Perché VV non è la solita indie-girl italiana. L’intervista

Dopo una serie di singoli pubblicati nel corso dell’ultimo anno e mezzo, esce ora il primo extended-play della promettente cantautrice milanese
VV - Verso - intervista - 1
VV (fonte: ufficio stampa)

A uno sguardo (e a un orecchio) distratto, Viviana Colombo potrebbe apparire come l’ennesima “indie girl” della scena italiana. Ma dietro lo stile casual e i testi generazionali c’è molta sostanza. Con un passato artistico che passa anche dai talent (The Voice of Italy) e dal Conservatorio, nel 2019 con il moniker di VV firma con Maciste Dischi e comincia a far uscire una serie di singoli. Si accorge presto di lei Sony Music Italy, che distribuisce ora il suo EP d’esordio, Verso (o VƎRSO, come viene stilizzato). Un “appetizer” di sei tracce (fra cui i singoli già editi Collirio, Pizzaboy e Paranoie feat. Memento, quest’ultima molto in stile Supalonely di Benee) che mostrano un songwriting maturo e un sound che riecheggia tanto il migliore indie pop internazionale quanto certe atmosfere italiche anni ‘80/90.

Cosa vuole riassumere il titolo Verso, stilizzato con quella sua “E” rovesciata?

È il titolo di una canzone che ho scritto ma non c’è nell’EP. Mi piaceva come suonava quel titolo, per tanti motivi. È una parola che può essere vista in vari modi: sia nel senso della copertina, con quella smorfia, sia nel senso di “direzione” ma anche di “versare”, “riempire”. E poi ovviamente c’è il verso della canzone. Il potere di questa parola – a livello visivo, sonoro, di significati – mi ha colpito e ho deciso di usarla come titolo di questo primo viaggio.

Quella canzone vedrà magari la luce separatamente?

Non so ancora. Era troppo distante dalle altre cose, quindi ho deciso di metterla in standby. Magari la farò dal vivo. Potrebbe vedere la luce in un altro contesto, questo sì.

Come riassumeresti il fil rouge che lega i sei brani di Verso?

Sono mie storie personali, vissute in prima persona. Quindi il filo è quello della mia visione, delle mie esperienze, però anche di un’evoluzione. Nel senso che sono sempre storie in divenire: momenti catartici in cui ho scoperto qualcosa, in cui volevo fissare un concetto, dirmi delle cose oltre che dirle agli altri. Proprio il cammino, l’evoluzione può essere una cosa che le accomuna, magari a dispetto delle influenze sonore o del tipo di canzone.

Parlando di influenze sonore, noto qua e là sonorità italiche un po’ anni ’80/90, soprattutto in pezzi come Oh No! e Collirio. Hai qualche riferimento specifico di quegli anni?

In realtà non mi sono messa a pensarci. Essendo gli anni che mi hanno visto molto piccola, probabilmente si saranno un po’ infiltrati. Più che altro io ascolto tanta musica internazionale. Mi piace molto la scena rock indipendente, con tanti riferimenti che mi sono entrati nelle ossa. A partire anche da Mac DeMarco, che mi piace moltissimo, fino a band più pop come i Coldplay. Questi ascolti vari si sono un po’ miscelati. Di influenza italiana c’è sicuramente Battisti, che ho ascoltato tantissimo. La cosa che mi piace è che anche lui era un esterofilo: assorbiva là dove c’era la novità, facendosi contaminare.

VV - Verso - intervista - 2

In Paranoie c’è il featuring di Memento. Com’è avvenuto questo incontro?

Lo conoscevo musicalmente, non di persona. In quel brano sentivo il bisogno di avere un botta e risposta. Il testo di quella canzone è un po’ uno sfogo e avevo voglia di qualcuno che mi rispondesse come in una telefonata. Ascoltando le sue cose che erano già uscite, mi è sembrato quel mood rilassato e positivo che poteva bilanciare bene il mio. Lo stimo molto.

Nel testo di Non Ti Vedo Più ti rivolgi a te stessa più giovane, una cosa molto struggente.

Ero indecisa se esplicitarlo o meno. È bello il fatto che, ascoltandola, uno possa anche non percepire questa cosa. Perché è una dedica. In fondo è stato un dialogo fra la persona che sono ora e la ragazzina con le sue paure. Ho ripercorso un po’ di cose legate all’infanzia: la Brianza, la provincia, situazioni legate ai posti da dove arrivo. Un addio nostalgico, nel senso che è un addio non voluto: la vita ti cambia. Ho cambiato casa, desideri, idee, convinzioni. Quando mi sono resa conto di essere cambiata ho provato anche una forte nostalgia.

Tu sei molto DIY: scrivi, arrangi, registri, produci… Come si sono applicate queste tue competenze ai sei brani che ascoltiamo in Verso?

Sono cose molto naturali. Di solito, quando inizio a scrivere un brano parto proprio dalla produzione. Sono i mondi sonori a suggerirmi il mood del testo. Come se prima parlassi con la musica, perché è ancora più subliminale. Sperimentando, però, è successo anche che partissi da un testo. Per me è imprescindibile avere solitudine nel momento in cui scrivo. Mi dà la direzione sonora.

I tuoi videoclip hanno uno stile particolare, nel senso che rappresentano situazioni molto quotidiane: gente che butta robe vecchie in discarica, un rider che va in giro per la città e così via. Peraltro alcuni li hai realizzati tu interamente, giusto?

Sì, i primi che sono usciti. Per esempio quello di Moschino_01, girato sul tram 5 che passa sotto casa mia a Milano. Per me è molto importante quella quotidianità di cui parli: celebrare cose anche banali, perché vogliamo sempre superare quello che abbiamo attorno ma io trovo una poesia anche in uno sguardo assonnato di una persona su un tram. Tante volte infatti mi trovo a sbirciare gli altri per immaginarmi le loro vite e i loro pensieri. Lo trovo di grande ispirazione.

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