idee in modo sincero.

Il brano che apre il disco è Atlante. Hai detto che è la canzone principale dell’album, ma sei uscito con altri due singoli. Perché non hai scelto questa canzone come primo singolo?

È una scelta discografica, ma anche mia. Mi Sbaglio Da Un Po’ e Sol0 Noi Due secondo me erano più nella confort zone dell’ascoltatore medio del progetto Wrongonyou. Voleva essere un modo per “presentarmi”, far sentire come suona la mia musica in italiano, ma ricordando sempre quello che ho fatto fino ad ora. Atlante è la focus track del disco, ha senso farla uscire insieme a tutto l’album. Sinceramente poi avevo un po’ una specie di paura.

Paura di cosa?

Più che paura, avevo il pensiero che le persone si sarebbero fatte dei pregiudizi, del tipo «Ah, l’hai fatta con Dardust per questo o per quel motivo». Non è così. È una canzone che è uscita fuori lavorando con Dario perché ci conosciamo da un sacco di tempo, mi sono piaciuti gli ultimi lavori che ha fatto e allora gli ho proposto di fare un pezzo insieme. Così gli ho portato dei demo e lui mi ha detto che non gli piacevano. Allora abbiamo deciso di scrivere insieme un pezzo da zero. In quattro ore lo avevamo chiuso. Secondo me, nel momento in cui la canzone esce di pancia, subito, vuol dire che è vera. Ogni volta si perde la spontaneità, invece questa è partita subito in quarta.

A proposito di Mi Sbaglio Un Po’: non sei riuscito a staccarti completamente dall’inglese. In questo brano infatti chiudi con una strofa in inglese. Come mai?

L’avevo scritta in inglese. Ho buttato due dischi scritti in inglese. Questa canzone l’ho buttata giù mentre mi stavo trasferendo a Milano e ho deciso di tradurla in italiano. Le melodie non sono rimaste le stesse, ma il senso sì. È stato molto difficile. Il finale gospel era un pezzo di un’altra canzone e che non volevo lasciare totalmente indietro. In più, essendo una canzone di passaggio tra una lingua e l’altra mi è sembrato perfetto metterci un pizzico di inglese.



Raccontavi che ti sono arrivati tanti messaggi, nei quali ti dicevano che “eri meglio prima”, che dovresti tornare a cantare in inglese. Tu pensi che cantare in italiano amplierà la tua fanbase?

Io non ho lavorato nell’ottica di ampliare la fanbase, sinceramente. Da una parte avevo proprio voglia di cantare in italiano, perché già l’anno scorso avevo iniziato ad ascoltare parecchia musica italiana e mi ero detto «perché no?». Sicuramente la fanbase si potrebbe ampliare, ma solo perché il messaggio adesso è più diretto. Tu adesso ascolti le canzoni e capisci subito le parole. Questo è un plus per me. Penso di aver rispettato le mie vocalità. Forse i temi sono un po’ diversi.

Hai lavorato molto per immagini in questi nuovi brani…

Assolutamente sì. Sulla copertina dell’album c’è la “nave stanca” di Più Di Prima. Mentre scrivevo quella frase, mi sono proprio immaginato questa nave, con le onde che la alzavano e abbassavano. Vedevo proprio l’acqua, celeste, con la nave che avanzava lentamente. Tuttora se ascolto il disco ho tutte le immagini ben stampate in testa. Ho cercato di descrivere i miei pensieri a livello visivo. Mi sono reso conto che quando andavo solo dietro alle parole, alle sensazioni, mi incartavo. Invece, poi, le parole arrivavano da sole dopo che vedevo certe immagini.

Nell’album ci sono due brani che affrontano la stessa tematica: Più di Prima e Perso Ormai. Vorrei soffermarmi sulla seconda, perché parli del mondo della musica in modo più nostalgico. Se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che faresti in modo diverso?

No no, va bene così. Se si potesse davvero, comunque, non lo farei. Sono arrivato a scrivere di queste cose anche come conseguenza degli errori fatti. Queste due canzoni le ho scritte in due giorni, una dopo l’altra. È bello così, perché altrimenti non avrei scritto questi due brani che sono i miei prefreiti dell’album. Viva gli errori, anche perché se non fosse così non mi chiamerei Wrongonyou.

L’ultima traccia del disco è Ora. È un brano che hai scritto in cinque minuti, mentre eri in tram e stavi andando in studio. Spesso si dice che le cose scritte di getto siano quelle migliori, più sentite. Secondo te è vero?

Si, assolutamente. Ora è un brano super intenso. L’ho scritto sulle note dell’iPhone. Quando sono arrivato in studio per fare la demo sapevo già cosa fare. Era qualcosa che dovevo buttare subito fuori, ero super stimolato. Sono proprio contento di questa canzone perché ho scritto tutto da solo, dalla musica alle parole, senza nessuno che mettesse bocca sul testo.



Ti sei trasferito da Roma a Milano. Sono due città che, a livello musicale, offrono tante possibilità. Secondo te quali sono le maggiori differenze?

Roma dà tante possibilità ai musicisti. Io ho vissuto la primissima, più intensa e vera gavetta lì. Mi ritrovavo in serate con l’open mic dove potevo salire a presentarmi, dire quello che facevo. Il format che mi ha lanciato su Roma, Spaghetti Unplugged, adesso, tra l’altro, lo stanno facendo anche a Milano. Lì mi sento a casa. Avendo anche vissuto un’esperienza cinematografica, un anno e mezzo fa, mi viene proprio da dire che la cosa si è spaccata in due: la musica sta a Milano, il cinema a Roma. Se sei in cerca di contatti, conoscenze, frequentare posti pieni di musicisti, non puoi non stare a Milano. Ci sono tantissime realtà in questa città. C’è sempre modo di parlare di musica. C’è un bel fermento musicale, molto più che a Roma.

Ci sono due artisti, uno della scena romana e uno di quella milanese, che apprezzi particolarmente?

Milano direi Vecchioni. Roma sicuramente Venditti. Ho scritto un pezzo su mio nonno e mi piacerebbe molto cantarlo con lui.

Nel tuo disco affronti diverse tematiche, come l’amore e le difficoltà che hai incontrato nel mondo della musica. In generale, secondo te, per affrontare le tematiche di cui si canta, bisogna aver vissuto determinate situazioni?

Assolutamente. Uno la cosa se l’ha vissuta e la canta «più vera di così se more», come si dice. Ci sono delle canzoni che parlano di eventi, come le guerre, che secondo me sono più che altro descrittive. Bisogna aver vissuto quello di cui si parla. Io mi sono azzardato a dire cose, in modo smussato ma comunque diretto, e sono tutte cose che ho vissuto a pieno. Se devi mettere una cosa personale deve davvero appartenerti, altrimenti lascia perdere, o rimani sul generico.

Come è nata l’idea del video verticale, formato IGTV, per i due singoli che hanno anticipato l’album?

Abbiamo pensato che visto che non erano due singoli veri e propri, volevamo comunque dare un contenuto, per non farle “morire” solo su Spotify. Ci siamo detti “facciamo una cosa a budget contenuto”. Ci piaceva il fatto di fare un formato diverso, anche per non dare l’ufficialità a quelle due canzoni. Sono due canzoni belle di presentazione, con la cornice che meritano, però non volevamo il video della vita. Abbiamo fatto due cose pratiche e godibili allo stesso tempo.

Quindi poi usciranno dei video?

Mi è da poco arrivato lo script del primo, quindi sì. Atlante avrà sicuramente un videoclip.

Parliamo degli artwork delle varie copertine dei singoli e del disco. Tu sei molto presente in questi lavori. Chi le ha realizzate e qual è stata l’idea di partenza?

Sono state realizzate da Marcello Gatti, Miopia. Lui è bravissimo. Avevo visto dei suoi lavori passati, dei collage, e io volevo fare un progetto di collage. Ho pensato però che fosse un po’ datato, quindi visto che volevano che la mia faccia fosse sul disco, ho voluto un po’ stravolgere tutto. Per esempio, nella copertina di Mi Sbaglio Da Un Po’ un quarto della faccia è cancellata; sulla copertina del disco ho una montagna e la Torre Velasca a coprire parte del mio volto. Questo secondo me era un buon compromesso. Le modifiche del mio viso che sono state fatte, poi, corrispondono tanto a quelle della voce. A me piace molto usare i suoni, e di conseguenza modificare la mia voce. Gli artwork rispecchiano molto il disco.


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